Senza memoria, senza pudore

Editoriale di Mauro Seminara

Mancano meno di due settimane al voto e in Italia si assiste ad un film grottesco. Le scene surreali erano state paventate venti giorni addietro, in un precedente editoriale. Erano evidenti gli scontri che si sarebbero verificati a Bologna, Padova, Napoli, come gli exploit di Macerata. Era tutto nell’aria, ma tangibile. L’Italia sta riavvolgendo il nastro, senza però sapere fino a quale fotogramma farlo. Una macchina del tempo impazzita che si ferma ed apre la propria porta una volta negli anni di piombo ed un’altra nel post strategia della tensione ’92-’93. Passiamo dagli estremisti di sinistra che cercano lo scontro con gli estremisti di destra al dejavu con il superpagato giornalista-artista che ripropone lo scrittoio in ciliegio per il suo ospite gongolante mentre replica il “contratto con gli italiani”. Anni ’60, anni ’70, anni ’90, scorrono sullo schermo degli italiani con servizi giornalistici che altro non sono se non la versione 16/9 dei servizi già visti in 4/3 con i vecchi televisori a tubo catodico. In campo ci sono sempre gli stessi nomi a rappresentare l’establishment politico nazionale. Uno bissa la sua sceneggiata “contrattualizzata” con gli italiani contando sul fatto che questi non ricordano che il proponente è interdetto dai pubblici uffici, non si può candidare, è stato condannato per evasione fiscale, ha scontato una pena ai servizi sociali, risulta in rapporti con la mafia siciliana grazie alla sentenza che condanna il co-fondatore del suo partito e non ha mai dato motivo per sostenere che mantiene le promesse fatte in campagna elettorale. Un altro si presenta in maniera a dir poco ambigua, senza mai chiarire se eventualmente verrebbe proposto dal partito che guida quale presidente del Consiglio dei ministri nel nuovo Governo. Anche in questo caso si conta molto sulla scarsa memoria degli elettori, che probabilmente non ricordano le leggi disastrose che il suo Governo ha varato, come la “Buona scuola” e il “Jobs act”. Figuriamoci se gli elettori italiani ricordano che il cosiddetto “giglio magico” ha investito tutto il suo tempo al Governo e tutte le sue energie per riformare la Costituzione e che per questa scommessa – che non aveva ottenuto una maggioranza valida in Parlamento e quindi ha costretto gli italiani a decidere con un referendum – si era giocato la “carriera” politica insieme ai suoi più stretti sodali. Poi, se vogliamo esagerare, possiamo anche ricordare agli italiani che il Parlamento è stato immobilizzato – oltre che per due anni e mezzo con la riforma della Costituzione – con la legge elettorale perché chi sostiene di essere competente e qualificato aveva preteso una legge elettorale “pegno”, priva cioè delle disposizioni per l’elezione del Senato che tanto doveva venire soppresso dalla riforma “sfida” da far passare al referendum. Il suo partito, che aveva poggiato le fondamenta della riforma su alcuni punti cardine (o specchietto per allodole), non ha più proposto la soppressione del Cnel, del Senato, la riforma del Titolo V o qualunque altro stralciabile articolo su cui si era fondata la campagna referendaria. La domanda adesso dovrebbe essere: cosa intendi fare se questo era stato il tuo unico impegno nel corso del tuo mandato? Quale è la tua visione del Paese, ora che proprio in quel Senato che non volevi più sei paradossalmente candidato?
