Ocean Viking, a terra dopo 12 giorni ma per Salvini è “pacchia”

La Ocean Viking ha sbarcato questa mattina a Pozzallo i 104 naufraghi soccorsi il 18 ottobre. Tra loro anche 2 neonati, 2 donne in gravidanza e 41 minori non accompagnati di cui 27 maschietti e 14 femminucce. La Alan Kurdi è reduce da un incontro armato con i libici ma non le viene concesso un porto sicuro. La Open Arms ha soccorso 15 persone che stavano annegando in area SAR di Malta ma i porti sono chiusi comunque

di Mauro Seminara

La Ocean Viking ha ormeggiato questa mattina alle otto, come programmato, nel porto siciliano di Pozzallo. Dodici giorni dopo il soccorso in mare di 104 persone per le quali, declinato dalle Ong il porto non sicuro di Tripoli offerto dalla Libia, era iniziata una interminabile attesa con la richiesta formale di place of safety alle autorità di Italia e Malta domenica 20 ottobre. Dieci giorni dopo la richiesta, con in mezzo una chiusura di campagna elettorale regionale e conseguente voto, la Ocean Viking ha finalmente visto le bitte di un porto sicuro a cui fissare le proprie cime. Dodici giorni in mare per uomini, donne, bambini e neonati, ma per l’ex ministro dell’Interno: “Per le navi delle ONG straniere cariche di immigrati ricomincia la pacchia“. Segno che senza il tema dei migranti e delle navi ONG il segretario federale della Lega ha pochi argomenti, Salvini è così intervenuto su un calvario durato quasi due settimane come per la media delle navi umanitarie che da ministro aveva tentato di fermare scontrandosi puntualmente con il diritto internazionale.

Salvini non si limita a definire “pacchia” le quasi due settimane in mare con burrasche e tempeste senza ipotesi di porto sicuro e tutti i precedenti subiti in Libia prima dell’imbarco. Il segretario federale della “Lega Salvini Premier” aggiunge anche la chiamata alle armi degli amministratori di fede padana: “Sindaci e governatori della Lega diranno di no a ogni nuovo arrivo di clandestini“. L’argomento proposto è inattuabile, ma il leader della Lega sa bene che ai suoi elettori non interessa la realtà giuridica delle sue affermazioni. Anzi, con i fasci dietro l’angolo che bramano perfino questo tipo ti autoritarismo contra legem. Ma mentre Matteo Salvini coglie l’occasione di una ONG in porto per rilanciare la sua più efficace propaganda, in acque internazionali si trovano la Alan Kurdi e la Open Arms con a bordo poco più di cento persone salvate dai libici armati in un caso e da un naufragio assicurato nell’altro. La propaganda leghista si scontra infatti con una agghiacciante realtà dei fatti: il Viminale del ministro Luciana Lamorgese non sta presentando alcuno spunto di umanità che possa far intendere il cambio di Governo e di ministro dell’Interno.

La differenza però c’è e si vede, ad occhi attenti. Con i 104 a bordo della Ocean Viking per dodici giorni, i 90 a bordo della Alan Kurdi dopo le raffiche di mitra dei libici ed i salvataggi in mare miracolosamente effettuati dalla ONG ed i 15 che stavano affondando perché nessuna Guardia Costiera aveva provato ad andare a soccorrerli ad eccezione della Open Arms, fosse stato il ministro della propaganda a dirigere il Viminale ci sarebbero state campagne pilotate degne di social e piazze inferocite. Pare invece che il governo di pseudo centro con moderazione a sinistra abbia una sorta di salvacondotto sull’implacabile politica condotta contro le ONG ed a discapito delle vite umane. La Alan Kurdi attende infatti un porto sicuro da sabato 26 ottobre, ed ancora nelle orecchie dei naufraghi come in quelle dei soccorritori vibra il riverbero delle raffiche di mitragliatrice sparate dai libici che l’Italia intende “guardia costiera”. Traumi su traumi e vite salve solo grazie a quei giubbotti di salvataggio distribuiti dai soccorritori della ONG tedesca Sea Eye prima dell’arrivo della milizia libica. Eppure, di porto sicuro alla Alan Kurdi non se ne parla come non se ne parla per la Open Arms, che oltre a salvare 15 persone, tra cui donne e bambini, ha salvato Italia e Malta da una giusta incriminazione per omicidio colposo plurimo causato dall’omissione del soccorso.

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