Avviso di garanzia per i leghisti di Lampedusa che bloccavano il porto agli sbarchi

Contestata l'ipotesi di reato prevista dall'articolo 340 del Codice Penale ad Angela Maraventano ed Attilio Lucia, i due leghisti che avevano bloccato il porto di Lampedusa in occasione di alcuni sbarchi di migranti. Entrambi rischiano un anno di limitazione della libertà personale al netto delle aggravanti ipotizzate dalla Digos che ha notificato gli avvisi di garanzia ieri sera. I leghisti sono indagati come promotori di due manifestazioni non preavvisate nelle quali avevano impedito per ore il procedere di un pubblico servizio

Angela Maraventano e Attilio Lucia durante le loro proteste

di Mauro Seminara

Si distendevano sull’asfalto bloccando il passaggio dei mezzi su cui erano già stati fatti salire i migranti sbarcati a Lampedusa interrompendo in questo modo tutto il servizio allo sbarco con trasferimento dei migranti presso il vicino hotspot per diverse ore e immobilizzando di fatto anche i mezzi di forze dell’ordine e ente gestore del centro di accoglienza. Questa è sommariamente la motivazione di base per la quale la ex senatrice lampedusana Angela Maraventano ed il suo fedelissimo delfino Attilio Lucia, entrambi della Lega, sono stati invitati ieri sera presso la caserma dei Carabinieri di Lampedusa per la notifica della denuncia redatta dalla DIGOS. Ai due vengono contestati gli episodi del 30 agosto, quando hanno bloccato il porto da mezzanotte alle quattro del mattino circa, in occasione del maxi sbarco di 369 persone migranti al porto commerciale, e quello di mercoledì sera nel quale oltre il grave disservizio causato all’intero dispositivo è stata anche sfiorata la rissa con momenti di tensione tali da far indossare agli agenti del Reparto Mobile della Polizia di Stato il casco e costringerli a brandire anche il manganello.

I due agitatori sono stati denunciati quali promotori di entrambe le manifestazioni “non preavvisate”, e gli avvisi di garanzia per l’apertura delle indagini a loro carico vedono le ipotesi di reato in violazione dell’articolo 340 del Codice Penale e con le ipotesi di aggravante dei comma 2 e 3. A scagliarsi alla fine contro i due leghisti, già al terzo episodio di interruzione di servizio con manifestazioni non preavvisate, è il Testo Unico delle Leggi in materia di Pubblica Sicurezza (TULPS). Dettaglio che forse né i promotori né chi illuso per l’impunità nel primo e secondo episodio aveva seguito i leghisti fino alla terza ed ancor più grave manifestazione consumatasi mercoledì sera nei pressi del molo “Madonnina” (molo Magazù). In entrambi i casi contestati erano presenti agenti della Digos che hanno documentato tutto, producendo prove documentali audio-video dei reati ipotizzati per i promotori ma anche per altri soggetti che si sono distinti per particolare aggressività o per le ripetute intimidazioni al conducente del pulmino che ieri notte è stato costretto a scendere dal mezzo che si apprestava a guidare.

Il paradosso della vicenda riguarda però la reazione della ex senatrice che ieri sera stesso ne ha dato annuncio via Facebook asserendo che “con questo Governo esercitare il diritto di manifestare e di libertà di pensiero è reato” e che “siamo in dittatura. Ma le ipotesi di reato, che riguardano il blocco di operazioni di pubblico servizio, l’assembramento in violazione delle norme anti-Covid, la manifestazione non preavvisata, infine anche l’aver promosso una manifestazione che ieri notte stava per sfociare in azioni violente a cariche di Polizia, ben poco hanno a che vedere con la “libertà di pensiero”. Pare invece abbiano più aspetti in comune con il “decreto sicurezza” voluto e ottenuto dal segretario del partito in cui entrambi i denunciati militano e che al tempo del primo cosiddetto “decreto Salvini” era anche ministro degli Interni. Responsabile cioè dell’ordine pubblico e della sicurezza interna del Paese e anche delle forze di Polizia che li garantiscono. Forze di Polizia bloccate per ore da una estenuante farsa, all’apice di turni di servizio massacranti a Lampedusa, e con la responsabilità della pacifica soluzione alla protesta in modo tale da non dover ricorrere alla forza dei celerini.

La protesta di mercoledì sera, 9 settembre, inoltre, si consumava per impedire che i migranti che erano giunti autonomamente sull’isola, e sul posto fermati dalle forze dell’ordine, venissero condotti al centro di prima accoglienza mentre una delle navi quarantena volute fortemente anche dall’alleato di centrodestra e governatore della Regione Siciliana navigava verso Lampedusa per sgomberare il cosiddetto “hotspot” come da accordi siglati a Roma giorni prima dal presidente del Consiglio insieme al ministro degli Interni, il presidente della Regione Siciliana ed il sindaco di Lampedusa e Linosa. La ex senatrice, eletta tra gli scranni della Lega, vicesindaco di Lampedusa e Linosa oltre che parlamentare in quel 2011 in cui il ministro degli Interni leghista Roberto Maroni fece scempio della “sua” isola senza mai pensare ad una protesta contro il Governo ed il titolare del Viminale compagno di partito, adesso pare dovrà pensarci bene prima di aizzare nuovamente suoi concittadini verso proteste denunciabili a norma di legge e non di dittatura. In compenso potrà vantare qualcosa in comune con l’attuale segretario di partito che vanta richieste di rinvio a giudizio per leggi non rispettate quando era ministro degli Interni. Anche Matteo Salvini sostiene infatti di essere indagato per aver difeso qualcosa. Nel suo caso però la pena potrebbe arrivare anche a quindici anni di reclusione, perché non è accusato di aver interrotto o ritardato qualcosa ma di aver sequestrato qualcuno. Maraventano e Lucia invece, al netto di aggravanti, potrebbero cavarsela con un anno di pena che sconterebbero ai domiciliari.

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