La truffa dei rimpatri e la chiusura dell’Hotspot di Lampedusa, mentre in Libia si muore per fame

Il focus del professor Fulvio Vassallo Paleologo su: Il giovane migrante morto a causa della fame patita durante la detenzione in Libia; l’Hotspot di Lampedusa chiuso dopo l’incendio ma le cui condizioni erano già indegne secondo le relazioni della Commissione Diritti Umani del Senato e dal Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale dello scorso anno; le irrealizzabili promesse elettorali di rimpatrio dei migranti irregolari

di Fulvio Vassallo Paleologo

In memoria di Segen

Segen aveva 22 anni e veniva dall’Eritrea. Lo abbiamo tirato fuori dal mare ieri l’altro che era ancora vivo. Era stato in Libia un anno e 7 mesi ed è arrivato in condizioni critiche. È morto di fame questa mattina a Palermo

Proactiva Open Arms
42° missione

Disegno di Francesco Piobbichi

Per comprendere cosa subiscono i migranti intrappolati in Libia basterebbe vedere i loro corpi, allo sbarco, quando riescono a sfuggire alla sedicente Guardia costiera libica finanziata dal Governo italiano e dall’Unione Europea. Per quanti rimangono attaccati alla tastiera di un computer, magari a riversare parole di odio e pregiudizi basati solo sull’ignoranza, non mancano rapporti documentati che dimostrano tutte le responsabilità di chi ha cercato di bloccare le vie di fuga dalla Libia e chi ha attaccato le ONG che con le loro navi costituivano la più importante possibilità di soccorso in un Mediterraneo centrale abbandonato dalle navi di Frontex ed Eunavfor Med. Riposa in pace Segen. Morto come gli ebrei nei lager, ha detto qualcuno. Non abbandoneremo quelli che si trovano nelle stesse condizioni che ti hanno portato alla morte.

Nella stessa giornata, una giornata di ordinario razzismo sui media e nella comunicazione politica, da Borghezio alla Meloni, si sono verificati due fatti che mettono in rilievo la impraticabilità delle promesse elettorali concernenti l’espulsione di massa di centinaia di migliaia di migranti irregolari, sia per motivi di costo, oltre che per la mancanza di accordi bilaterali di rimpatrio realmente operativi, e per la impossibilità di tenere aperte quelle strutture detentive, i CPR, (centri per il rimpatrio) che dovrebbero servire a garantire la detenzione amministrativa di persone destinate ad essere accompagnate con la scorta di polizia nel proprio paese di origine. Da ultimo, per ordine di Minniti, anche alcuni Hotspot, come quello di Contrada Imbriacole a Lampedusa, erano stati trasformati in centri di detenzione, dai quali i migranti trattenuti per settimane in assenza di una qualsiasi giustificazione legale, venivano fatti rimpatriare, passando dall’aeroporto di Palermo. Adesso, con la chiusura del centro Hotspot di Lampedusa, impropriamente trasformato in centro di detenzione, alcuni migranti da espellere sono stati trasferiti nel CPR di Potenza, di quelli ancora nell’isola si ignora la sorte, sulla quale non sembra proprio che le autorità di controllo possano esercitare un controllo effettivo. Tutto rimane rimesso come al solito alla discrezionalità del Ministero dell’Interno, come se per queste persone non esistesse lo stato di diritto. Come se la Corte Europea dei diritti dell’Uomo non avesse già condannato l’Italia per il trattenimento illegittimo nel centro di Contrada Imbriacole a Lampedusa.

A Palermo, nel totale silenzio della “grande stampa” nazionale, è esplosa la truffa dei rimborsi gonfiati per l’accompagnamento di polizia nei voli di rimpatrio, un imbroglio che dovrà essere accertato dalla magistratura, ma che, al di là delle responsabilità penali individuali, per le quali si deve sempre ricordare la presunzione di innocenza fino a prova contraria, segna come una condanna inappellabile per quanti hanno promesso centinaia di migliaia di rimpatri che non si potranno mai effettuare. Non di rimpatri truffa si deve parlare ma di truffa dei rimpatri, una truffa ordita da quei politici che hanno utilizzato il tema dei rimpatri per conquistare voti, e che adesso non saranno in grado di mantenere quanto hanno promesso in campagna elettorale.

Se si calcola il costo di una operazione di rimpatrio per ciascun migrante riaccompagnato dalla polizia nel Paese di origine si raggiunge una cifra media di 3.000 euro, che nel caso di rimpatri in Paesi più lontani, come il Bangladesh, potrebbe lievitare fino a 5000 euro a persona, considerando il viaggio di andata e ritorno delle scorte di polizia (due per migrante) ed i costi di diaria giornaliera, comunque a carico delle casse dello Stato. Se si moltiplica questa cifra unitaria per le centinaia di migliaia di persone che Salvini, la Meloni, Berlusconi, e purtroppo anche i grillini, almeno nelle dichiarazioni dei loro capi, vorrebbero espellere, si arriva ad una cifra oscillante tra due e tre miliardi di euro.

