Sea Watch sfida guardia costiera libica e Salvini: “adesso porto sicuro più vicino subito”

Il soccorso è stato effettuato quando la cosiddetta guardia costiera libica aveva detto di aver assunto il coordinamento ma senza la presenza di alcuna imbarcazione da soccorso libica. La nave della Ong sta navigando verso est ma attende indicazione di porto sicuro per sbarcare le 52 persone soccorse. Il “decreto sicurezza bis” varato ieri attende la firma di emanazione del presidente della Repubblica

Credit photo: Nick Jaussi / Sea Watch

di Mauro Seminara

Il gommone in precarie condizioni, come tutti i gommoni libici sovraccarichi, era stato avvistato dal Colibrì. Il piccolo velivolo della Ong tedesca aveva indicato la posizione questa mattina alle 09:53 e sul punto si era diretta la Sea Watch 3. La nave della Ong era ridiscesa in area, attribuita alla responsabilità SAR della Libia, dopo il lungo stallo sul soccorso dei 97 profughi infine operato dal pattugliatore P-61 di Malta. Il gommone si trovava a 47 miglia nord di Zawiya, in SAR libica, e della presenza era stata avvertita la cosiddetta guardia costiera del Paese nordafricano. Infine, la Sea Watch 3, precisando di essersi attenuta al diritto internazionale, ha soccorso 52 profughi prendendoli a bordo della piccola nave da soccorso umanitario.

“La cosiddetta guardia costiera libica successivamente comunicava di aver assunto il coordinamento del caso. Giunti sulla scena, priva di alcun assetto di soccorso, abbiamo proceduto al salvataggio come il diritto internazionale impone. I naufraghi sono ora a bordo della Sea Watch 3.” Questo l’annuncio a mezzo Twitter della Ong che sottolinea quindi l’assunzione formale del coordinamento ma l’assenza di mezzi navali da soccorso al momento dell’arrivo sul punto indicato dal velivolo Colibrì. Uno dei responsabili della missione Mediterranea Saving Humans, Beppe Caccia, appreso dell’evento, ha subito annunciato che le 52 vite umane salvate sono un’ottima notizia e che “adesso deve essere assegnato subito il porto sicuro più vicino”.

La Libia non è un porto sicuro, e nessuno può imporre alla Sea Watch 3 di sbarcare i 52 profughi – appena fuggiti da quel porto in guerra – in uno dei porti libici. A largo di Zarzis, il porto a sud della Tunisia prossimo al confine con la Libia, da undici giorni c’è la Maridive 601 con 75 persone a bordo. La Tunisia non intende, in alcun modo, farsi considerare porto sicuro più vicino e nega l’autorizzazione allo sbarco dei 75 profughi soccorsi dalla nave da servizio logistico delle piattaforme petrolifere. Esclusi i due Paesi nordafricani, il Place of Safety, il porto sicuro più vicino, è italiano e si chiama Lampedusa. La Sea Watch 3, in questo momento, nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, naviga ad est invece che verso nord. Le previsioni erano effettivamente di un notevole numero di partenze di profughi dalla costa della Libia grazie a condizioni meteo decisamente favorevoli.

Ieri è stato varato in Consiglio dei ministri il cosiddetto “Decreto sicurezza bis” di Matteo Salvini e contro le Ong prima di tutti, ma anche in danno alla marina mercantile internazionale che dovesse decidere di prestare soccorso ad un natante carico di migranti in difficoltà. Il ministro dell’Interno, tra un tweet sui gabbiani di Roma ed uno in cui pretende rispetto dall’Europa, riesce anche a dirsi orgoglioso del “decreto sicurezza bis” che però attende la firma di emanazione del presidente della Repubblica. Il decreto varato e presentato ieri a Palazzo Chigi non sarebbe quindi ancora vigente durante il soccorso operato dalla Sea Watch 3. In ogni caso, l’intervento della nave Ong e l’impossibilità di ricondurre – a meno che non si vogliano violare svariate leggi nazionali ed internazionali – i profughi in Libia o in Tunisia, metterà adesso inevitabilmente alla prova la efficacia del “sicurezza bis” e la sua costituzionalità. Anche se questo costerà l’ennesimo sequestro probatorio della nave Sea Watch 3.

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