Open Arms attende un porto, Salvini un altro processo

Situazione critica sulla nave della Ong spagnola Open Arms dove il cibo e l'acqua rischiano di finire entro un paio di giorni e dove permangono 363 naufraghi in attesa di un porto sicuro in cui sbarcare. Nuova richiesta di autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini, questa volta per il caso della Open Arms rimasta lo scorso agosto venti giorni interdetta al largo con oltre 160 naufraghi disperati a bordo sotto il sole cocente

di Mauro Seminara

La Open Arms attende un porto sicuro in cui sbarcare poter far sbarcare le 363 persone salvate in mare tra il 26 ed il 30 gennaio. Sono cittadini del Sudan e Bangladesh in prevalenza, ma anche di Algeria, Burkina Faso , Camerun , Chad , Ivory Coast, Egypt, Gambia, Guinea Bissau, Mali, Marocco, Repubblica centrale africana, Senegal, Sierra Leone, Somalia, South Sudan, Guinea Conakry, Pakistan, Libya, Syria. E tra essi ci sono donne e minori. Molti minori, 97 dei quali senza un familiare al seguito. Al di la dell’ironia fatta dalla stessa Ong spagnola settimane addietro, il rimorchiatore quarantenne non è una nave da crociera. La Open Arms ha assolto al proprio dovere di soccorso marittimo di imbarcazioni in evidente difficoltà (natanti stracarichi e precari, privi delle dotazioni minime di sicurezza) ma non può adesso soddisfare le esigenze di 363 naufraghi senza servizi igienici e con scorte alimentari limitate.

La macchina della propaganda mistificatrice è ripartita con il motore in fuorigiri. Complice il rifiuto, da parte del seguaci del segretario leghista ed in generale dei sovranisti di estrema destra, di volersi documentare e comprendere come realmente stanno le cose. L’elettorato in questione preferisce infatti le “spiegazioni” dell’ex ministro dell’Interno, come quella dell’accostamento tra i naufraghi della Ocean Viking ed i voli sospesi dalla Cina per l’emergenza Coronavirus. Ma non è l’unico motore di azione della macchina della propaganda anti migranti e, soprattutto, anti Organizzazioni non governative. Accade infatti che è proprio la Open Arms la nave umanitaria bloccata dall’ex ministro dell’Interno nei suoi ultimi giorni al Viminale e per il cui episodio la Procura di Agrigento ha ancora una volta iscritto il ministro pro tempore nel registro degli indagati.

Matteo Salvini ha infatti un altro caso da cui difendersi e per il quale rischia un procedimento penale. E lo scudo del Movimento 5 Stelle che, pur di mantenere l’alleanza di governo “gialloverde”, lo difendeva anche in Giunta per le autorizzazioni a procedere non c’è più. Il muro di difesa è rotto, caduto con la richiesta del Tribunale dei ministri per il caso della nave della Guardia Costiera “Gregoretti”. Caduto, il muro della pretestuosa difesa di Matteo Salvini, anche a seguito delle motivazioni con cui la Procura di Agrigento ha archiviato l’indagine a carico di capo missione e comandante della nave Ong Mare Jonio dopo che la Cassazione aveva posto una pietra tombale sul caso della “capitana” Carola Rackete. Il punto, cardine di tutta la vicenda anche sul piano politico, è sempre il “decreto sicurezza bis” di Matteo Salvini. Questo, stabilisce la legge italiana ed anche le leggi sovranazionali, non si può applicare a chi salva persone in mare. E propaganda – per chi non si vuol documentare – a parte, se il governo in carica non ha il coraggio di abrogarlo, sarà la Corte Costituzionale a deciderne l’abrogazione dopo che la magistratura ne avrà definitivamente sancito l’inapplicabilità a carico delle navi per cui il testo era stato malamente partorito.

Nel frattempo però c’è un concreto rischio anche per il ministro dell’Interno in carica che potrebbe essere il nuovo soggetto da iscrivere nel registro degli indagati. A bordo della Open Arms, come detto in apertura, ci sono uomini, donne e minori di ogni nazionalità; costretti in una condizione stressante fisicamente e psicologicamente. La mancata attuazione di quanto prescritto dai trattati, quindi una tardiva assegnazione di Place of Safety (porto sicuro), nel caso di problemi o disordini a bordo troverebbe diretti responsabili quanti hanno negato l’immediata assegnazione di porto sicuro alla nave soccorritrice. Dalla Open Arms intanto è partito l’allarme sulla stima delle scorte: a bordo c’è cibo ed acqua sufficiente per un paio di giorni al massimo, razionando al massimo. Stima più che plausibile considerando che i soli naufraghi sono 363, senza contare equipaggio e soccorritori, a sud di Lampedusa fa un caldo anomalo, quasi estivo di giorno e la notte la temperatura scende di parecchi gradi. Il caldo, il sovraffollamento, il rifiuto di concessione di un porto, l’acqua che potrebbe finire da un momento all’altro, sono tutte cause di stress da non sottovalutare.

Malta ha negato il Place of Safety richiesto dalla Ong, mentre l’Italia li ha posti in attesa (lunga). Il tempo passa ed anche i giorni. Si spera non quanti ne trascorsero ad agosto dello scorso anno, quando sulla nave, a portare derrate alimentari ed altri generi di sostegno furono la star hollywoodiana Richard Gere; come poi fece il medico di Lampedusa (oggi vicepresidente della Commissione Libertà Civili dell’Europarlamento) Pietro Bartolo con la Mare Jonio. Proprio per quella vicenda, andata avanti per venti giorni prima che la magistratura intervenisse disponendo l’ingresso in porto e lo sbarco, a fini probatori, in cui il Ministero dell’Interno – complice il Ministero dei Trasporti e con l’esecuzione di veto da parte della Centrale di Coordinamento Soccorso Marittimo della Guardia Costiera – non aveva inteso concedere assumendosene platealmente e su tutti i mezzi di stampa e di informazione (social inclusi) la responsabilità, che il Tribunale dei ministri ha trasmesso una nuova richiesta di autorizzazione a procedere contro l’ex ministro Matteo Salvini. Sul registro degli indagati però c’è anche il nome del capo dell’ufficio di gabinetto del ministro, Matteo Piantedosi. Quest’ultimo però non ha lasciato il Viminale con la dipartita politica di Salvini, ma vi è rimasto anche quando il titolare del Ministero dell’Iterno è divenuta Luciana Lamorgese.

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