Kafka e il caso Lucano

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

Domenico Lucano è una persona semplice ed onesta. Mimmo, come lo chiamano tutti, amministrava il piccolo Comune di Riace. Un nome, quello del paesino calabrese, famoso in tutto il mondo per le sculture bronzee trovate nel suo mare. Ma del piccolo paese di Riace il mondo non sapeva assolutamente. Nessuno, probabilmente neanche il Governo centrale, sapeva ad esempio che il piccolo Comune calabrese stava morendo come tanti altri nella stessa regione. Spopolato e schiacciato tra crisi e ‘ndrangheta che in Calabria ha colpito il libero mercato come un virus letale, Riace era un piccolo borgo dalle case vuote. Mimmo Lucano ha chiamato quei riacesi emigrati, ha aperto quelle case, ha messo in piedi un sistema di accoglienza integrata, ha dato il via ad una vera inclusione di nuovi cittadini di Riace. Cittadini dalla pelle scura, ma che vivevano in armonia con quanti nel piccolo paese del sud Italia si ostinavano a rimanere. Così, grazie al sindaco Mimmo, Riace ha ricominciato a vivere. I riacesi hanno ripreso a tramandare maestranze, interrotte dal migrare delle nuove generazioni, a migranti che invece di andar via da Riace vi si sono stabiliti ringraziando ogni giorno per la semplice e genuina accoglienza. Nel frattempo, come da principio dello scambio culturale, i nuovi cittadini di Riace hanno iniziato – fieri e felici – a trasmettere ai riacesi le loro tradizioni manufatturiere e culinarie. Era un modello di inclusione perfetto quello di Riace. Era il “Modello Riace”.

Il “Modello Riace” era un modello da esportare, che veniva osservato e studiato da ricercatori provenienti da tutto il mondo. Era il modello che aveva permesso ad un piccolo borgo antico e ormai quasi disabitato di rinascere e agli immigrati di inserirsi nella società che li ospitava senza frizioni e senza dover rinnegare la propria cultura e le proprie tradizioni. Il meccanismo attuato da Mimmo Lucano era semplice, come solo un vero amministratore locale poteva ideare ed attuare. Un sistema di gestione delle attività e dei fondi che non creava dispersione di denaro pubblico, non causava lucro a perdere e rianimava l’economia locale con un circuito circolare basato sulla microeconomia di un piccolo paese. Nel 2016 il sindaco Mimmo è stato inserito nella classifica della rivista americana Fortune tra i 50 leader più influenti al mondo. Fortune motivava in questo modo l’inserimento di Mimmo Lucano nella “Top50” del 2016: “Per decenni l’emigrazione ha prosciugato la vita da Riace, un paese di 2.000 abitanti sulla costa calabrese. Quando una nave carica di rifugiati curdi raggiunse le sue coste nel 1998, Lucano, allora insegnante, vide un’opportunità. Offrì loro gli appartamenti abbandonati di Riace insieme alla formazione professionale. Diciotto anni dopo, il sindaco Lucano viene accolto per aver salvato la città, la cui popolazione comprende ora migranti provenienti da 20 paesi e per aver ringiovanito la sua economia. (Riace ha ospitato più di 6.000 richiedenti asilo in tutto). Sebbene la sua posizione pro-rifugiato lo abbia messo a confronto con la mafia e lo Stato, il modello di Lucano viene studiato e adottato come soluzione alla crisi dei rifugiati in Europa”.

Il sindaco Mimmo, come anche dall’altra parte del mondo hanno compreso, nel mettere in atto il suo virtuoso meccanismo di rinascita di Riace, si è dovuto scontrare con la mafia, la ‘ndrangheta, ma anche con lo Stato. Ed avere lo Stato nemico mentre si combatte la mafia è una situazione di cui lo Stato italiano dovrebbe vergognarsi. Ma in Italia accade spesso quello che neanche la fantasia dei grandi romanzieri può partorire. Chissà cosa avrebbe ispirato in Kafka il caso Lucano. Forse “Il processo” kafkiano sarebbe stato ancora più ansiogeno e claustrofobico, oppure avrebbe scritto di sana pianta un nuovo romanzo ispirandosi al sindaco del piccolo paese calabrese. Quel che è certo è ciò che realmente accadde. Mimmo Lucano venne messo alla gogna mentre un procedimento giudiziario lo inquadrava alla stregua dei peggiori e più corrotti politici, ai quali gli italiani sono piuttosto assuefatti. Molti italiani, che non si indignano per parlamentari, ministri, presidenti di regione e sindaci che rubano a grave discapito della collettività, si sono scagliati contro quel sindaco calabrese che sorride sempre e che ha avuto la grave colpa di non lamentarsi dell’arrivo dei migranti ma, al contrario, di benedirne la presenza. Quel sindaco era quindi un demonio da sconfiggere prima che il razzismo italiano perdesse le sue false ragioni. L’odio travolse quindi Domenico Lucano mentre la “Giustizia” italiana gli impediva di soggiornare a Riace ed il “Governo dell’odio e della paura” disintegrava quel modello di accoglienza ed inclusione da esportare in tutto il mondo. Forse bisognava proprio cancellarne le tracce!

