Contraddizioni agenzie ONU tra soccorso in mare e SAR alla Libia

Le agenzie ONU denunciano l’assenza di soccorsi nel Mediterraneo centrale ma l’IMO registra ancora la SAR “libica” e Frontex collabora con Italia e Malta per fare respingere verso la Libia i migranti del Mediterraneo. Rapporto OIM del 12 maggio: "serie preoccupazioni sul destino delle navi in pericolo e dei cosiddetti naufragi invisibili"

Foto d'archivio

di Fulvio Vassallo Paleologo

Un recente documento delle principali agenzie delle Nazioni Unite che si occupano di migranti e rifugiati denuncia la situazione terribile che le persone in transito soffrono nei territori libici contesi dalle milizie che da tempo hanno ingaggiato una crudele guerra civile. Gli abusi ai danni dei migranti sono ormai generalizzati anche nei centri di detenzione controllati dal governo di Tripoli, nei cosiddetti centri “governativi” per i quali l’Italia e l’Unione Europea hanno previsto consistenti aiuti economici.

Il rapporto documenta una situazione che era già nota dal 2018, ancora più grave dopo l’attacco sferrato dal generale Haftar alla Tripolitania ed al Fezzan ( Libia meridionale), ma non evidenzia come sia venuta meno qualsiasi capacità di soccorso nelle acque del Mediterraneo centrale, come invece sembra ricavarsi da un coevo Rapporto dell’OIM, che, sotto questo punto di vista, chiama in causa i governi degli Stati che hanno tentato da tempo di chiudere i loro porti, fino ai più recenti provvedimenti giustificati sull’onda dell’emergenza per la pandemia da COVID-19. Dai rapporti e dai comunicati stampa delle diverse agenzie ONU non emergono invece responsabilità direttamente attribuibili a Frontex che ha da tempo ritirato tutte le sue imbarcazioni ( che erano oltre 10 nel 2015), per limitarsi al tracciamento aereo ed alle attività di intelligence, nella lotta contro quella che si definisce come “immigrazione illegale” ( law enforcement).

Una attività che facilita le attività di intercettazione dei barconi partiti dalle coste libiche e tunisine, e dunque la riconduzione dei naufraghi verso la Libia, ma non ne accelera i soccorsi, come è dimostrato dai tragici eventi legati alla strage della notte tra il 13 ed il 14 aprile scorsi, a sud di Lampedusa, oltre che dai ritardi nelle ultime operazioni di soccorso operate nello stesso periodo dalla Alan Kurdi e dalla Aita Mari. Intanto, dopo il fermo amministrativo delle ONG nel porto di Palermo, sono aumentati gli “sbarchi autonomi”, a Lampedusa e non solo, che non sono affatto gli “sbarchi fantasma” sui quali si continua a fare propaganda. Perché si tratta in ogni caso di sbarchi di persone che viaggiano su barconi monitorati dagli assetti aerei e navali europei prima ancora che entrino in acque territoriali. Ma che non si vuole soccorrere prima che arrivino in prossimità di un porto italiano. E dopo i soccorsi nella cosiddetta SAR maltese, lunghi periodi di quarantena, magari a bordo di barconi fatiscenti ancorati al di fuori delle acque territoriali, come sta avvenendo da troppi giorni davanti a La Valletta.

Il comunicato in italiano delle diverse organizzazioni delle Nazioni Unite (UNHCR-OCHA-UNICEF-UNFPA-WFP-OMS-OIM) pubblicato lo scorso 14 maggio rende solo parzialmente la portata della denuncia contenuta in un coevo rapporto redatto dall’OIM in lingua inglese, trascurando la situazione di grave abbandono che soffrono i naufraghi nelle acque del Mediterraneo centrale. Una situazione che non è certamente imputabile soltanto alle autorità libiche, ma che chiama in causa direttamente i governi italiano e maltese, e l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne FRONTEX. Viene comunque confermata la mancanza di trasparenza, oltre che di interventi tempestivi, da parte di tutte le autorità statali e dell’agenzia FRONTEX, coinvolte a vario titolo nelle attività di ricerca e salvataggio sulla cosiddetta “rotta libica” ( e tunisina).

Secondo il rapporto dell’OIM “COVID-19 Control Measures, Gap in SaR Capacity Increases Concern About ‘Invisible Shipwrecks’ del 12 maggio scorso, “Le misure attuate dai governi in risposta a COVID-19, tra cui chiusure di porti, ritardi nello sbarco e la ridotta presenza di navi di ricerca e salvataggio sulla rotta sempre più trafficata del Mediterraneo centrale, stanno sollevando serie preoccupazioni sul destino delle navi in pericolo e dei cosiddetti ‘naufragi invisibili’.” “Stiamo assistendo a un costante aumento del numero di navi sull’acqua di cui siamo a conoscenza e l’assenza di operazioni di ricerca e salvataggio statali e guidate da ONG rende difficile sapere tutto ciò che sta accadendo in mare”, ha affermato Frank Laczko, direttore del Global Data Migration Data and Analysis Center di IOM. “La risposta a COVID-19 ha avuto un impatto decisivo sulla nostra capacità di raccogliere dati precisi. La rotta del Mediterraneo centrale rimane la più pericolosa rotta di migrazione marittima sulla terra e, nel contesto attuale, sono cresciuti i rischi di naufragi invisibili lontani dalla percezione della comunità internazionale”.