Altro dubbio sulla memoria corta degli elettori lo pone il novello partito di centrosinistra che solo a fine legislatura ha trovato la forza e l’orgoglio per dissociarsi dal più ampio partito di cui faceva parte e con il quale ha lasciato correre tutte le fiducie poste dal Governo per esentare il Parlamento dalle costituzionali prerogative, gli interventi blindati in favore delle banche, la riforma della Costituzione e la legge elettorale monca della parte relativa al Senato. Qualcuno dovrebbe poi ricordare che quegli altri, quelli per cui c’è sempre qualcuno che viene prima, credevano che al nord gli italiani siano migliori che al sud e per questa teoria meritavano priorità in una logica secessionista. Sono gli stessi che si dissociano, opportunisticamente, dalla loro passata leadership ma che quella leadership la candidano anche se rappresenta la “Padania ladrona” dei diamanti in Tanzania e dei titoli di studio falsi al tempo in cui si urlava “Roma ladrona” e “secessione”. Altro spunto per riflettere, sulla storia e sulla necessità di tenere viva la memoria, sono quelle frange estremiste che perdono il loro tempo per protestare davanti al museo reo di aver fatto promozione con un principio culturale inappuntabile. Chissà che non avevano scoperto una delle grandi piaghe del Paese: il biglietto ridotto. Negli anni che furono, le ideologie politiche estreme, quelle che ancora oggi difendono l’operato del Duce come quelle nostalgiche di Stalin, non hanno prodotto nulla di buono per il Paese e dalla loro generazione – proprio tra le loro fila nei circoli di partito – sono nati quei personaggi che non hanno mai mollato la poltrona mentre conducevano l’Italia verso il baratro. Uno dei maggiori esponenti della logica secondo cui il manovratore bisogna lasciarlo libero di ridimensionare la democrazia in Italia, era in origine “comunista”; e lo abbiamo anche lasciato rieleggere al Colle. Una cura a base di fosforo si renderebbe poi ancor più necessaria data la vicinanza del voto siciliano che ha visto eleggere una squadra talmente eterogenea che non si è ancora compreso chi governa la regione e con quali idee se non quelle di sdoganare la legittimità degli sprechi e della connivenza con chi la regione l’ha davvero governata per tutto il corso della sua storia. Basta ricordare che gli imputati al processo “trattativa Stato-Mafia” sono stati onorevolmente invitati all’Assemblea Regionale Siciliana. Quella stessa Assemblea – il Parlamento più antico d’Europa – presieduta da chi si era al tempo opposto a che l’aeroporto del capoluogo venisse intitolato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Sempre sul tema della memoria bisognerebbe tornare per riflettere sul tema principe di questa campagna elettorale: gli immigrati. Ricordare che il flusso migratorio era una emergenza anche alle precedenti tornate elettorali, politiche, regionali, amministrative, di condominio, quando erano appena diecimila all’anno, è forse troppo chiedere. Come si suppone essere uno sforzo esagerato per l’elettore medio ragionare sul numero degli immigrati – il numero vero – e sulla correlazione tra l’immigrato ed i Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro che, con la tacita complicità dei sindacati italiani, sono stati usati per l’igiene personale dopo aver defecato. I contratti a termine, alla giornata, i voucher e tutte le forme di sfruttamento antisindacale non hanno nulla a che vedere con gli immigrati. Se nella migliore delle ipotesi un neolaureato italiano trova un impiego da paga part time in un call center non è certo perché il suo lavoro da ingegnere glielo ha rubato un senegalese o un eritreo sopravvissuto alla traversata nel Mediterraneo centrale. Povere vittime coloro che non ricordano. Povere vittime a discapito dei loro connazionali, perché anche da loro, dagli smemorati, dipende l’esito della trasfuzione politica nel Paese. Dipende anche da loro, da chi non ricorda che per anni in Italia si è discusso sul concetto di “destabilizzazione” e di “strategia della tensione”, queste sconosciute. Chi non ricorda questi concetti, con buona probabilità, voterà quegli aguzzini che già conosce, concedendo loro di finire il lavoro che ci ha lasciati oggi moribondi; infierendo il colpo ferale. I contratti non li hanno scritti gli immigrati, l’articolo 18 non lo hanno riformato gli immigrati, la necessità di “flessibilità” del lavoratore non è un’idea che ci hanno inculcato gli immigrati, non sono stati gli immigrati ad attuare tagli sulla sanità pubblica e sulla pubblica sicurezza come se questi due comparti dovessero avere dei bilanci attivi quasi fossero una impresa privata qualunque. Eppure, forse perché il mainstream è più potente di quanto gli italiani possano comprendere nel condizionare il loro pensiero, il flusso migratorio da contenere e gli immigrati da espellere è un argomento che tiene banco anche nelle case degli italiani che seguono davvero con apprensione le enormi cazzate che si sparano sull’argomento. Perché, diciamoci la verità, la maggior parte degli italiani crede davvero che gli immigrati vengano espulsi e che se ne possano espellere 600.000 come fossero dei lavoratori italiani qualunque non più necessari all’impresa per cui lavorano. Triste a dirsi, ma le imprese possono prendere a calci in culo i lavoratori grazie a coloro che in questi anni vi hanno aizzato contro gli immigrati mentre legiferavano contro di voi. E sono di nuovo tutti candidati a “migliorare la vostra vita” con le politiche del 4 marzo.
