Ocean Viking, c’era una volta lo stato d’emergenza – FOTO

Dal primo soccorso effettuato in data 25 giugno alla dichiarazione di stato di emergenza a bordo, il calvario della nave rifiutata dall'Europa e dei naufraghi che tentano il suicidio senza che alcun Paese civile se ne faccia carico. A bordo della Ocean Viking ci sono anche 17 minori senza familiari al seguito

di Mauro Seminara

Siamo ormai tristemente assuefatti all’idea che tutto quello che riguarda i migranti eccede le regole imposte dalle leggi nazionali ed anche quelle sovranazionali. Il comandante della Ocean Viking, nave della Ong internazionale SOS Mediterranee, ieri è stato costretto a dichiarare lo stato d’emergenza a bordo. Una circostanza che si verifica così per la prima volta a bordo della nave della organizzazione non governativa internazionale. Dal 2015 fino a ieri, mai con la Aquarius e mai con l’attuale nave Ocean Viking era stato dichiarato lo stato d’emergenza a bordo. Ma questa volta la condizione a bordo è diversa e lo certificano i due migranti che due giorni fa, il 2 luglio, si sono gettati dal ponte della nave. Miracolosamente salvi, ma gravemente turbati psicologicamente. Alessandro Porro, presidente di SOS Mediterranee Italia e membro attuale del team a bordo della nave, ai microfoni di Radio radicale ha raccontato la situazione di grave disagio che si vive a bordo, con persone che non comprendono come e perché in Europa non ci sia un porto nel quale viene loro concesso di sbarcare ed anche dei propositi di suicidio di alcuni naufraghi salvati in mare dalla Ong (foto sotto).

Il triste calvario della Ocean Viking, che ancora oggi vaga al largo di Pozzallo tra la costa sudest della Sicilia e Malta, inizia il 26 giugno, all’indomani di due salvataggi effettuati in area di competenza e responsabilità SAR (ricerca e soccorso) italiana (foto sotto). La nave era intervenuta in soccorso di una barca con 51 persone a circa 30 miglia da Lampedusa, la dove ormai è consuetudine che migranti muoiano e che corpi privi di vita vengano poi trovati ancora impigliati nel relitto di ciò che speravano li conducesse lontani dall’inferno che si erano lasciati alle spalle. Il secondo soccorso, lo stesso giorno, lo aveva condotto in favore di una barca con 67 persone dal porto di Lampedusa distava ancora circa cento miglia. Il giorno successivo, con 118 naufraghi a bordo, la nave aveva chiesto formalmente un place of safety (luogo sicuro di sbarco) alle autorità italiane e maltesi, ma nessuna risposta positiva era giunta a bordo. Nel frattempo la Ocean Viking aveva navigato e si era anche trovata ad intervenire in soccorso di altre imbarcazioni in evidenza di pericolo.

Il 30 giugno erano già varie le reiterate richieste di place of safety che la nave aveva inviato a Italia e Malta senza alcun esito positivo. E a quella data erano già svariate le barche che si trovavano in difficoltà nel Mediterraneo centrale e che nessuna autorità marittima nazionale andava a soccorrere. Lampedusa era presa d’assalto con barchini a raffica che dalla Tunisia la raggiungevano in completa autonomia mentre le unità navali di stanza sull’isola si limitavano, come da probabili disposizioni, ad accompagnarle per l’ultimo miglio o ad assisterle mentre ormeggiavano fai-da-te. Martedì 30 giugno la Ocean Viking è intervenuta in soccorso di altre due barche, una con 47 e l’altra con 16 persone a bordo. Entrambe decine di miglia a sud di Lampedusa. Il porto sicuro di sbarco ancora non le viene assegnato né dall’Italia, che è la più vicina, né da Malta che era competente per area SAR dei soccorsi. La sera precedente però l’Italia aveva concesso alla Ocean Viking un medevac, cioè l’evacuazione medica urgente di una persona il cui stato di salute non era dei migliori e che poi ha trascorso circa 36 ore sulla banchina del molo militarizzato pelagico in attesa dell’esito di un tampone per il Covid risultato infine negativo (foto sotto).

La Guardia Costiera aveva effettuato il medevac vicino Lampedusa, a nordest dell’isola, ma alla nave nessuna concessione di porto sicuro veniva fatta. La situazione a bordo nel frattempo si aggrava e le persone rifiutate dal mondo intero iniziano a patire disagio psicologico, in alcuni casi anche grave. Il 2 luglio, dopo svariate richieste di porto sicuro ed una evacuazione medica, il team di soccorritori è costretto a fiondare in mare il rhib (lo scafo veloce usato per le operazioni SAR) e soccorrere due dei naufraghi già soccorsi nei giorni precedenti: si erano gettati dal ponte della nave. L’esito del grave stress subito dal soggetto rifiutato dalla società e costretto a bordo di una nave senza prospettive per il futuro l’Italia lo conosce bene. La nave in questo caso era la Moby Zazà, noleggiata dal Governo italiano come “nave quarantena”, ed il migrante che si era gettato dal ponte era un 22enne che le autorità hanno recuperato morto a circa due miglia di distanza dalla simpaticamente variopinta nave da isolamento. Questo episodio, verificatosi a bordo della Ocean Viking con due naufraghi, fortunatamente vivi grazie alla prontezza dei soccorritori, non ha cambiato la posizione dell’autorità nazionale che ha comunque negato il porto sicuro.

Il corpo del giovane migrante tunisino nel bodycase a bordo della motovedetta della Guardia di Finanza nel porto di Porto Empedocle

A bordo della Ocean Viking ci sono adesso 180 persone su 181 soccorse – uno era stato evacuato il 29 giugno a Lampedusa – e di queste sono 118 quelle a bordo da nove giorni. Ci sono anche due donne e 25 minori, 17 dei quali senza un familiare al seguito. Ma anche dei minori sembra non interessare a nessuno in una Europa che anziché evolversi socialmente sembra prossima al baratro di un oscuro medioevo. Il disagio cresce e dalla plancia di comando della nave parte una richiesta di evacuazione medica urgente per 44 persone in grave stato di disagio psicologico. Il medevac viene richiesto nelle primissime ore del 3 luglio, ma nessuna autorità nazionale intende farsene carico. Il personale a bordo fa quello che può, ma la condizione degenera ed il comandante della nave, che non è un volontario della organizzazione non governativa ma la massima autorità a bordo, ingaggiata per condurre una nave da 80 metri, dichiara lo stesso giorno lo stato di emergenza a bordo. Oggi è il 4 luglio 2020, la Ocean Viking all’ora di pranzo non ha ancora visto il medevac concesso per le 44 persone più vulnerabili ed anche lo stato di emergenza dichiarato a bordo non ha avuto alcuna conseguenza. Nessuna Centrale di Coordinamento per il Soccorso Marittimo (MRCC) risulta avere assunto il controllo della nave o autorizzato l’approdo urgente in un porto sicuro e la nave si trova ancora oltre il confine delle acque internazionali italiani, tra Italia e Malta.

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