Frontiera

Le comunità, soprattutto quelle isolane, reagiscono coralmente al pericolo e al dolore. Come Lampedusa, raggiunta da barconi sempre più carichi di migranti o da un infinito numero di barchette, o come Lipari, che nel proprio sguarnito ospedale (non basta disporre di un ospedale, è anche necessario che funzioni) ha visto morire senza diagnosi appropriata una giovane di 22 anni.

di Vittorio Alessandro

Le comunità, soprattutto quelle isolane, reagiscono coralmente al pericolo e al dolore. Come Lampedusa, raggiunta da barconi sempre più carichi di migranti o da un infinito numero di barchette, o come Lipari, che nel proprio sguarnito ospedale (non basta disporre di un ospedale, è anche necessario che funzioni) ha visto morire senza diagnosi appropriata una giovane di 22 anni.

La risposta immediata degli isolani e dei loro sindaci, comprensibilmente senza mediazioni come quella di un padre a cui è stato tolto un figlio, consiste nell’occupare le banchine, il luogo cardine del commercio e dell’economia turistica.

Così a Lampedusa si assiste allo struggente allontanamento delle navi e delle motovedette, ciò che in un’isola costituisce rifornimenti e sicurezza.

Il governo (questo e gli altri che lo hanno preceduto) non ha capito che la frontiera non è il luogo dei muri, ma quello estremo dei simboli e del sentimento di appartenenza. Non lo tradisca. Non mandi costose e inabitabili navi quarantena, destinate a battere inutilmente l’onda, indesiderate dai porti. Crei canali, ponti che da Lampedusa  distribuiscano i migranti altrove in Europa. Lo faccia subito, è urgente.

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