Secondo quanto riporta AFP giorno 8 maggio scorso, le Nazioni Unite “hanno espresso allarme per le notizie secondo cui i Paesi non riescono ad aiutare i migranti in difficoltà nel Mar Mediterraneo, bloccando l’assistenza delle ONG e coordinando i respingimenti delle loro imbarcazioni. Il portavoce dell’ufficio per i diritti delle Nazioni Unite, Rupert Colville, ha avvertito durante un briefing virtuale sulla stampa che tali misure “stanno chiaramente mettendo a rischio la vita”: “Siamo profondamente preoccupati per le recenti segnalazioni di incapacità di assistere e coordinare i respingimenti delle imbarcazioni migranti nel Mediterraneo centrale, che continua ad essere una delle rotte migratorie più mortali al mondo”.

Da quest’ultimo rapporto si ha conferma di quanto denunciato da pochi giornalisti indipendenti e trascurato dai media. Il 15 aprile, l’UNSMIL ha verificato che 51 migranti e richiedenti asilo, tra cui 8 donne e 3 bambini, sono state oggetto di un respingimento collettivo in Libia su una barca privata maltese dopo essere stati intercettati nelle acque maltesi. I migranti sono stati inviati al centro di detenzione di Takiq al-Sikka.

Durante i sei giorni che hanno trascorso in mare prima di essere soccorsi, cinque persone erano morte e altre sette sono scomparse e si presume che siano annegate. Nel rapporto dell’ONU si aggiunge che “Siamo anche consapevoli delle affermazioni secondo cui le chiamate di soccorso ai pertinenti centri di coordinamento per il salvataggio marittimo sono rimaste senza risposta o sono state ignorate, il che, se vero, mette seriamente in discussione gli impegni degli Stati interessati a salvare vite umane e rispettare i diritti umani. Nel frattempo, la Guardia costiera libica continua a riportare le navi sulle sue coste e collocare i migranti intercettati in strutture di detenzione arbitrarie dove si trovano ad affrontare condizioni orribili tra cui torture e maltrattamenti, violenza sessuale, mancanza di assistenza sanitaria e altre violazioni dei diritti umani. Queste strutture sovraffollate sono ovviamente ad alto rischio di essere attaccate dal COVID-19″.

Il Rapporto dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite Colville si conclude con la richiesta di una moratoria su tutte le intercettazioni ed i ritorni in Libia. Quindi l’accorato appello: “In conformità con le nostre linee guida recentemente pubblicate su COVID-19 e sui migranti, ribadiamo che gli Stati devono sempre rispettare i loro obblighi ai sensi dei diritti umani riconosciuti dal diritto internazionale e del diritto dei rifugiati”. Secondo Rupert Colville, nonostante il COVID-19, le operazioni SAR ( ricerca e salvataggio) dovrebbero essere mantenute e lo sbarco rapido assicurato in un porto sicuro (place of safety), garantendo al contempo la compatibilità con le misure di sanità pubblica.

Non si comprende a questo punto cosa si attenda, da parte delle Nazioni Unite per sospendere la registrazione della cosiddetta SAR libica da parte dell’IMO (Organizzazione internazionale del mare), che pure è un organo delle stesse Nazioni Unite. Zona SAR libica che da tempo costituisce la base per la collaborazione con la sedicente guardia costiera libica sulla quale Malta, Italia ed Unione Europea hanno basato le loro politiche di guerra ai soccorsi umanitari e di esternalizzazione dei respingimenti, delegati alle motovedette donate al governo di Tripoli e coordinate da assetti aerei e navali italiani ed europei. Sarebbe anche tempo che qualcuno indaghi sull’utilizzo da parte di Malta di imbarcazioni private camuffate da pescherecci per operazioni di push back verso la Libia.

Infine rimane da accertare, anche con esposti alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, al Tribunale Penale internazionale e ai tribunali nazionali, il rispetto, da parte degli Stati e dell’agenzia Frontex, delle regole vincolanti sui soccorsi in mare, dettati, oltre che dalle Convenzioni internazionali, dai Regolamenti europei su Frontex n. 656 del 2014 e n. 1624 del 2016. Di certo dopo questi rapporti delle Nazioni Unite, che confermano altri rapporti dell’UNHCR già pubblicati nel 2018, nessuno potrà dire: io non sapevo. Spetta in particolare ai parlamentari europei accertare le attività attualmente in corso come law enforcement ( contrasto dell’immigrazione “illegale”) nel Mediterraneo centrale, i livelli di collaborazione con i libici ed il rispetto da parte degli stati e dell’agenzia Frontex di tutte le norme cogenti che sono poste a salvaguardia della vita umana in mare.

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