Il papello

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

Se l’Italia non fosse un Paese triste e senza memoria ricorderemmo un po’ di più i nostri grandi errori, e potremmo quindi fare qualcosa per evitare di ripeterli. Soprattutto se errori recenti che bruciano ancora sulla pelle di molti. Sembra invece assai lontano il ricordo delle stragi che hanno squarciato gli anni ’90 italiani ed argomento di scarso interesse è ormai quella disperata ricerca della verità sulla trattativa fra Stato e mafia stragista. La negoziazione, almeno secondo la verità fino ad oggi conosciuta, tra la Repubblica italiana e la milizia corleonese che asfissiava la Sicilia, intimidiva l’Italia e riduceva in brandelli quelli che oggi vengono celebrati – giusto un giorno all’anno – come gli eroi nazionali, pare grazie all’assistenza di parti deviate dei servizi segreti dello Stato, inizia con il fatidico “papello” che il capo dei capi di Cosa Nostra mise sul tavolo del Governo. La mafia voleva concessioni e garanzie dallo Stato, e la definizione di “Stato” è “comunità di individui”. Cioè, Popolo. Lo stesso popolo che subiva l’oppressione di quella mafia con cui alcuni suoi alti esponenti tenevano cordiali rapporti.

Le concessioni territoriali che la mafia pretendeva dallo Stato estendevano un dominio che nessuna legge e nessun principio morale avrebbero mai potuto tollerare. Pensare quindi che oggi lo Stato italiano si appresta ad accettare il “papello” di Fayez al Serraj, non per fermare stragi a suon di tritolo ma per fermare persone che tentano di fuggire, e che gli italiani accettano questa notizia con indifferenza è sconvolgente. Il “Codice di condotta” emesso dal Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, a tratti fedele al Codice di condotta di Minniti, è una estensione di potere in acque internazionali degna di un “papello” di corleonese memoria che lo Stato italiano si appresta a sottoscrivere per tacita accettazione annessa alla proroga degli accordi in scadenza. Quella sedicente guardia costiera, quella milizia distrettuale contigua o sovrapposta ai trafficanti, avrà facoltà di veri e propri atti di pirateria in una sconfinata area di acque internazionali che si estende per settanta miglia. I “guardacoste” potranno salire a bordo delle navi ONG ogniqualvolta ne avranno voglia. E considerando che già conosciamo gli atti di pirateria dei guardacoste libici contro i pescherecci italiani, ciò equivale ad accettare di chiudere un occhio in quel tratto di Mediterraneo su tutte le violazioni e gli abusi che i capi mandamento della costa libica vorranno compiere. Basterebbe per un formale invito diplomatico con cui chiudere al presidente libico di Tripoli di non costringere la Marina Militare italiana ad implementare le proprie regole d’ingaggio in difesa di navi civili. Invece…

L’indifferenza verso queste politiche, e verso le persone, già vittime, che le subiscono, sembra fare parte di quella quiete che tutto sommato avvolge la difesa da parte di alcuni partiti del diritto di propagare odio, razzismo e antisemitismo. La proposta dalla senatrice a vita Liliana Segre, già vittima delle leggi razziali, reduce del campo di sterminio di Auschwitz Birkenau in cui venne deportata a tredici anni, oggi bersaglio di rigurgiti digitali di indole nazista, istituire una Commissione parlamentare straordinaria contro odio, razzismo e antisemitismo. La mozione è stata approvata dal Senato con 151 voti favorevoli e nessuno contrario. Ma la cifra della giornata parlamentare di ieri non sta tra i numeri di favorevoli e contrari, ma in quello degli astenuti. Per 98 senatori italiani, l’istituzione di una Commissione straordinaria contro chi istiga all’odio ed alla violenza non è mozione da votare. Non merita la loro approvazione. Inutile ricordare i nomi dei partiti di cui sono onorevoli senatori gli astenuti. Legittimazione politica del fenomeno di ritorno del nazismo e del fascismo, questa è l’astensione sulla mozione di Liliana Segre. E malgrado la maggioranza del Senato abbia approvato la proposta della senatrice con il tatuaggio del lager nazista sul braccio, sembra che alla maggioranza del Parlamento italiano stia bene il rinnovo degli accordi con chi ha creato lager per deportati in Libia ottant’anni dopo quelli della Germania. Ma forse non abbiamo mai abbandonato certe pratiche, ci limitiamo ad esternalizzare oltre frontiera. In fin dei conti, Auschwitz Birkenau è in Polonia. Mica in Germania!

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