Al TPP anche la correttezza giornalistica sui migranti

Tra le testimonianze all’udienza del Tribunale Permanente dei Popoli c’è anche quella della giornalista freelance che fa un distinguo riguardo il giornalismo sul campo

Il 7 dicembre scorso, con il titolo “Notizie da paura”, è stato presentato il rapporto 2017 della Carta di Roma. Una fotografia delle tendenze che hanno caratterizzato la narrazione delle migrazioni e delle minoranze sui mezzi di comunicazione italiani nell’anno ormai quasi terminato. Sono diminuite le “violazioni colpose” protocollo deontologico firmato nel 2008 dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Maggiore correttezza da parte dei media nell’utilizzo di termini inadeguati per raccontare le migrazioni, ma preoccupa la diffusione dei discorsi d’odio e delle fake news sulla rete. Preoccupazione avvalorata anche in previsione dell’imminente campagna elettorale. Anche questo è stato argomento per il Tribunale Permanente dei Popoli quando, sul banco dei testimoni, è salita la giornalista freelance Valeria Brigida: “Scrivere ‘Tratti in salvo nel Mare di Sicilia trecento clandestini’ è dare una cattiva informazione, perché si usano in maniera errata le parole”. Valeria Brigida spiega continua con la sua deposizione precisando che trovarsi su un barcone in viaggio non equivale ad essere considerati clandestini. Migranti sì. A testa alta, con la dignità di chi lascia un luogo diventato impossibile da vivere alla ricerca di un futuro per sé e per la propria famiglia. L’uso della semplice parola “clandestino” viene spesso utilizzata in maniera strumentale e, inoltre, permette di nascondere il vero nodo del problema.
Valeria Brigida si è poi soffermata su una analisi, forse un po’ retorica, sullo stato del giornalismo e sulle responsabilità che la professione dovrebbe sempre ricordare di avere: “Quando oggi parliamo di media e immigrazione dobbiamo chiederci innanzitutto: come viviamo noi giornalisti indipendenti il confine tra il vero e il falso? Come viviamo la scelta etica di ‘essere sul campo’ anziché essere un giornalista da desk? A noi, soprattutto in questo momento storico e sociale, viene chiesto un grande sforzo. Siamo gli operai della comunicazione sociale, e lo dico con tono di orgoglio. Essere un giornalista, oggi, è una grandissima responsabilità, e più che mai nel caso dell’analisi del racconto della migrazione. Scrivere e raccontare mettendo al centro la persona, come portatrice di valori, è diventato sempre più faticoso, perché il mondo dell’informazione è spesso distorto dai differenti modelli di narrazione che hanno avuto un forte impatto negativo sull’opinione pubblica.”

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