La vecchia scuola

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

Bernardo Mattarella fece parte della prima, della seconda, della terza, della quarta e della quinta legislatura italiana e ricoprì le cariche di ministro di Agricoltura e Foreste, Poste e Telecomunicazioni, dell’allora Commercio Estero, dei Trasporti ed infine anche dell’un tempo fu Marina mercantile. Bernardo Mattarella ebbe quattro figli e di questi i più noti sono Piersanti e Sergio. Il primo, seguendo le orme del padre, divenne presidente della Regione Sicilia. Piersanti Mattarella morì in un agguato il 6 gennaio del 1980. Narrazione ufficiale vuole che ad ucciderlo sia stata la mafia, malgrado un’esecuzione assolutamente sui generis per Cosa Nostra in quegli anni. Il secondo dei due figli di Bernardo Mattarella citati, Sergio, è l’attuale presidente della Repubblica. Una dinastia democristiana. Democristiano il costituente Bernardo Mattarella, democristiano Piersanti Mattarella, democristiano – fino a quando il partito della Democrazia Cristiana è esistito – anche Sergio Mattarella. L’attuale presidente della Repubblica italiana di legislature se ne è fatte sette, ed elencare tutti gli incarichi di assoluto prestigio che ha ricoperto nel corso della sua quasi anonima vita politica è questione troppo lunga. Ministro della Pubblica istruzione, ministro per i Rapporti con il Parlamento, ministro della Difesa, vicepresidente del Consiglio dei ministri con delega ai Servizi segreti durante la presidenza di Massimo D’Alema, giudice della Corte Costituzionale ed autore dell’ultima legge elettorale funzionale e costituzionale che si ricordi: il Mattarellum. Sergio Mattarella non è quindi soltanto un anziano ed esperto politico italiano che fa parte di quella vecchia scuola ormai superata dalle nuove logiche delle più recenti formazioni politiche. L’attuale presidente della Repubblica è piuttosto un uomo che ha visto di tutto, oltre ad essere oggi uno dai massimi esperti costituzionalisti italiani.

La sostanziale differenza tra Mattarella e Napolitano sta nello stile. Profilo anonimo, apparentemente poco autorevole, quello di Sergio Mattarella; autorevole e monarchico quello di Giorgio Napolitano, appunto “Re Giorgio”. Se qualcuno pensava quindi di rimettere quel cerino acceso, che girava di mano in mano dal giorno successivo alle elezioni, nelle mani di Sergio Mattarella, si era fatto male i conti. Per analizzare debitamente la situazione però bisogna fare un piccolo esercizio ed estraniarsi, per quanto possibile, dalla prospettiva naturale dell’elettore che si interroga sul perché continuare a votare se poi in alcun modo il voto espresso ha effetto. Qualcuno si era figurato un quadretto in cui tutti facevano il proprio gioco e poi il presidente metteva tutto a posto. Il fatidico, più volte citato in questo spazio, “vince chi perde” lo avevano probabilmente bramato vari partiti. Mattarella però non si è accollato il cerino acceso in mano e con un colpo da maestro lo ha rimesso nelle mani dei partiti. Colpo di scena di ieri, al termine della consultazione ultima, la decisione di concedere ancora tempo ai partiti. Forse colpo di genio, più che di scena. Mattarella ha quindi detto che a formare adesso un Governo ci avrebbe pensato lui, ma che, a differenza delle imposizioni alla Re Giorgio, il Governo del presidente Mattarella avrà una scadenza a breve. Come andrà e qualunque cosa accadrà, il Governo “neutrale” e “di servizio” si dimetterà a dicembre, Mattarella scioglierà le Camere e a febbraio o marzo del prossimo anno si tornerà a votare. A meno che, in corso di mandato del Governo di servizio del presidente, all’interno del Parlamento non si venga a formare una maggioranza che chiederà udienza al Quirinale per proporre la formazione di un Governo politico.

