I due summit di Berlino

di Mauro Seminara

Il summit che si è tenuto ieri a Berlino si potrebbe riassumere con la sola foto di gruppo finale, senza parole. Quella immagine parla infatti più di mille parole e di mille articoli già letti ieri e tutti sommariamente uguali. Tutti recanti le dichiarazioni uscite dal vertice ma mancanti delle affermazioni non dette. Nella foto ci sono i protagonisti, ma mancano i protagonisti libici Sarraj e Haftar. Il summit si teneva sulla Libia ed i due contendenti erano giunti a Berlino entrambi la mattina del giorno precedente. Nella foto si scorge, dopo averlo cercato un po’, il presidente del Consiglio italiano arroccato in seconda fila ed al margine del gruppo. Libia, Italia, Conte appena visibile tra gli attori “importanti” del summit sulla Libia. La foto mostra la padrona di casa al centro ed alla sua sinistra il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Alla destra della cancelliera tedesca ci sono invece Emmanuel Macron, immancabile al fianco di Angela Merkel, e subito dopo il presidente turco Erdogan. Strana combinazione quella della Francia (schierata con Haftar) e della Turchia (schierata con Sarraj) sorridenti l’uno al fianco dell’altro. Sul lato opposto, appena dopo Guterres, ci sono Vladimir Putin ed a seguire il presidente egiziano Al-Sisi. Dietro, al centro, ben visibile per posizione e stazza, incombe imponente il segretario di Stato USA Mike Pompeo. Infine, si nota al margine esterno sinistro della foto l’improbabile Boris Johnson. Tra gli “importanti” – lo si mette di nuovo tra virgolette visto il caso – attori della scena libica non c’è la Tunisia, che con ammirevole manifestazione di dignità, considerato che da Berlino avevano dimenticato potesse essere un partner strategico al summit sul confinante Libia, ha deciso di non accettare quel tardivo “vieni, tanto abbiamo messo una sedia in più per sbaglio!”. D’altro canto, anche l’Italia, che della Tunisia si ricorda solo per celebrare l’anniversario della scomparsa di un condannato in libera e dorata latitanza, avrà dovuto faticare per sé nel trovare i biglietti; figurarsi poter portare un amico.

A Berlino si sono tenuti due summit, uno sabato e l’altro domenica. Il primo era riservato e segreto, potevano partecipare solo pochi capi di Stato in incontri a due o a tre con il presidente Sarraj e con il generale Haftar ma senza che i due si incontrassero. Il secondo summit, quello della domenica, è stata una scena da piece teatrale con sipari e siparietti. Più che drammatica tragicomica, se non fosse che si parla di guerra e di vite umane. C’era il Regno Unito, che ufficialmente non è proprio il primo che si invita per far cessare il fuoco in Libia, ma non c’era la Tunisia. Regno Unito con il Trump inglese che si fa promettere dal presidente russo di non commettere mai più attacchi chimici in Inghilterra. La faccia di Putin valeva il prezzo del biglietto. Ma anche quella degli altri presenti non sarebbe stata da meno, visto che nessuno pare abbia detto a Johnson che l’attacco chimico era una bufala ed era stata smentita anche dai protagonisti, oltre che dall’assenza di prove. Poi c’erano Gigi e Peppino uniti a Berlino. Mortificante scena di un duo che cercava contatti fisici a favore di obiettivo che potesse ritrarli in tono confidenziale con leader che non considerano loro né più l’Italia un interlocutore di rilievo per simili contese geopolitiche nel Mediterraneo. Molto meno divertenti e più imbarazzanti di “Totò e Peppino divisi a Berlino”, i due hanno incassato qualche brutale stilettata da Erdogan, che è attualmente colui che ha sottratto tutto all’Italia in quel di Tripoli. Poi, sorrisi imbarazzanti di Di Maio presentato ai leader da Conte; quasi che da un momento all’altro dovesse chiedere loro l’autografo.

