Perché Alì si è ucciso a Lampedusa

Soffriva di disturbi psicotici e aveva sospeso la terapia psicofarmacologica. Il migrante era stato attenzionato e visitato sia al CPSA che dall’ASP ed era seguito dai medici quando si è tolto la vita

Aveva 30 anni il ragazzo che ormai per tutti è semplicemente Alì. Giusto mantenere opportuna discrezione sul suo vero nome. Giusto anche chiarire cosa è accaduto a Lampedusa e perché Alì se ne è andato in questo modo. Era sbarcato sull’isola il 30 ottobre insieme ad altri harragas che avevano deciso di lasciare la Tunisia per un lungo ed avventuroso viaggio lontano dal Paese che offriva loro un solo destino, senza possibilità di scelta. Tra essi c’era sicuramente un po’ di tutto, da chi fugge per trovare un Paese dove le leggi non sono rigide e repressive a chi cerca solo un lavoro retribuito con dignità, magari non in Italia, pensando di proseguire fino alla Francia o anche oltre. Su quella barca c’era anche un giovane 30enne, classe 1987, con disturbi psichici. Un ragazzo che seguiva, già in patria, a casa, una terapia farmacologica. Terapia sospesa all’arrivo in Italia. Una circostanza piuttosto diffusa tra chi deve curare la mente invece che il diabete o il disturbo cardiovascolare da cui è affetto. Alì aveva probabilmente dimenticato di stare male. Non aveva più le sue medicine, oppure aveva smesso di prenderle. Dal 30 ottobre al finire dell’anno, in circa sette settimane, il suo disturbo era diventato ormai grave. Ma senza conoscere il soggetto è sempre difficile individuare una patologia di questa natura. Soprattutto in un contesto in cui gli “estranei” sono tanti e tutti devono ricevere attenzioni, diverse tra loro.

Alì si era allontanato da questo mondo già qualche settimana addietro. Si era isolato in uno stato di alienazione che lo vedeva lottare con le sue “voci”. Perché pare che Alì sentisse voci che affollavano con un fitto brusio la sua testa, ma non le capiva. Che qualcosa in questo ragazzo non andava lo avevano notato i suoi compagni di avventura ed il personale medico-sanitario dell’Hotspot di Contrada Imbriacole. Struttura che però ha statuto di “Hotspot” per le prime 48 ore dall’accesso, poi, come nel caso di Alì, sbarcato il 30 ottobre, assumono natura di CPSA: Centro di Primo Soccorso ed Accoglienza. Quindi era già meno facile monitorare il giovane migrante che aveva iniziato a “scompensarsi” ben più avanti del periodo di stretto controllo da modo Hotspot.

Gli ultimi giorni di dicembre Alì era stato visitato dalla psicologa che opera nel CPSA ed era emerso un profilo di pertinenza psichiatrica. Isolato, emarginato, ansioso, insonne, passava le notti fuori dal centro per migranti ma nelle immediate vicinanze di questo. Mercoledì scorso il migrante, già in preda ad evidenti anomalie comportamentali, era stato preso in carico dall’ASP su richiesta dell’ente competente all’interno del CPSA, la Misericordia. Qui, presso il poliambulatorio di Lampedusa, la conferma psichiatrica che Alì soffre di disturbi psicotici e che dovrebbe seguire una terapia psicofarmacologica per il ritorno allo stato di normalità. Terapia che seguiva prima di lasciare la Tunisia ma di cui non ricordava granché. Il passo successivo forse sarebbe stato quello di mettersi in contatto con i suoi familiari, ottenere anche a mezzo fax la diagnosi dei medici che lo curavano in Tunisia e nel frattempo la somministrazione dei farmaci presenti sul prontuario nazionale italiano per aiutarlo ad allontanare le voci dalla sua testa. Ma le sue voci non è detto che volessero tutto ciò e non sappiamo cosa possono avergli suggerito poche ore dopo aver ricevuto la terapia da seguire per tornare a stare bene. Alì chiedeva aiuto, nei momenti in cui era ancora in grado di capire ne aveva bisogno, poi, d’un tratto, qualcosa nella sua testa è scattato, e di aiuto non ne ha voluto più. Non possiamo stabilire cosa sarebbe accaduto se fosse stato rimpatriato, trasferito o se avesse ricevuto un ordine di abbandono del territorio. Probabilmente sarebbe accaduta la stessa cosa, ma altrove.

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