Anche la Giunta per le autorizzazioni è uno show elettorale

Vince Matteo Salvini anche in Giunta per le autorizzazioni a procedere dopo che i partiti di maggioranza hanno deciso di non partecipare alla seduta convocata per oggi e quindi di non votare contro l'ex ministro prima delle elezioni regionali di Emilia Romagna e Calabria

di Mauro Seminara

Quanto accaduto oggi in Giunta per le autorizzazioni a procedere ha dell’incredibile, ma anche parecchi spunti per grave preoccupazione nazionale. La maggioranza dei membri di Giunta era, come da giorno ormai noto, favorevole all’autorizzazione richiesta dal Tribunale dei Ministri di Catania per procedere a carico del senatore Matteo Salvini. In tal senso erano orientati i voti del Movimento 5 Stelle, che per l’analogo caso, quello della nave Diciotti, si era schierato a blindata difesa dell’ex ministro, ma anche il Partito Democratico ed Italia Viva. Favorevoli ad autorizzare il Tribunale dei Ministri anche i senatori Pietro Grasso e Gregorio De Falco, rispettivamente di Liberi e Uguali e del Gruppo Misto in Senato. Per l’ex ministro era ormai una caporetto in cui il Senato riconosceva che nell’accusa formulata dal Tribunale per i reati ministeriali non c’è alcuna traccia di fumus persecutionis di natura politica. La Giunta, dopo il precedente rinvio, si era riunita come da convocazione oggi alle 17, ma il risultato è stato un disastro politico, amministrativo ed anche elettorale per tutti. Di fatto, è stato il giorno in cui la classe politica italiana al gran completo ha ammesso tutte le valide ragioni per cui il popolo dovrebbe chiederle di farsi immediatamente e definitivamente da parte.

Il segretario delle due Lega, “Salvini Premier” e “Nord”, non aveva scampo e ad attenderlo c’era un ineludibile processo penale. A quel punto, spacciato, l’accusato ha drasticamente cambiato strategia e, insieme alla coalizione di centrodestra, ha annunciato che proprio “i suoi” in Giunta avrebbero dovuto votare perché possa affrontare il processo e farla finita una volta per tutte. Due gli obiettivi di fondo: il primo è il consenso che continua a mietere – in vista dell’ormai imminente voto regionale di Emilia Romagna e Calabria – elevandosi a vittima della magistratura e dell’opposizione mentre difendeva i confini nazionali e quindi l’Italia (da 135 disgraziati esausti e dall’equipaggio della nave militare italiana Gregoretti); il secondo è quello di poter accusare l’opposizione di volerlo “fare fuori” con il carcere dopo averli a lungo accusati di essere “manettari”. Una strategia che aumenta la fiducia nel leader leghista da parte degli sprovveduti che lo seguono come il più eroico dei patrioti, e che scalfisce ulteriormente quello verso le forze di opposizione. Fermo restando che in caso di processo, l’ex ministro, rischia davvero 15 anni di carcere. Ma di questo passo, prima che un eventuale processo in Tribunale dovesse chiudersi con una condanna definitiva, Salvini potrebbe avere anche già ottenuto i “pieni poteri” da presidente del Consiglio e la maggioranza per abolire il carcere ai politici.

In questo sconfortante quadro odierno, la maggioranza ha deciso di fare harakiri e piantarsi una spada katana nell’addome. Ma non nell’aula in cui era stata convocata la Giunta. Sui 23 membri di cui la Giunta per le autorizzazioni a procedere è composta, in aula erano infatti presenti solo dieci senatori. Tutti appartenenti all’opposizione. Cioè, tutti del centrodestra. Il Movimento 5 Stelle ed il Partito Democratico hanno sostanzialmente deciso di non partecipare, quindi di non votare contro Salvini. Una scelta che non è volta a delegare l’aula del Senato al voto ma a rimandare il voto. Rimandarlo dopo le elezioni regionali. Perché, come ha ripetuto anche il segretario del PD in questi giorni, non è con il carcere che bisogna battere l’avversario politico Salvini. Per mettere in atto questa “strategia” politica, la maggioranza ha decretato che la classe politica è al di sopra della legge e dei Tribunali per ragioni elettorali. La maggioranza, inadeguata a governare un Paese, tanto quanto l’attuale opposizione, non ha avuto il coraggio di tenere la barra dritta su ciò che era doveroso ed ineludibile fare ed ha disertato un aula di Commissione speciale come la Giunta per le autorizzazioni a procedere. Esattamente come si fa in aula quando un partito non vuol votare ma neanche bocciare un provvedimento. In aula c’erano solo i 5 membri leghisti, i 4 di Forza Italia ed l’esponente di Fratelli d’Italia.

La palla passa adesso al Senato, dove l’intera aula dovrà votare sulla richiesta di autorizzazione a procedere che la Giunta – grazie alla decisione della maggioranza – non ha chiuso con un pronunciamento ufficiale. Un caso pilatesco di una Giunta che segna così il definitivo tracollo della politica nazionale. Il voto in aula è infatti previsto per il 17 febbraio. Esattamente 22 giorni dopo le elezioni per cui i primari partiti di maggioranza non hanno autorizzato oggi il Tribunale dei Ministri chiudendo la vicenda con l’esclusione dell’ipotesi di persecuzione politica per affidarla alla magistratura. L’odierna convocazione della Giunta era illegittima per alcuni senatori che avevano ravvisato defezioni da parte del presidente di Giunta, il senatore Gasparri (Forza Italia), ma anche da ultimo del presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati che aveva deciso di rompere la posizione super partes per pronunciarsi sull’intenzione di voto prima della seduta odierna. Di questo avviso il senatore De Falco, ma anche il capo gruppo del PD al Senato Andrea Marcucci. Nel caso di specie, il presidente di Giunta Maurizio Gasparri avrebbe tenuto una condotta di parte, deferibile, negando ai senatori membri materiale ulteriore per decidere e votare. Ma le intenzioni di voto annunciate nei giorni scorsi alla stampa dai partiti M5S e PD non avevano lasciato intendere tale radicale ed inedita presa di posizione. Erano infatti tutti – pentastellati e dem – concordi nel votare in favore della richiesta del Tribunale dei ministri, fino a quando l’opposizione e lo stesso accusato non ha deciso di votare come loro. A quel punto, il coraggio è venuto meno.

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