A Riace si erano già recati ispettori ministeriali che avevano relazionato su “imperfezioni” amministrative nella gestione delle risorse che lo Stato eroga per il “mantenimento” dei migranti. Imperfezioni e mantenimento tra opportune virgolette, perché per lo Stato italiano i migranti bisogna mantenerli come esseri non autosufficienti e le erogazioni si devono spendere esattamente nello stupido modo previsto da Roma. Lucano aveva invece creato una microeconomia locale in cui le spettanze, come i cosiddetti “pocket money”, venivano utilizzate come valuta per il circuito economico di Riace. Ma già all’epoca si era intuito che il “Modello Riace” non piaceva e non doveva approdare in Parlamento come proposta di legge per l’evoluzione del modello di accoglienza diffusa dei progetti SPRAR. Anzi. Mimmo Lucano venne quindi accusato, dall’autorità giudiziaria, di varie “opacità” amministrative. Se pur in assenza di alcuna prova di lucro del sindaco povero che povero è rimasto, Lucano è stato trattato peggio di chi dopo aver commesso gravissimi crimini in danno della collettività poteva inquinare le prove o perpetrare il crimine. Divieto di dimora a Riace, smantellamento di Riace. Game Over! Per sua fortuna però, a differenza di quei leader che cavalcano la paura spesso creata ad hoc o di quanti il consenso lo creano virtuale sui social e magari pagandolo due o trecentomila euro l’anno (con denaro pubblico), Mimmo Lucano ha potuto contare sull’affetto e la fiducia di tantissime persone. Prime tra queste, quelle persone che a Riace ci sono state, che il sindaco Mimmo lo hanno conosciuto, che conoscono la Calabria, che sanno cosa è la ‘ndrangheta, che sanno cosa è l’inclusione dei migranti e cosa invece la speculazione sulla loro pelle. Mimmo Lucano, con il sostegno di decine di migliaia di persone, è giunto il 26 febbraio alla sentenza della Cassazione, ieri motivata, che ha posto fine alla sua gogna.

Ieri la Corte di Cassazione ha depositato le motivazioni della sentenza pronunciata il 26 febbraio a fronte del ricorso opposto dal legale dell’ormai ex sindaco di un ormai ex modello Riace. Secondo la Corte, non ci sono indizi di comportamenti fraudolenti che il sindaco Mimmo avrebbe “materialmente posto in essere” per assegnare servizi come quello della raccolta dei rifiuti che, in “collegialità” e con i “prescritti pareri di regolarità tecnica e contabile da parte dei rispettivi responsabili del servizio interessato”, hanno permesso l’affidamento alle cooperative di riacesi “L’Aquilone” ed “Ecoriace”. Il primo cittadino del piccolo paese della Calabria avrebbe infatti, secondo i giudici della Corte di Cassazione, rispettato quanto prescrive la legge la legge che consente “l’affidamento diretto di appalti” per favorire le cooperative sociali “finalizzate all’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate”, a condizione che gli importi del servizio siano “inferiori alla soglia comunitaria”. Ed anche gli importi erano a norma di legge. Anche la storia della fabbrica di matrimoni combinati per il “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” che il sindaco avrebbe messo in atto era priva di riscontri. Per i giudici di Cassazione, l’impianto accusatorio della Procura della Repubblica di Locri “poggia sulle incerte basi di un quadro di riferimento fattuale non solo sfornito di significativi e precisi elementi di riscontro ma, addirittura, escluso da qualsiasi contestazione formalmente elevata in sede cautelare”. In breve, i giudici della Corte di Cassazione che hanno esaminato il procedimento a carico di Mimmo Lucano ritengono che il Tribunale della libertà di Reggio Calabria che lo scorso 16 ottobre aveva disposto il divieto di dimora a Riace debba rivedere la propria posizione e la Procura di Locri, ricevuti gli atti dalla Cassazione, debba riformulare le eventuali accuse prosciogliere l’imputato da esse.

Allora chi è Mimmo Lucano? Cosa rimane dell’impianto accusatorio che ha costretto il sindaco di Riace ad un calvario giudiziario senza aver commesso alcuna illecita violazione di legge per arricchimento personale? Rimane la sua umanità e Lemlem, la donna con cui viveva e che rischiava di perdere il permesso di soggiorno in Italia. Mimmo Lucano, stando a quanto scritto e depositato dai giudici della Corte di Cassazione, avrebbe tentato di fare in modo di non doversi separare dalla sia compagna. Un crimine di gravità inaudita! Il crimine di un uomo che ama e che non sopporta che la legge italiana impedisca l’esser contraccambiato condividendo il proprio focolare solo perché la donna in questione è “cittadina extracomunitaria” priva di diritto di asilo. Sul caso specifico della “relazione affettiva” di Mimmo Lucano, i giudici rilevano “gravità indiziaria” sulla condotta del sindaco in favore della permanenza della compagna Lemlem. Alla fine rimane soltanto questo. Ma dietro tutto il castello accusatorio che ha permesso agli odiatori ed ai razzisti italiani di demolire il sindaco sorridente che ha illuminato la via dell’accoglienza e dell’inclusione c’è un “Modello Riace” distrutto come il progetto Sprar. Dulcis in fundo, quindi, quello che davvero rimane alla fine di questa storia non ancora del tutto conclusa è solo l’esemplificazione del “modello odio verso gli immigrati e chi non li vuole odiare” che tanto piace ai razzisti ed a chi li rappresenta nelle istituzioni.

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