Sappiamo, perché questo è l’unico assurdo esito del summit comunicato ufficialmente al termine, che il tavolo si è tenuto sulla Libia ma senza la Libia e che i capi di Stato presenti hanno concordato il “ritiro” dal conflitto ed il “rispetto” dell’embargo sulle armi. Quanto al ritiro delle armi che hanno violato l’embargo, forse in futuro si vedrà. Magari nel frattempo si rompono e le getteranno gli stessi libici. Nulla è emerso, oltre all’indiretta ammissione di tutti di aver partecipato alla guerra e dii aver violato l’embargo, circa le responsabilità e le sanzioni delle Nazioni Unite nei confronti di chi lo ha fatto. Il caso Libia è un meraviglioso gioco di prestigiazione: una guerra civile ma partecipano tutti, un Paese sotto embargo ma a Berlino concordano di cessare le forniture di armi in Libia, un summit per trovare un accordo in cui tutti decidono per le parti contendenti che se pur a Berlino non partecipano ai lavori. Il risultato non sappiamo quindi se è positivo o negativo. Non sappiamo se gli Stati presenti, dagli USA alla Turchia fino alla Russia ed al Regno Unito, hanno trovato un accordo per tirarsi davvero fuori, in posizione di neutralità, o per dividersi equamente la Libia senza entrare in conflitto. Una cosa però è arrivata forte e chiara da entrambi i veri protagonisti del conflitto libico. Haftar ha fatto chiudere i rubinetti prima di salire a bordo del jet che lungo il corridoio aereo jugoslavo lo ha portato sabato a Berlino. Giusto per dire, ancor prima del suo arrivo in Germania, chi ha il controllo della Libia. Sarraj ha invece detto pubblicamente che il partner storico primario e più vicino non ha fatto assolutamente nulla per evitare di giungere fino a questo punto. Come dire: questo è soprattutto per l’inettitudine dell’Italia in politica estera (il conflitto si è acuito con la dichiarazione di Haftar del 4 aprile 2019 e l’Italia ha cambiato due governi). Adesso ci si dovrebbe chiedere cosa hanno davvero deciso, nelle segrete stanze, i big della politica estera con i contendenti libici e cosa ne sarà dell’Italia che, come ha brutalmente rinfacciato Sarraj, non ha saputo difendere i propri interessi. Truppe militari di quei “nostri ragazzi” mandati a combattere per mantenere a forza gli insediamenti ENI magari già promessi alla Turchia? Ma sicuramente si parlerà solo di migranti anche la prossima estate, quando chissà quanti ne saranno morti ed il dramma sarà il prezzo da pagare per non far partire quelli vivi.

Con statisti di tale levatura…

Sintesi del risultato: Le parti esterne hanno approvato un documento redatto in 55 punti che le parti libiche non hanno approvato.

Informazioni su Mauro Seminara 705 Articoli
Giornalista palermitano, classe '74, cresce professionalmente come fotoreporter e videoreporter maturando sulla cronaca dalla prima linea. Dopo anni di esperienza sul campo passa alla scrittura sentendo l'esigenza di raccontare i fatti in prima persona e senza condizionamenti. Ha collaborato con Il Giornale di Sicilia ed altre testate nazionali per la carta stampata. Negli anni ha lavorato con le agenzie di stampa internazionali Thomson Reuters, Agence France-Press, Associated Press, Ansa; per i telegiornali nazionali Rai, Mediaset, La7, Sky e per vari telegiornali nazionali esteri. Si trasferisce nel 2006 a Lampedusa per seguire il crescente fenomeno migratorio che interessava l'isola pelagica e vi rimane fino al 2020. Per anni documenta la migrazione nel Mediterraneo centrale dal mare, dal cielo e da terra come freelance per le maggiori testate ed agenzie nazionali ed internazionali. Nel 2014 gli viene conferito un riconoscimento per meriti professionali al "Premio di giornalismo Mario Francese". Autore e regista del documentario "2011 - Lampedusa nell'anno della primavera araba", direttore della fotografia del documentario "Fino all'ultima spiaggia" e regista del documentario "Uomo". Ideatore e fondatore di Mediterraneo Cronaca, realizza la testata nel 2017 coinvolgendo nel tempo un gruppo di autori di elevata caratura professionale per offrire ai lettori notizie ed analisi di pregio ed indipendenti. Crede nel diritto all'informazione e nel dovere di offrire una informazione neutrale, obiettiva, senza padroni.

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