Portella della Ginestra, 1 maggio 1947

Un riflesso si muove tra i monti, silenzioso segnale. Non è silenziosa la pioggia di fuoco che investe i manifestanti giunti a Portella della Ginestra. Saranno contati oltre mille bossoli e centinaia di schegge nei corpi delle vittime e dei sopravvissuti. Si tratta della prima strage di Stato della neonata Repubblica Italiana e della prima trattativa Stato-Mafia

In copertina. Il Cippo di Portella della Ginestra, situato nella contrada omonima di Piana degli Albanesi

di Roberto Greco

È il 1° maggio 1947.

Sono passate da poco le 5:00. L’alba sembra tardare ad arrivare. Un Douglas C-47 Skytrain – un aereo da trasporto militare in uso all’aviazione dell’esercito americano – atterra all’aeroporto militare di Boccadifalco, a Palermo. Ad attenderlo, c’è un CMP Chevrolet C15 – un autocarro leggero a trazione integrale telonato di produzione americana – sul cui paraurti anteriore è seduto un uomo che fuma. Il portellone laterale dell’aereo si apre. Velocemente e ordinatamente, una dozzina di persone scendono. Sono in divisa e portano i simboli della X° MAS, il gruppo di assalto comandato dal principe nero, il principe Juno Borghese. Dall’aereo vengono scaricate diverse casse. L’uomo seduto sul paraurti del camion, Gaspare Pisciotta, butta la cicca della sigaretta, si alza e si dirige verso di loro. Una stretta di mano a uno di loro e sia le casse sia gli uomini vengono caricati sul camion che parte in direzione delle montagne. L’uomo che ha salutato Pisciotta siede in cabina al suo fianco. Sotto il telone, mentre il camion è in movimento, vengono aperte le casse e vengono estratte diverse armi, tra cui un mitragliatore Breda, diversi mitragliatori Berretta cal. 9 Parabellum, alcune armi automatiche di fabbricazione americana e un mortaio Breda da 65 mm.

Sono passate da poco le 5:30. Un uomo sta bevendo una tazza di latte nella cucina di un casolare di campagna. È vestito con un abbigliamento che ricorda quello dei cacciatori. Appoggiato, a pochi metri da lui, c’è un fucile, un moschetto modello 1891. Un rumore secco e preciso alla porta e l’uomo smette di bere, si alza, prende il fucile ed esce di casa. Ad aspettarlo ci sono una decina di uomini a cavallo, tutti armati di fucile. L’uomo prende il suo cavallo dalla stalla e si unisce agli altri. Si dirigono, al galoppo, verso le montagne.

Sono passate da poco le 6:00. Nelle montagne che dominano Montelepre c’è un accampamento. Un paio di uomini, armati di fucile, sono appoggiati agli alberi, con lo sguardo verso i valichi di accesso. Un uomo, Salvatore Giuliano, esce dalla sua tenda. Ha il viso di chi non ha dormito molto, forse attanagliato dai suoi pensieri. Fa un cenno a uno dei due uomini appostati che si avvicina alle altre tende. Un altro uomo, Salvatore Ferreri, detto Frà Diavolo, esce dalla tenda e raggiunge Giuliano. I due iniziano a parlare.

Sono passate da poco le 7:00. Oggi è un giorno di festa. La piccola comunità di Piana degli Albanesi oggi celebra il 1° maggio, la Festa dei Lavoratori. Ci sarà una grande manifestazione che, oltre a Piana, coinvolge anche i lavoratori di San Giuseppe Jato e San Cipirello. Si manifesta contro il latifondismo, a favore dell’occupazione delle terre incolte ma anche per festeggiare l’importante vittoria elettorale conseguita il 20 aprile dello stesso anno quando, alle elezioni per l’Assemblea Regionale Siciliana, il Blocco del Popolo aveva raggiunto il 32% dei voti a fronte di un crollo della Democrazia Cristiana che aveva a fatica raggiunto il 20%. All’interno delle case, fervono i preparativi. Le donne e gli uomini si vestono a festa. Alcuni prendono le bandiere del sindacato, altri grandi drappi rossi che saranno utilizzati come stendardo. I bambini e le bambine vengono preparati e istruiti all’importanza della giornata.

Sono passate da poco le 8:30. Il CMP Chevrolet C15 ha raggiunto il monte Kumeta. Il gruppo di uomini a cavallo sta raggiungendo il monte Maja mentre il gruppo guidato da Giuliano sta salendo sul monte Pizzuta. A San Giuseppe Jato, a San Cipirello e a Piana degli Albanesi, la gente esce da casa festante e comincia ad incolonnarsi per raggiungere il Cippo di Barbato, il piccolo monumento che ricorda Nicola Barbato, rappresentante dei Fasci Siciliani che, nel 1893, scelse Portella della Ginestra per festeggiare la giornata del 1° maggio. Un enorme serpentone colorato si snoda, danzante, lungo le trazzere che portano a Portella. Chi a piedi, chi in bicicletta, il rumore e le risate delle persone riecheggiano nella valle. I canti di liberazione e protesta rompono il silenzio della vallata. Il sole illumina la valle. Sul monte Kumeta vengono posizionate le armi pesanti. I cecchini prendono posto. Sul monte Maja, gli uomini hanno legato i cavalli ad un gruppo di alberi e si sono posizionati, dietro alcune rocce, imbracciando il fucile. Sul monte Pizzuta, Giuliano e i suoi uomini hanno sistemato le armi. Il sole continua il suo ciclo.

Sono passate da poco le 9:30. La valle è completamente illuminata quando la manifestazione la raggiunge. Poco più di duemila persone si distribuiscono attorno al Cippo di Barbato. Girolamo Li Causi, l’oratore ufficiale, che sarebbe dovuto arrivare, è stato sostituito da Francesco Renda che, arrivando in bicicletta da Palermo, è in ritardo. Prende allora la parola il segretario della locale sezione socialista, un calzolaio, Giacomo Schirò. Un riflesso si muove tra i monti, silenzioso segnale. Non è silenziosa la pioggia di fuoco che investe i manifestanti giunti a Portella della Ginestra. Verranno contati oltre mille bossoli e centinaia di schegge nei corpi delle vittime e dei sopravvissuti. Mentre si soccorrevano i feriti e si contano i morti, il gruppo di uomini giunto a cavallo si rimette in sella, destinazione una tenuta della famiglia Riolo. Quasi nello stesso momento, i militari giunti con il camion vengono riportati, sempre da Pisciotta, all’aeroporto dove li aspetta il Douglas C-47 che riparte subito dopo averli fatti salire. Giuliano e i suoi uomini tornano in montagna.

Oggi, oltre al “Cippo di Barbato”, a Portella della Ginestra c’è una pietra incisa che riporta i nomi delle vittime della prima strage di Stato della neonata Repubblicana Italiana.

 

Margherita Clesceri – 37 anni

Giorgio Cusenza – 42 anni

Giovanni Megna – 18 anni

Francesco Vicari – 22 anni

Vito Allotta – 19 anni

Serafino Lascari – 15 anni

Filippo Di Salvo – 48 anni

Giuseppe Di Maggio – 13 anni

Castrense Intravaia – 18 anni

Giovanni Grifò – 12 anni

Vincenza La Fata – 8 anni

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