Caso Sea Watch, da Lampedusa la sfida alle leggi internazionali

La nave della Ong tedesca non entrerà in porto a Lampedusa per oggi. L’equipaggio ha comunque intenzione di avvalersi dei propri diritti, sanciti da convenzioni internazionali. Le Nazioni Unite condannano la violazione dei diritti umani di decreto sicurezza e direttive ministeriali di Matteo Salvini

di Mauro Seminara

La Sea Watch 3 era rimasta a 13 miglia da Lampedusa, in acque internazionali, anche dopo il trasbordo di ieri mediante cui la Guardia Costiera ha fatto scendere a terra 18 dei 65 profughi soccorsi mercoledì nel Mediterraneo centrale. La nave ha ondeggiato tutta la notte a causa del mare agitato che a largo dell’isola era decisamente più forte. Questa mattina la decisione di forzare il blocco al confine con le acque territoriali italiane. Il motivo è lo stato di salute, fisica e mentale, delle persone rimaste a bordo dopo che i loro compagni di sventura sono scesi sull’isola. Così, capitano ed equipaggio della nave, hanno deciso di avvalersi dei propri diritti ed entrare in acque italiane malgrado la circolare ad navem del ministro dell’Interno e le promesse-minacce di privazione della libertà in caso di avvicinamento. La circolare ministeriale firmata da Matteo Salvini ha citato addirittura la convenzione di Montego Bay, accordo sottoscritto in Jamaica nel 1982 da 155 Paesi, con cui si regolamentavano i diritti del mare in piena guerra fredda. E come in tempi di guerra, con passaggi di sottomarini russi nei mari atlantici, per il ministro Salvini la Sea Watch 3 con profughi – fra cui molte donne e bambini – a bordo è una nave “non inoffensiva” che quindi attenta alla sicurezza nazionale della nazione.

In pieno dibattito politico, intensificato dal rapido approssimarsi delle elezioni europee, il titolare del Viminale – e vicepremier – entra in conflitto con il premier sulle competenze riguardanti la Sea Watch 3 ed i tweet si fanno sempre più propagandistici e sempre meno supportati da fondamenti giuridici.” Quella nave ONG, finché il ministro dell’Interno sono io, in un porto italiano NON ENTRA”, ha twittato il ministro Salvini mentre la nave della Ong raggiungeva un punto di riparo dal mare mosso, a circa un paio di chilometri dal porto. Immediatamente dopo, dallo stesso account di Matteo Salvini partiva quest’altro messaggio: “Mai dirò a qualcuno ‘Voltati dall’altra parte’ se vede morire un bambino. Vittime, malati, bambini e accompagnatori sono scesi da #SeaWatch3 ma finché sarò ministro quella nave qua non arriva”. L’arrivo in porto, a Lampedusa, è stato infatti fino alle 21 di questa sera negato. La Sea Watch 3 continua a ballare come una sedia a dondolo ad un miglio da Lampedusa. Per lo Stato italiano i profughi che vi sono a bordo sono persone da respingere, verso altri porti, senza neanche appurare la loro identità e la loro provenienza. Continua quindi la sfida del Governo italiano – in particolare del ministro dell’Interno – alle leggi nazionali, internazionali ed anche alla stessa Costituzione italiana. Al ministro rimangono adesso solo otto giorni, barricato dietro le proprie posizioni, prima di iniziare a dover prevedere le conseguenze delle proprie azioni e delle proprie direttive e decreti. Anche l’ONU, infatti, ha deciso di pronunciarsi condannando il decreto sicurezza e le direttive emesse dal Ministero dell’Interno perché violano i diritti umani. Tra otto giorni si vota e Matteo Salvini sembra volersi giocare il tutto per tutto, ma le sue politiche in materia di immigrazione sembrano avere i giorni contati. Il segretario federale della Lega, in campagna elettorale permanente da ministro, pare aver trovato avversari capaci di chiudere la sua parentesi al Viminale.

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