Chissà, forse gli italiani non sono davvero smemorati, o stupidi. Forse sono più che consapevoli, ed in virtù di tale lucida consapevolezza desiderano ritornare al “si stava meglio quando si stava peggio”, così da innescare nuovamente il concetto del “mangia e fai mangiare”. Perché davvero c’è oggi chi è seriamente convinto che aver lasciato dilapidare lo Stato, in favore di una chiusura d’occhio sull’abusivismo edilizio o di una raccomandazione per occupare una posizione per la quale non si era all’altezza, sia stata una ottima idea. Forse davvero gli italiani credono che se in Italia non esiste merito e promozione per chi vale, né punizione o pena certa per chi non vale e per chi delinque, è solo per colpa degli immigrati ed espulsi loro abbiamo risolto tutti i nostri problemi. Meglio: espulsi loro si può riaffidare il Paese a Berlusconi, a Renzi, a Salvini, a Casini o a D’Alema, e tutto tornerà a posto. Allora, se così è, appare più che ragionevole che gli italiani dimentichino una donazione di 23 milioni di euro di spettanze per, di contro, indignarsi subito all’idea che qualcuno non abbia donato come promesso. Certo. Giusto. Ha il suo valore logico l’affermazione “sono peggio degli altri” se qualcuno non ha donato parte del proprio stipendio pur essendoci milioni di euro donati per lo sviluppo delle piccole e medie imprese. Meglio gli altri, quelli che “donano” – obbligatoriamente altrimenti sono fuori alla prima elezione – mezzo stipendio al partito che oltre al finanziamento-rimborso chiede anche il pizzo ai suoi eletti. Perché in Italia di chi non ruba non ci si fida, se ne ha paura. Quindi la batteria di fuoco mediatica che ha tenuto inchiodate le prime pagine dei giornali per giorni con “rimborsopoli” ha rincuorato gli italiani che non hanno più motivo di temere quanti rinunciano a parte del proprio salario. Adesso il problema è risolto. Hanno donato 23 milioni di euro, ma qualcuno non lo ha fatto – altrimenti sarebbero stati 24 milioni – e per questo non ci si può fidare di loro. Molto più sicuro chi è stato condannato per evasione fiscale, per aver rubato agli italiani, piuttosto che chi ha in squadra qualcuno che non ha fatto una donazione spontanea. “Rimborsopoli”, che nome! Stupendo. Con rimborsopoli per giorni la stampa mainstream ha messo da parte l’inchiesta di Fanpage. Rimborsopoli in prima pagina, il traffico di smaltimento dei rifiuti speciali in Campania che rivela il livello di corruzione nelle pubbliche amministrazioni, forse, se avanza spazio, si racconta con una breve in coda al giornale. Tanto agli italiani non piace sapere che la Campania tutto il centro Italia sono stati avvelenati per decenni con smaltimenti di rifiuti tossici sotto il suolo e che l’unico pentito che aveva raccontato tutto, tracciando anche la mappa delle discariche dei veleni, è stato secretato come i verbali redatti con le sue dichiarazioni. Agli italiani non piace sapere che la corruzione nelle pubbliche amministrazioni raggiunge ogni livello e lo fa a discapito degli italiani e del territorio. Forse perché li fa sentire colpevoli di concorso in corruzione per tacito assenso. Agli italiani piace Berlusconi e non piacciono gli immigrati. Questo è quanto. Una nazione senza memoria, ma anche, o soprattutto, senza pudore.

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