Due migranti su un micro tender, il più anziano: vivevo in Italia

Due migranti tunisini nel cuore della notte approdano in autonomia a Lampedusa ed uno dei due parla italiano. Si scusa e racconta con pochissime parole perché è arrivato in questo modo a Lampedusa

Il gommone in miniatura con cui due migranti tunisini sono sbarcati a Lampedusa la notte tra il 9 ed il 10 luglio 2020

di Mauro Seminara

Alle 03:15 della notte appena trascorsa, mentre due motovedette SAR della Guardia Costiera ed una della Guardia di Finanza operavano l’intervento di law enforcement con trasbordo sul barcone con 268 migranti che dalla Libia ha raggiunto le acque territoriali italiane ieri sera, un minuscolo gommone del tipo “tender”, con un altrettanto piccolo motore due tempi ingolfato, nell’oscurità della notte ha raggiunto il porto di Lampedusa. Nel buio e nel silenzio di quell’ora si sentiva solo il motore che non andava e le voci di chi probabilmente parlavano, in arabo, di dove andare o cosa fare con quell’avaria. A trenta metri dalla banchina del porto commerciale di Lampedusa il motore si è spento. Pochi metri dal traguardo. Uno dei due migranti a bordo, il più giovane, dopo vari tentativi riesce a rimettere in moto il piccolo motore surriscaldato. Il minuscolo tender riparte e i due si dirigono sulla banchina di fronte l’imboccatura del porto.

A bordo di quella miniatura di un gommone, lungo un paio di metri, ci sono due persone e tre taniche di benzina, uno zainetto ed un sacchetto di plastica bianca. Entrambi hanno le gambe intorpidite, ma malgrado ciò il più giovane dei due – un ragazzo di una ventina di anni – riesce a scendere dal tender e salire sulla banchina. Cerca una cimetta per “ormeggiare” il loro scafo. L’altro uomo, più anziano, ha maggiori difficoltà nel recuperare la circolazione sanguigna agli arti inferiori e non si sente di scendere dal micro natante “al volo”. Sul posto sono già arrivati i Carabinieri. Il giovane harragas, con garbo, si muove davanti a loro, cerca, trova una piccola cima e lega il prodigioso scafo alla banchina. Il suo compagno di viaggio prende la sua mano e si lascia aiutare per sbarcare dall’angusto mezzo. Una volta a terra, mentre inizia a massaggiare le gambe per sgranchirla più rapidamente, si rivolge ai presenti, scusandosi. Lo fa in ottimo italiano.

Racconta la sua storia in pochissime parole: ha vissuto in Italia oltre venti anni, poi ha perso il lavoro e gli è scaduto il permesso di soggiorno; lo hanno espulso. La sua storia è una come tante. Nessun visto per tornare in Italia a cercare lavoro. Neanche temporaneo. Neanche se una persona ci ha vissuto e lavorato per un quarto di secolo. Quello che si è scusato per aver perso tempo prima di scendere dal tender è un uomo che ha superato i cinquant’anni e che torna in Italia, “clandestinamente”, per cercare la sua vita precedente. Sarebbe stato interessante sapere se il suo giovane accompagnatore era il figlio, oppure un nipote che lo ha accompagnato in Italia per ritrovare la famiglia, rischiando per questo conseguenze anche lui. Pochi minuti dopo sono arrivati i mezzi che hanno chiuso questa breve parentesi di vita, fuori dalle statistiche. Fuori dallo schema del “migrante numero”. Ambulanza, triage, mezzo del centro di prima accoglienza, trasferimento in struttura. Chissà quale era la storia di quell’uomo garbato che ha deciso di tornare in Italia a bordo di un microscopico gommone, senza bagaglio e forse anche senza rendersi conto che al termine di un lungo periodo in un CPR l’Italia in cui aveva vissuto e nella quale voleva tornare probabilmente lo rispedirà in Tunisia senza dire “mi ricordo di te”.

I due migranti nel buio della notte poco prima di approdare a Lampedusa

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