Un’ “imbottita” consolazione

Rubrica di racconti e ricette a cura Samantha Scala

di Samantha Scala

“Brillante, acuta e con una grande predisposizione alla leadership. Dovrebbe però limitare la sua esuberanza che, se pur soltanto ingenua espansività, rischia di renderla invadente ed egocentrica.” Così recitava il giudizio, scritto dalla mia maestra, quando frequentavo la prima elementare. A quei tempi, il ruolo educativo degli insegnanti era ampiamente riconosciuto e legittimato dai genitori. Ciò non scongiurava però incidenti di percorso. Qualche ceffone scappava, ma era quello che portavo a casa con me, fermamente convinta che le cinque dita rosse dell’ “educazione” potessero ancora essere visibili sulla mia paffuta guancia. Io non ero abituata a tali fisici ammonimenti, non avevo mai avuto modo di specchiarmi subito dopo averli ricevuti e credevo davvero che restassero impressi per ore, addirittura giorni, ad enfatizzare un insegnamento da non poter nascondere a nessuno; nemmeno ai compagni con i quali percorrevo la strada verso casa. L’avessi scoperto prima, non mi sarei preoccupata di coprirmi con capelli e cappello! Era “solo” uno schiaffetto! Il mio vezzeggiativo ha la nostalgica intenzione di sminuire un gesto, di certo inopportuno, che caratterizzava gli anni della mia infanzia. Ciò che accade oggi però, associato a ciò che “io” oggi sono anche grazie a quelle azioni “sconsiderate”, mi suggerisce l’idea che si stia andando verso la direzione sbagliata.
Questa rubrica non è la “casa” giusta per poter argomentare di un’attualità imbarazzante come quella a cui ho fatto riferimento. I miei colleghi mediterranei si occupano egregiamente e con costanza di farlo ma, anche in quest’occasione, ho fatto un salto indietro nel tempo e vi ho voluti portare con me.
Torniamo dunque alla leggerezza e al gusto. Torniamo pure a quel sabato in cui, uscita da scuola, i capelli a coprire il viso non bastarono.
Non ero stata così indisciplinata quel giorno! Avevo solo sbuffato impaziente perché un mio compagnetto era troppo lento a leggere. “Samantha! Smettila!” Sbam! (o Slap? Insomma l’onomatopeico di uno schiaffo). Non era il primo e sapevo non sarebbe stato l’ultimo ma non riuscivo mai ad abituarmi alla cosa; resistevo alle lacrime immaginando, ogni volta, una ricompensa diversa per colmare il vuoto dell’umiliazione.
A volte pensavo a ciò che avrei trovato di buono da mangiare a casa, agli occhi e al sorriso dolcissimo della mia mamma, alla mia sorellina con cui avrei giocato dopo i compiti. Quel giorno non mi bastò. Uscite da scuola, io e la mia amichetta del cuore, eravamo proprio decise: “oggi staremo insieme”! Non sarei tornata a casa e avrei pranzato da lei. Bisognava soltanto avvertire i nostri genitori con una semplice telefonata. Proprio davanti a scuola c’era una meravigliosa (questo lo penso adesso) cabina telefonica gialla con un telefono grigio che aveva una fessura dove andavano soltanto i gettoni. Il gettone lo avevamo (quanto era bello con tutte quelle ondine!) ma la fessura era troppo alta! Dopo aver provato invano ad arrampicarci l’una all’altra provammo a chiedere ad una delle mamme di darci una mano: “Signora, per cortesia, potrebbe farci il favore di inserire il gettone?” L’educazione non bastò. La signora pensò bene di intromettersi nella questione esortandoci a tornare ognuna a casa propria.
Altra invasione. Altro intruso ad educare. Mi sentivo circondata, senza via di scampo! Allora funzionava così, almeno dalle mie parti. Genitori, parenti, insegnanti formavano una vera “associazione ad educare”. Tutti coesi e coerenti. Capitasse adesso…
Tornata a casa, convinta di avere ancora quella famosa mano rossa ben visibile sulla guancia, scoppiai a piangere abbracciando mia madre. Lei, ovviamente non capì e mi rispose soltanto: “Cosa è successo? Ti è mancata la mamma? Dai vieni che oggi ho preparato il pollo ripieno!”
Si, mi era mancata la mia mamma, quella vera, ma davanti a quella imbottita e opulenta prelibatezza, ringraziai nel mio piccolo cuoricino deluso, anche l’altra signora impicciona.
La gratitudine giunse, qualche tempo dopo, anche verso la maestra che quel giorno, se pur in un modo azzardato, mi insegnò il rispetto per le difficoltà altrui.
Quello schiaffo, invisibile sulla pelle, è rimasto impresso nell’animo ancora adesso, dopo…no, non vi dico dopo quanti anni. Poi vi fate i conti!
Provate invece a cucinare anche voi questo ricco e confortante piatto.

Pollo ripieno

Preparazione

Cuocere il riso, dopo averlo tostato in poco olio, aggiungendo brodo bollente poco per volta. A metà cottura spegnere il fuoco e lasciare raffreddare.
Soffriggere carota e cipolla in padella, quando la cipolla sarà ben dorata, aggiungere la carne di manzo macinata, sfumare con il vino bianco, salare e lasciare cuocere il tutto lentamente per circa mezz’ora.
Appena la carne sarà cotta, spegnere il fuoco e farla raffreddare. A questo punto aggiungere il riso, il prosciutto cotto tritato grossolanamente, il formaggio grattugiato, l’uovo, il prezzemolo e mescolare bene il tutto aggiustando di sale e pepe.
Nel frattempo preriscaldare il forno a 200°, lavare e asciugare bene il pollo e cospargere l’interno con un po’ di sale. Imbottire il pollo con il ripieno e cucirlo pazientemente con dello spago da cucina.
Adagiare il pollo nella teglia, cospargerlo con un filo d’olio, rosmarino, il pepe qualche fiocchetto di burro. Quando sarà dorato sfumarlo con del brodo e continuare la cottura per circa 1 ora, aggiungendo brodo in superficie di tanto in tanto affinché non si secchi.
Sfornare, attendere qualche minuto che si rassodi e servire con contorno di patate al forno, piselli in umido, spinaci.
Insomma a questo pensateci pure voi.
Buon Appetito!

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1 Commento

  1. Io non ebbi mai il coraggio di guardarmi la guancia arrossata allo specchio…nemmeno quella volta in cui mio padre mio costrinse a fargli vedere l’opera d’arte impressionista che mia madre aveva fatto sulla mia guancia sinistra con un ceffone tremendo! E rimase sbalordito anche lui. Buona la ricetta del pollo

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