Ma anche se si trovassero questi soldi, a scapito delle spese sociali e delle somme destinate all’accoglienza ed all’inclusione dei richiedenti asilo, comunque le espulsioni di “irregolari” che hanno promesso in campagna elettorale sarebbero irrealizzabili per due ragioni precise. Innanzitutto perché mancano accordi di riammissione operativi con quasi tutti i paesi di origine dei migranti, e non si vede quando e quale Governo li potrà negoziare, dal momento che anche questi accordi hanno tempi e costi imponderabili.

Marco Minniti con Giorgia Meloni

È poi completamente fallita la pratica di polizia della detenzione amministrativa dei migranti da internare nei CPR (Centri per i rimpatri) come avrebbe voluto Minniti, che lo scorso anno proponeva di aprirne uno per regione, o quasi. Una proposta respinta al mittente, oltre che dai Cinque Stelle, dalle comunità locali, anche da quelle a guida leghista. La politica della detenzione amministrativa e dei rimpatri di massa era stata già denunciata dalla Relazione della Commissione Diritti Umani del Senato e dal Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale, nella Relazione consegnata al Parlamento lo scorso anno. Anche le sei relazioni della Commissione di inchiesta della Camera sui centri per stranieri avevano messo in luce la insostenibilità del sistema di accoglienza basato sui centri di Lampedusa e Mineo. Di fronte ai fatti ed ai fallimenti, negli ultimi mesi, nell’ultima campagna elettorale si sono cumulate soltanto proposte demagogiche ed irrealizzabili.

Hotspot di Lampedusa

Ed adesso che il CPR di Pian del Lago (Caltanissetta) è chiuso per lavori (dopo un incendio appiccato durante una protesta lo scorso dicembre), anche il Centro Hotspot di Contrada Imbriacole a Lampedusa viene chiuso per la stessa ragione. Come già si era verificato nel 2009 e nel 2011. Il centro è stato chiuso in via provvisoria, afferma il ministero dell’interno. Questa chiusura non cancella le pessime condizioni igieniche e i lamentati abusi amministrativi, trattandosi di un centro Hotspot, nel quale i migranti, in assenza di qualsiasi base normativa e di provvedimenti formali, venivano trattenuti per settimane in attesa del rimpatrio. Una situazione già denunciata da anni, ma sulla quale nessuna autorità di controllo era riuscita ad intervenire.

Donald Trump e Matteo Salvini

La demagogia prevalente in questo periodo e le posizioni xenofobe, se non apertamente razziste, che hanno trovato supporto nel voto della maggioranza degli italiani, non lasciano prevedere soluzioni a breve di un problema, come la presenza di un numero tanto elevato di immigrati irregolari, che è diretta conseguenza delle politiche di chiusura delle vie legali di ingresso e di ridimensionamento del diritto di asilo in Europa. Una linea di chiusura che i precedenti governi hanno adottato, alla ricerca di un consenso elettorale che poi ha premiato quei partiti di opposizione che proprio sulla cacciata degli immigrati irregolari avevano basato le loro campagne. Non basta adesso la esigua possibilità di ingresso garantita dai corridoi umanitari, riservati ai soggetti più vulnerabili, per eludere la questione della mancanza di vie di accesso legali per lavoro o per richiesta di protezione umanitaria. Rispetto agli abusi subiti da tutti i migranti intrappolati in Libia occorrono piani internazionali di evacuazione verso Paesi sicuri nei quali sia possibile presentare una domanda di asilo, e non certo verso il Sudan o il Niger.

Nella situazione attuale occorrerebbe davvero dimostrare maggiore autonomia rispetto all’Unione Europea, non certo adottando politiche monetarie suicide, ma valorizzando la presenza dei migranti e salvaguardando la portata costituzionale del diritto di asilo previsto dall’articolo 10 della Costituzione. Soltanto una vasta regolarizzazione permanente degli immigrati presenti in Italia senza un permesso di soggiorno potrà restituire legalità al mercato del lavoro, offrire un cospicuo gettito alle casse dell’INPS, e restituire effettività agli istituti dell’espulsione e del trattenimento amministrativo, da applicare esclusivamente nei casi più gravi, quando vi sia un accertato rischio di pericolosità sociale, ad esempio, come peraltro è ancora consentito dalla Direttiva europea 2008/115 in materia di rimpatrio.

Non ci illudiamo che queste proposte possano essere accolte da partiti che stanno continuando ad illudere gli italiani insistendo sui loro propositi di espulsioni di massa. Indichiamo soltanto nella regolarizzazione permanente l’unica soluzione possibile per una vera sicurezza, quella che potrebbe essere una valida alternativa alle attuali fallimentari misure di accompagnamento forzato in frontiera, di persone che sono ormai stabilmente residenti nel nostro Paese. Le statistiche criminali confermano del resto un calo dei delitti commessi dagli stranieri ed un preoccupante aumento dei reati che si perpetrano all’interno delle mura domestiche.

Il populismo dominante sta cancellando i dati reali, ed i fatti pure tristissimi come gli abusi e la morte per fame di cui sono vittime tante persone in Libia, e nel loro viaggio disperato verso l’Italia. Domani, quando ci troveremo davanti a problemi ormai inestricabili ed a un conflitto sociale sempre più diffuso, si scoprirà dove risiedono e quanto gravi siano, le responsabilità di quanti hanno estorto il consenso elettorale facendo leva sulla paura e sull’ignoranza.

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