Missione Irene e CoronaBond, fine dell’Unione europea

Raggiunto ieri l'accordo informale per il via alla missione che sostituirà l'attuale "Sophia" in scadenza al 31 marzo. La vigilanza sull'embargo in Libia favorirà Tripoli e la Turchia contro la fazione di Haftar. La Grecia si conferma la Stato membro pattumiera dell'Unione europea. La missione si interromperà in caso di accertato "pull factor" sui migranti che salpano dalla Libia

Portaerei italiana Garibaldi (Credits photo: EunavforMed)

di Mauro Seminara

L’idea originale di mutua solidarietà tra Stati membri in una confederazione di Paesi che miravano ad unificare invece che creare barriere viene cestinata proprio in questi giorni grazie al doppio test che l’Unione europea è chiamata ad affrontare. Un doppio test che forse è semplicemente un unico banco di prova con due diverse linee di pressione parallele. Una è chiaramente quella della pandemia che non risparmia questo continente vecchio e conservatore, l’altra è la solita vecchia storia della solidarietà tra i popoli che adesso cade in Grecia con una definitiva ed irreversibile calata di maschera da parte di tutti i Paesi membri e fondatori dell’Unione europea. La prova del Covid-19 si chiama “coronabond”, un nome con cui si classifica per semplificata definizione l’emissione di Titoli di Stato europei invece che dei singoli Stati e finalizzato all’assistenza comune per navigare l’intera Unione fuori dalla crisi economica senza precedenti che l’epidemia del virus SARS-CoV-2 sta causando. Ed alla prima prova, quella del sostegno economico condiviso, l’UE dimostra la propria incapacità con il rinvio di due settimane concordato ieri a fronte della volontà di alcuni membri di non cedere nulla a chi è adesso in maggiore difficoltà. L’altro test su cui sembra invece già ufficialmente caduta l’Unione è la missione “Irene”. Questa, mentre si rinvia di due settimane la decisione sull’emissione di titoli europei, è già la prova che l’Unione europea non ha imparato la lezione ed anticipa le intenzioni di tutti gli Stati che siedono al tavolo.

Sophia ed Irene

La missione “Irene”, dal nome della Dea della Pace, quindi origine paradossalmente greca, è l’idea che l’Unione europea ha partorito per sostituire la missione Sophia già da tempo accantonata. Questa la versione del piano proposta dai vertici dell’Unione europea, ma di fatto “Irene” e “Sophia” non hanno nulla in comune. Diverse già a partire dall’obiettivo di missione che risulta addirittura opposto. Sophia era una missione teoricamente umanitaria, avrebbe dovuto condurre una opportuna lotta ai trafficanti di esseri umani in Libia e prestare soccorso in mare alle vittime del traffico. Era un residuo di nobiltà europea che chiudeva l’epoca della missione italiana Mare Nostrum con una farsa armata sotto il vessillo dell’Unione europea. Sophia abbandonò il mare grazie alla scusa offerta in modo definitivo dall’Italia, prima con il Memorandum Italia-Libia del ministro dell’Interno Marco Minniti e dopo con la rottura diplomatica consumata dal successore Matteo Salvini. Scomparse le navi della missione europea dal Mediterraneo centrale, la missione umanitaria e di contrasto ai trafficanti divenne una missione di sostegno al traffico libico mediante i soli velivoli rimasti in impiego stabile e continuo con cui l’Unione europea avvistava le barche dei migranti e ne segnalava la posizione alla Libia che, assistita dall’Italia, le andava a recuperare riportando i profughi al punto di partenza.

Una missione di pace non umanitaria

Ieri sono trapelate informazioni ufficiose che anche le agenzie di stampa italiane hanno lanciato sull’accordo che finalmente sarebbe stato raggiunto in sede europea per la missione Irene, che nulla ha a che vedere con il traffico di migranti. Irene, dea della pace, è una missione di contrasto alle continue violazioni dell’embargo sulle armi in Libia. Già così detta risulta ridicola, essendo presenti tra i partner della missione anche Paesi nei cui porti approdano con una certa regolarità navi con carichi di armi come quelle della compagnia Bana già ripetutamente contestata a Genova dagli stessi portuali liguri. La missione Irene dovrebbe quindi sorvegliare il mare e vigilare affinché non vengano consegnati carichi di armi alla Libia. Ma perché nascesse questa civica compartecipata missione di pace c’era uno scoglio da superare e si chiama “pull factor”. Il principale timore europeo, motivo di gravi riserve per i partner della eventuale missione consisteva nel possibile fattore di attrazione delle navi per i migranti che salpano dalla Libia. Missione di pace, ma non umanitaria. I migranti torturati in Libia devono rimanere in Libia. La soluzione che, da quanto si apprende, ha messo tutti d’accordo è la facoltà di ritirare la missione nel caso in cui il comando di Irene – il cui quartier generale sarà a Roma – riconoscerà il concretizzarsi di fattore di attrazione per i migranti. L’Unione europea, che investe fondi della spesa pubblica dei partner che aderiscono alla missione, riconosce quindi la necessità di intervenire per ridurre la potenza di fuoco in una Libia dilaniata da una guerra interna – con partner attori esterni – ma non la necessità di mettere al sicuro le persone che da quel territorio in guerra dovessero riuscire a fuggire.

