Il rituale leghista di Lampedusa

Allo sbarco dei 70 migranti tunisini di questa sera a Lampedusa è andato in scena il solito siparietto dei leghisti pelagici che dall'isola raccattano consenso per il partito impegnato nella corsa alla presidenza di sette regioni italiane. Anche in questo caso tutto bloccato per la consuetudine dell'impunità

La ex senatrice leghista Angela Maraventano sdraiata a terra per impedire il transito dei pulmini con i migranti sbarcati la sera del 9 settembre 2020

di Mauro Seminara

A Lampedusa ormai funziona così: arrivano barche cariche di migranti, magari esausti, provati dal viaggio e dalla tensione che crolla solo quando i piedi toccano terra, e la compagine leghista isolana blocca le operazioni di trasferimento al vicino centro di prima accoglienza con la solita pagliacciata. Una pagliacciata che però gode di impunità da parte delle autorità locali. Quindi si autoalimenta, per il tornaconto elettorale con tanto di dirette Facebook interminabili, rendendo sempre più zimbelli i tutori della legge. La prima volta le operazioni si sono fermate per oltre un’ora, la seconda per più di due costringendo migranti, forze dell’ordine, medici e operatori del centro di accoglienza, tutti esausti dopo turni di lavoro che bissano il ciclo di 24 ore, ad attendere fino quasi alle cinque del mattino che qualcuno si decidesse a togliersi da terra.

E alla fine si decidono a togliersi da terra. Forse solo quando l’attenzione sui social è calata e non ricevono più “Like”, oppure semplicemente quando ad esser stanchi sono loro, i manifestanti. Certo non perché un commissario di Polizia ordina di sequestrare la cordicella con cui è stato “chiuso” il porto, né perché un ispettore o qualunque altro responsabile dell’ordine pubblico prende il coraggio necessario per far sgomberare l’area o far identificare e denunciare tutti. Nessuno procede. L’interruzione di pubblico servizio, il temporaneo sequestro di persone e pubblici ufficiali, l’assembramento in violazione delle vigenti straordinarie norme sanitarie, la manifestazione non autorizzata, sono tutti siparietti che a Lampedusa si possono fare. O forse sono siparietti che si possono fare se capitanati da una ex senatrice leghista che dal palcoscenico pelagico che un tempo venne proposto al Nobel per la Pace porta ampio consenso al partito che in sette Regioni italiane cerca di vincere le elezioni.

Non è chiaro quale sia il salvacondotto, ma pare che qualunque cosa ci sia dietro, a Lampedusa ci si può candidamente prendere gioco delle forze dell’ordine che altrove – ma anche sulla stessa isola pelagica – fa la voce grossa per allontanare i giornalisti dalla scena. Il diritto all’informazione, garantito dall’articolo 21 della Costituzione e non solo, vede ormai i giornalisti, i cronisti di strada, i reporter di ogni genere, un intralcio per le operazioni di polizia che, a Siculiana appena due giorni addietro, giusto per fare un esempio, sono stati allontanati dalla loro posizione che distava circa 200 metri da quella Villa Sikania del non diritto. A Lampedusa invece, anche questa sera, visto che tanto le precedenti occasioni sono state mancate per le denunce, qualcuno ha predisposto il suo comodo giaciglio per impedire che i pulmini togliessero subito dalla strada i migranti conducendoli al centro di prima accoglienza. Perché è sui migranti che si vincono le elezioni. Su loro. Sulla loro pelle. Definendoli l’unica grande tragedia di questo Paese. Anche quando italiani seguaci di questa farsa ne hanno ucciso uno, di cittadinanza italiana, a calci e pugni per puro diletto razzista.

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