Quindi il cerino acceso sta nelle mani dei partiti: Movimento Cinque Stelle, Lega con tutto il centrodestra ed anche del Partito Democratico. Anche quest’ultimo, che credeva davvero di aver fatto la “furbata”, rischia di bruciarsi la mano. Non a caso, considerato che la scelta delle parole per un presidente della Repubblica non è mai casuale, nella metafora odierna sul calcio, Sergio Mattarella ha citato nel suo esempio sull’arbitro che non si fa notare il fallo di simulazione invece che un intervento a gamba tesa o qualunque altra azione da fischiare. Perché tutto sommato, malgrado la maggioranza degli onorevoli sembrerebbe non voler concedere la fiducia al Governo del presidente e il Partito Democratico stia già accusando di irresponsabilità, in Parlamento Sergio Mattarella è sicuro che il suo esecutivo una maggioranza la otterrà. I vincoli, da cerino, sono quelli della responsabilità che i partiti si assumerebbero nel non riuscire a varare o far varare una manovra finanziaria che esclude il rischio di aumento Iva come da clausola di salvaguardia. Inoltre, e di questo bisogna sempre tener conto, “franchi tiratori” potrebbero venir fuori non soltanto per logiche di partito ma anche e semplicemente per non dover rinunciare alla legislatura con annesso lauto compenso. Non si può escludere nemmeno che, oltre a venir fuori una maggioranza di parlamentari che concede la fiducia all’esecutivo neutrale di Mattarella, dopo la fiducia venga automaticamente fuori una maggioranza politica che possa proporre un Governo al presidente e scampare anche il pericolo di nuove elezioni che tanto dispiacere causerebbero a chi è stato appena eletto. Questo fenomeno paranormale potrebbe avvenire con una fiducia al Governo di servizio, votata per “spirito di servizio”, oltre che dal Partito Democratico anche da Forza Italia. Magari una Forza Italia che in tal modo crea un onorevole ed apparente litigio pre-concordato con la Lega. Berlusconi, “responsabilmente”, concede la fiducia all’esecutivo di Mattarella insieme al PD ed a tutte le formazioni minori, fatta eccezione per M5S, Lega e Fratelli d’Italia. Poi, naturalmente, la Lega “litigherà” con Silvio Berlusconi – che la lite sia vera o falsa poco importa – e sarà libera di costituire un Governo politico con il Movimento Cinque Stelle senza la pesante ed inaccettabile presenza ufficiale di Silvio Berlusconi.

Lo stallo a cui abbiamo assistito in questi due mesi non era una condizione relativa ai rapporti tra partiti. Lo stallo riguardava ogni singolo partito, in stallo rispetto a se stesso. Rispetto al proprio elettorato. Luigi Di Maio non poteva accettare di formare un Governo con Silvio Berlusconi nel centrodestra perché altrimenti la forza politica di Luigi Di Maio non sarebbe più stata il Movimento Cinque Stelle. Almeno non quello che è arrivato fin qui, che ancora riconoscono gli elettori pentastellati. La Lega, dal canto suo, non potrebbe subito tradire la coalizione con cui ha relativamente vinto le elezioni; perché di tradimento si tratterebbe. Non potrebbe nemmeno accordare un Governo con il PD, a meno che Matteo Salvini non intenda essere segretario di un partito che, come per Di Maio, non sarebbe più lo stesso. Anche il PD non può ammettere che questa situazione, tutto sommato, è causa della propria legge elettorale e nemmeno può trovare un accordo con chi intende cancellare le sue politiche per dimostrare che erano errate. L’unica chance per i renziani era quindi quella del Governo del presidente, ma rischia di fallire – perché no – proprio grazie al tesserato PD Sergio Mattarella. Lo stallo quindi era dovuto all’avvitamento dei singoli partiti intorno a se stessi. E per rompere lo stallo bisogna creare una sorta di incidente che cambi gli assetti dei singoli partiti. Che questa non è fantapolitica lo si evince anche da un ulteriore dettaglio: dopo due mesi di consultazioni dalle quali, già al primo giro, era apparso evidente lo stallo, il Quirinale non aveva ancora un nome da “piano B” sotto mano. La notizia odierna, indiscrezione quirinalesca pomeridiana, è che al Colle si sta lavorando ad una possibile squadra di Governo. Che solo oggi, dopo averci dormito su al netto dei pubblici No incassati ieri da M5S e Lega, Sergio Mattarella stia iniziando a pensare a qualche nome…qualche dubbio viene! Ma il pensarci ancora un po’ significa prendere ancora tempo, oppure concederne ancora. L’alternativa sarebbe nuove elezioni a luglio, ottobre, marzo del prossimo anno. No. Sembra molto più logico e semplice che Silvio Berlusconi con la sua Forza Italia, il Partito Democratico, i piccoli gruppi di autonomisti e misto uniti a qualche franco tiratore facciano avere la fiducia al Governo di servizio temporaneo; poi Matteo Salvini litigherà pubblicamente con Silvio Berlusconi che in tal modo non si farà da parte solo perché a chiederlo è stato gentilmente Luigi Di Maio, e M5S e Lega saliranno al Colle a proporre il loro Governo politico a Sergio Mattarella (che fingerà abbiano fatto tutto loro). Perché forse, in fin dei conti, il presidente della Repubblica ha avuto i riflettori puntati addosso in questo periodo solo a causa di qualche fallo di simulazione.

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