Coronavirus: che fare in caso di contatto?

Che fare se si ha un contatto con un soggetto positivo? Innanzi tutto per definizione del Ministero della Salute vanno considerati contatti stretti “coloro che hanno avuto una interazione prolungata (per esempio persone che vivono insieme) oppure breve ma significativa (conversazione di almeno un quarto d’ora senza mascherina o una stretta di mano)”

di Franca Regina Parizzi

L’andamento dei contagi da coronavirus dà il quadro di una situazione allarmante: l’aumento dei contagiati, dei malati e dei ricoveri in Terapia Intensiva ha un andamento definito dalla maggioranza degli esperti di tipo esponenziale. Anche se nelle ultime settimane ci è stato ripetuto come i dati dei contagiati fosse correlato al maggior numero di tamponi diagnostici effettuati, cercando così di sedare gli animi con l’illusoria parvenza di un maggior controllo della pandemia, la percentuale di test positivi sul totale dei test effettuati è andata progressivamente aumentando (Fig. 1). Segno evidente, questo, che il così detto contact tracing, il sistema di tracciamento dei contatti, fondamentale per il  controllo delle epidemie, sta fallendo. Anzi: è già fallito.

Nella speranza che non ci sarebbe stata una seconda ondata (ma la prima era veramente finita?), speranza alimentata anche da una errata, superficiale e contraddittoria informazione e comunicazione, purtroppo anche da parte di luminari della Medicina, quando la diffusione del coronavirus sembrava essere affievolita (ma di tamponi se ne facevano molti di meno), si è privilegiata la ripresa della vita economica, sociale e culturale. E si è perso tempo prezioso. E si sono deresponsabilizzate le persone: le fondamentali norme di sicurezza (lavaggio delle mani, mascherine, distanziamento fisico, evitare assembramenti) prima ossessivamente ribadite, si sono così inevitabilmente allentate nel periodo estivo.

 L’aumento esponenziale del numero dei casi rende già oggi impossibile il tracciamento e finiremo per tornare alla stessa situazione di marzo, quando i tamponi venivano eseguiti solo ai soggetti sintomatici (e non a tutti!): l’andamento del rapporto tra casi positivi e casi testati della fig. 1 non dà adito a interpretazioni e previsioni differenti.

Vogliamo limitarci ad analizzare come funziona – e perché non ha funzionato e non funziona – il contact tracing.

Il tracciamento dei contatti si basa su due cardini fondamentali: 1. le interviste ai soggetti positivi per tracciare e “tamponare” i loro contatti e 2. l’app. Immuni.

In questi mesi non sono stati potenziati, o lo sono stati insufficientemente, i servizi sanitari deputati al tracciamento. Le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale), deputate all’esecuzione dei tamponi, sono ancora insufficienti e oberate di lavoro. Le USCA comunicano il risultato del tampone direttamente al paziente e alle AST (Aziende Sanitarie Territoriali). Sta al soggetto risultato positivo comunicare al proprio medico curante l’esito del tampone, nonché i suoi contatti, mentre dovrebbe essere compito delle AST avvisare il Medico di Medicina Generale o il Pediatra di libera scelta. Nella stragrande maggioranza dei casi questo infatti o non avviene o si perde nei meandri della piattaforma informatica regionale. La procedura è poco chiara, e certamente inefficiente. Colpa delle Regioni? Colpa del Governo che non ha emesso linee guida generali? Certamente manca un’adeguata piattaforma informatica in grado di ricostruire le catene dei contagi.  E qui viene il problema dell’app. Immuni. Scaricata ad oggi da poco più di 9.100.000 italiani (su una popolazione di 60.000.000 circa), l’app ha registrato soltanto circa 1.000 segnalazioni di utenti positivi a fronte dei circa 142.000 soggetti attualmente positivi.

Innanzi tutto occorre precisare che perché il contact tracing tramite l’app. Immuni funzioni, almeno il 60%  della popolazione dovrebbe averla scaricata, cioè circa 36.000.000 di persone, mentre solo il 15%  lo ha fatto.

Certamente va considerato che la popolazione italiana più anziana, poco avvezza alle nuove tecnologie, rappresenta una fascia importante che sfugge al tracciamento mediante l’app, ma anche molti giovani non l’hanno scaricata.

Se un soggetto risulta positivo al tampone per SARS-Cov2, deve comunicarlo al suo medico curante, il quale deve collegarsi al software  della tessera sanitaria, scaricare un codice, consegnare questo codice al paziente, il quale poi dovrebbe caricarlo sull’app. Tutti questi passaggi rappresentano una procedura complessa, artificiosa, tutt’altro che efficiente e snella.

Poco e male promossa e sostenuta dagli organi del Governo e delle Regioni, in sintesi, l’app. Immuni rappresenta un flop colossale, oltre che un inutile spreco di denaro. Recentemente i media hanno cercato di rimediare alla scarsa diffusione dell’app pubblicando messaggi promozionali istituzionali, ma la comunicazione e l’informazione ai cittadini è stata finora indubbiamente confusa, disorganizzata e inefficiente.

Ma il motivo principale di fallimento dell’app. Immuni, come di ogni sistema di tracciamento dei contatti, ivi incluse le interviste ai soggetti positivi, sta nella fase successiva. La notifica di contatto dovrebbe presupporre automaticamente il diritto al tampone, ma molto spesso questo non avviene.

A fronte di un progressivo, rapido e incontrollato aumento dei contagi, il sistema di tracciamento è miseramente fallito.

Ma che fare se si ha un contatto con un soggetto positivo?

Innanzi tutto per definizione del Ministero della Salute (circolare 12.10.2020) vanno considerati contatti stretti “coloro che hanno avuto una interazione prolungata (per esempio persone che vivono insieme) oppure breve ma significativa (conversazione di almeno un quarto d’ora senza mascherina o una stretta di mano)”. Sempre nella stessa circolare viene descritto il percorso da fare in questi casi (illustrato nella Fig. 2)

Stiamo vivendo una fase molto difficile, in cui il Governo cerca faticosamente un equilibrio tra salute ed economia, tra diritti e regole, limitazioni. A volte esagerando forse, magari sbagliando. Tutti gli sforzi sono concentrati per evitare un nuovo lockdown, un evento possibile, purtroppo, alla luce dell’andamento della pandemia. Ma non va dimenticato che la salute è il presupposto basilare per una solida e duratura ripresa economica. La luce in fondo al tunnel ancora non si vede, forse è la speranza di un vaccino, che tuttavia non potrà essere disponibile per tutti prima della fine del 2021.

Non va alimentata la speranza di una vaccinazione di massa prima di allora, per gli ovvi problemi di produzione, distribuzione ed esecuzione su ampia scala della vaccinazione. Ma questo tempo sarà necessario anche per valutare la durata della protezione indotta dal vaccino. Sappiamo che l’immunità in chi ha contratto la Covid-19 non è duratura, che è possibile riammalarsi. Se in questo arco di tempo potremo raggiungere la serenità necessaria circa l’assenza o l’irrilevanza di effetti collaterali da vaccino, garantita dalla sperimentazione su un’ampia popolazione di volontari, occorre altrettanto tempo –  e forse ancora di più – per poter valutare la durata dell’immunità indotta dal vaccino, sì da raggiungere la tanto auspicata “immunità di gregge”, quella che impedisce la circolazione virale.      

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