Immagini e parole nel Mediterraneo: Sciacca film Fest, il diario di un viaggio/1

Rubrica culturale di Roberto Greco

“e ieri sera… dov’eri?” la voce mi arrivò alle spalle all’improvviso. Avevo da pochi passi varcato il grande portone d’ingresso di Badia Grande, la multisala che ospita lo Sciacca Film Fest, giunto alla sua decima edizione.
Alla mia destra si apriva il cortile Orquidea, location delle presentazioni di libri e di spettacoli musicali. Sul palco, di fronte ad un divanetto bianco, con un microfono in mano, c’era Guia Jelo. Ieri sera, alle 20:30, all’interno della rassegna “Incontro con l’autore”, la mia amica era ospite con la sua ultima interpretazione per la regia di Aurelio Grimaldi, “La divina Dolzeida”, un’opera all’interno della quale la carica prorompente di Guia ha trovato il suo spazio. Da lì a pochi minuti avrebbe presentato il suo libro, già uscito nelle librerie. “Donna Giudizia. Jelodicoaguia” all’interno del quale, tra il serio (quasi mai) ed il faceto pubblica una divertente selezione della rubrica “jelodicoaguia” la sua rubrica tenuta su “Sicilia in Rosa”, magazine con target femminile del quotidiano catanese.
“Ci sono un po’ troppo, vero?”, mi sussurra in un orecchio Guia parlando del film. Grimaldi è riuscito a tessere una storia non del tutto improbabile che usa, forza primaria, il binomio Guia Jelo/claustrofobia. “…io sono la divina Dolzeida, nave scuola vintage, con qualche accennato e appena visibile decadimento fisico sotto le ascelle e nella tenera pancetta, ma che rimane una nave scuola sempre “pacchiona” (sottotitolo per i non siciliani/catanesi: molto bellissima assai e fimmina…)” si definisce con queste parole Guia, mentre passeggiamo chiacchieriamo del suo film. La carica vitale di questa donna è enorme, seconda solo, forse, alla sua esperienza e poliedricità. La storia narrata nel film si snoda nell’arco di ventiquattro ore della vita di Dolzeida, dalla mattina di un sabato qualunque, sino al giorno successivo. Lei, Dolzeida, è una stagionata prostituta di lunghissimo corso che riceve ancora clienti. La sua specialità è il “gnicche gnacche”, un gioco erotico segreto, da lei inventato. I clienti, però, sono costretti a “firmare” un patto di silenzio su cosa sia veramente il “gnicche gnacche”, pena una maledizione infernale che Dolzeida, come una spada di Damocle, appende sulla loro testa. Ma Dolzeida non ha più la quantità di clienti di una volta e, nonostante un gruppo di aficionados, spesso, affitta la sua stanza a giovani colleghe, come a dire che il letto, in qualche modo, deve pagarsi. La casa diventa così il luogo d’incontro di una serie incredibile di personaggi, che ben gli si amalgano con i ricordi, le opere d’arte raffinate, gli improbabili manufatti pseudo-religiosi e adorabili “ferri del mestiere” che la arredano con pesantezza.
Guardo l’orologio, la seconda giornata del festival è ricca di proiezioni ed appuntamenti collaterali. “Ci vediamo dopo…” “Ceniamo assieme, mi raccomando…”.

