Open Arms libera, nuovo procedimento per Salvini in vista

La nave è libera di lasciare il porto di Porto Empedocle per disposizione del Gip di Agrigento che rigetta la richiesta di sequestro e suggerisce alla Procura l’approfondimento delle responsabilità penali non attribuibili al comandante della Open Arms. In ipotesi ci sono pene che vanno dai sei mesi ai quindici anni per reati che potrebbero venire contestati a pubblici ufficiali e ministri della Repubblica

di Mauro Seminara

La nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms, ultima ad aver dovuto attendere un massacro umano prima di poter concludere le proprie missioni di salvataggio con lo sbarco di tutti i naufraghi, è adesso libera di lasciare il porto di Porto Empedocle. A stabilirlo è stato il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Agrigento Stefano Zammuto. La nave era stata sequestrata in via preventiva dal procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, il 20 agosto a Lampedusa. Era l’epilogo di un calvario che culminava con persone che si gettavano in mare per raggiungere la costa a nuoto. Il sequestro della Procura di Agrigento aveva quindi imposto lo sbarco di tutte le persone ancora a bordo, al netto dello stillicidio che vedeva quotidiane evacuazioni mediche.

La notizia non ha tardato a bussare alla porta del Viminale ed il ministro dell’Interno, che adesso che deve sgomberare l’ufficio sembra frequentarlo come non ha fatto in quattordici mesi, ha subito lanciato il suo classico tweet:Porti chiusi a scafisti e ONG, in arrivo un’altra indagine contro di me per SEQUESTRO DI PERSONA per il caso Open Arms. Nessun problema, nessun dubbio, nessuna paura. Difendere i confini e la sicurezza dell’Italia per me è stato, è e sarà sempre un orgoglio!”. Il riferimento all’altra indagine a suo carico è dovuto alle conclusioni del Gip di Agrigento che vede nella condotta della Ong nulla da contestare ma che attende che il fascicolo – al momento contro ignoti – palesi i nomi dei funzionari e dei pubblici ufficiali da eventualmente rinviare a giudizio. La Ong quindi ha eseguito quanto disposto da autorità italiane che contravvenivano al diritto internazionale. L’imposizione del divieto di accesso alle acque territoriali italiane – prima dell’intervento del TAR del Lazio – e del divieto di attracco in porto, a Lampedusa, hanno costretto il comando della nave a non ottemperare agli obblighi previsti dalle norme internazionali.

Citando la Convenzione SAR di Amburgo, le Linee guida IMO ed i precedenti giuridici già stabiliti dal Tribunale dei Ministri di Catania il 7 dicembre 2018 ed il 22 gennaio 2019 relativi al cosiddetto “caso Diciotti”, il Gip di Agrigento ricorda e mette nero su bianco che l’assegnazione di un Place of Safety, di un porto sicuro di sbarco, spettava all’Italia perché “Stato di primo contatto con le persone in pericolo”. Altro aspetto della vicenda che il giudice Stefano Zammuto ha ritenuto doveroso evidenziare è quello relativo all’intervento del TAR del Lazio che, mentre il ministro dell’Interno tentava di sfiduciare il suo presidente del Consiglio poi dimessosi prima del voto, sospendendo il provvedimento interministeriale del primo agosto – firmato da Salvini, Toninelli e Trenta il giorno del primo dei tre soccorsi effettuati dalla Open Arms – rendeva di fatto ineludibili gli obblighi dello Stato italiano verso le persone soccorse dalla Open Arms. La conclusione è quindi che nel caso della nave Ong spagnola si sarebbe riverificato un caso di sequestro di persona.

Il caso della nave della Guardia Costiera “Ubaldo Diciotti” ritorna sulla valutazione dell’’articolo 328, primo comma, del Codice Penale che il procuratore capo di Agrigento aveva contestato al comandante della nave Ong. La responsabilità delle persone a bordo della nave, a rischio fisico e psichico, era unicamente del comandante che avrebbe dovuto ottemperare a quanto previsto dalle norme internazionali a tutela delle persone presenti e sotto la sua unica responsabilità. Ma la contestazione dell’articolo in questione si ritorce adesso contro chi ha impedito al comandante della Open Arms di fare ingresso nel porto sicuro più vicino. “Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.” Da sei mesi a due anni che adesso vagano sulle teste di quanti, eseguendo con doloso scrupolo i desiderata del Ministero dell’Interno o di chi ha impartito gli ordini, hanno impedito che la nave entrasse in porto per condurre in un Place of Safety le persone che aveva soccorso in mare.

Ad Agrigento viene quindi convalidata la richiesta di sequestro preventivo della nave Open Arms ma, la conclusione del Giudice per le Indagini Preliminari è, dulcis in fundo, di opposta linea. Il Gip Stefano Zammuto infatti “rigetta la richiesta di emissione di decreto di sequestro preventivo avanzata dal pubblico ministero e, per l’effetto, ordina il dissequestro e l’immediata restituzione dell’imbarcazione Open Arms all’avente diritto”. Per l’ennesima volta, il Sicurezza bis ed il propagandistico attacco alle Ong si infrange contro un muro di norme precedenti e superiori che mostrano, in massima evidenza, tutti i limiti di decreti convertiti inutilmente in legge. Di contro, l’adozione di tali decreti, poi convertiti in legge, e l’imposizione alle autorità di adozione delle novelle norme mal redatte a scapito dell’ottemperanza delle norme nazionali ed internazionali superiori vigenti, procurerà inevitabilmente dei rinvii a giudizio per pene che variano dai sei mesi sopramenzionati ai quindici anni del sequestro di persona aggravato. Tra i possibili destinatari delle predette pene ci possono essere alcuni attuali ministri.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*