Un embargo di parte che non offenderà Erdogan

L’accordo che dovrebbe vedere la firma definitiva già oggi per un avvio di missione ad aprile ha una strana criticità nel “vigilare” sull’embargo in Libia. La missione di pace perde infatti di ogni credibilità sulla base di un dettaglio “strategico” che difficilmente un consulente militare potrebbe mai prendere in considerazione. Sempre sulla scorta del non incoraggiare i migranti a partire, quindi non dover soccorrere persone in difficoltà in mare, secondo quanto riferito ieri dall’Ansa, la missione Irene eviterà il Mediterraneo centrale in prossimità della costa nord della Tripolitania perché riconosciuta area di maggiore traffico di esseri umani. In altre parole, le navi di Irene non pattuglieranno a nord della Libia occidentale ma solo a nord della Cirenaica. La Libia, come è ormai chiaro a tutti, vede Tripoli sotto il modesto controllo del Governo di Accordo Nazionale (GNA) presieduto da Fayez Al Serraj e la Cirenaica, il sud del Paese e sostanzialmente circa il 90% del territorio nazionale sotto il controllo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) al comando del generale Khalifa Haftar. Dietro le quinte di questa divisione ci sono forze esterne come la Turchia schierate con Serraj ed altre, come la Francia e la Russia, che tengono le parti di Haftar. I famosi cargo della compagnia Bana, che salpano dal porto turco di Mersin, solitamente approdano in quel di Tripoli e non dove la missione di pace intende vigilare.

La Grecia discarica d’Europa ed il Covid-19

La misura di quanto l’Unione europea possa essere capace di condividere invece che applicare logiche da Paesi di serie A ed altri di serie B si evince dall’accordo che i partner europei hanno raggiunto sulla eventualità di inevitabili soccorsi in mare. L’Italia, per voce del ministro degli Esteri, aveva già annunciato ad inizio trattative che l’eventuale riconoscimento di un fattore di attrazione avrebbe pregiudicato il proseguo della missione. Non era ancora arrivato lo stato d’emergenza per il nuovo coronavirus in Italia e, nell’eventualità di interventi SAR (Ricerca e Soccorso) da parte della discussa missione Irene, i porti italiani rimanevano i più vicini e sicuri sia per la logistica dello sbarco dei naufraghi che per quella della redistribuzione. L’epidemia di Covid-19 ha però offerto la via di fuga facile all’Italia che, stando agli accordi, non sarà il porto di sbarco predefinito della missione Irene. Al suo posto, a farsi carico dell’approdo e della prima accoglienza per  – recita l’Ansa di ieri – “un meccanismo di ripartizione ad hoc, su base volontaria“, sarà la Grecia. Questa avrebbe accettato, malgrado non esente da epidemia di Covid-19 e già al collasso per il numero di profughi abbandonati nei suoi sconfinati campi a cielo aperto, in cambio di una promessa di compensazioni politiche ed economiche. L’Unione europea quindi non intende farsi carico di ciò che già sta sprofondando la Grecia negli abissi sul piano umanitario, redistribuendo in modo solidale le decine di migliaia di profughi che accoglie, ma non intende neanche prevenire astutamente l’insorgenza dell’estremismo di destra sempre più strutturato nello Stato membro ellenico. Inoltre, con una miopia che è ormai tratto distintivo dell’Unione europea riesce a mettere a segno di forme di suicidio sociale in un sol colpo: incentiva l’insorgenza sempre più strutturata dell’estremismo di destra nello Stato ellenico e lo precipita ancora di più in un contorto meccanismo di debito sui conti con la grazia di “compensazioni politiche ed economiche”. L’Unione europea ha quindi confermato l’incapacità di pianificare un vero welfare condiviso che tenga conto dell’inserimento di persone vulnerabili ed anche la volontà di perseguire la doppia velocità economica tenendo Stati membri come discarica domestica europea in favore di altri che continuano a godere dello slancio industriale e della stabilità che la stessa Unione gli ha portato in dono.

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