Mi avvio verso l’ingresso delle sale di proiezione. Sino Caracappa mi passa di fianco, passo spedito, telefono incollato all’orecchio. Il suo rapido gesto con la mano sinistra è un saluto. E’ il patron del festival, e si sta districando tra le mille beghe dell’ultimo minuto.
“Sicilian Ghost Story” è tra i film in concorso e la sua proiezione sta iniziando. La gente comincia ad entrare. Opera seconda della coppia artistica Grassadonia-Piazza, attraverso uno sguardo inedito e non utilizzato dalla cinematografia nostrana, rilegge una pagina piena di dolore della storia siciliana recente. “Mi sono resa conto che di quell’episodio non ricordavo nulla… eppure, questa storia è durata più di due anni… era stata completamente rimossa dalla mia memoria…”. Queste sono le parole di un’amica, siciliana, subito dopo la proiezione. Un’amica che, tra il 1993 ed il 1996, anni relativi al rapimento prima e alla morte poi di Giuseppe Di Matteo, aveva circa quarant’anni. Un grazie, quindi, a Grassadonia e Piazza, per questa importante operazione di recupero di una memoria oramai affievolita nelle pieghe del tempo e, troppo spesso, offuscata dalle facili commemorazioni istituzionali.
Interessante operazione di denuncia il “Note dolenti” di Nino Sabella. E’ il racconto della necessità di diritto allo studio che sfocia attraverso una tenace e disperata protesta da parte di un gruppo di studenti, allievi dell’Istituto Superiore di Studi Musicali di Ribera, in provincia di Agrigento, che rischia la chiusura a causa dei tagli economici imposti dal poco riconoscimento della cultura come bene primario da parte delle nostre istituzioni, “nota stonata” rispetto alle politiche culturali europee. “Immagine dal vero”, del regista siciliano Luciano Accomando, ci invita a scoprire un “dopo” che spesso si mescola e si perde nella realtà quotidiana, sostituito dai luoghi comuni relativi all’integrazione degli emigrati. Dodici storie di integrazione e successo, medici, sportivi, editori, imprenditori, che oggi sono parte integrante e, spesso, cardine, della comunità a cui appartengono.
Fame. Mi avvicino alla zona bar. “Allora… andiamo a cena?” La voce di Guia mi raggiunge alle spalle, guardo il frigo contenente le bevande, non vedo nessuna “etichetta amica”. E cena sia.

In attesa dell’inizio del film dell’After Hours, mi concedo una birra. Mentre un ragazzo gentile me la porge, mi viene in mente il documentario di Nino Sabella.
Mi avvio verso la sala dei Palchi. Buio. Talentuoso regista prodotto, agli esordi, da Luc Besson, Louis Leterrier, noto al grande pubblico per “Transporter” e relativi sequel, realizza un film che si basa su una trama complessa. Il suo “Now you see me” sembra scritto più pensando alla possibilità di un sequel che non di creare un’opera autonoma. Film che così passa da situazioni irrisolte a personaggi con scarso spessore, perlopiù offuscati dai giochi di prestigio, nuova arma nelle mani sapienti dei protagonisti.
Sono passate da poco le 2. La giornata sta volgendo alla sua fine. Vedo ragazzi che smontano, chiudono sedie. “Vieni che te la presento…” La voce di Sino mi arriva alle spalle. Mi prende con forza sottobraccio e ci avviciniamo ai tavoli del bar, ancora aperto. Una figura esile, completamente vestita di nero e con un cappello a tesa larga, anch’esso nero, si alza e si avvicina sorridendo. “Lei è Alicia Maksimova…”. Alicia, russa, trapiantata dapprima a Londra e poi, dal 2008 nella provincia di Messina, presenta domani il suo ultimo lavoro. Non beve birra. Il suo italiano, con cadenza britannico-moscovita, mescolato a parole derivate dal dialetto nisseno, è a tratti divertente. “Was Shakespeare English?” è il titolo del suo lavoro. Alicia comincia a raccontarsi. Parla anche del suo lavoro, della sua Sicilia e del suo film, ma lo vedremo domani. Sono passate le 3. Le porte del festival si chiudono. Sino arriva in auto dopo aver accompagnato l’ennesimo ospite in albergo. Esce e si guarda attorno. Non c’è più nessuno. Gira lo sguardo e mi vede. Un cenno con la mano. Sale in macchina e riparte. Anche questa giornata è chiusa. Ripenso al titolo del lavoro di Nino Sabella presentato oggi, “Note dolenti”. Quelle di oggi? Poco assortimento di birra… peccato… speravo in qualche buona birra artigianale siciliana…

Roberto Greco
16/set/2017

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