Vie legali di fuga dal conflitto libico, perchè dire no al blocco navale

Intere famiglie rinchiuse in casa, ma esposte ad ogni genere di abusi da parte delle milizie rivali, alimentate sugli opposti fronti da gruppi di mercenari, come migliaia di migranti costretti a vagare su un territorio infido o detenuti in centri disumani

di Fulvio Vassallo Paleologo

Da anni abbiamo denunciato come la guerra ai migranti in fuga dalla Libia, e di riflesso alle ONG che operavano soccorsi in mare, condotta con la delega alle milizie fedeli al governo di Tripoli, per bloccare in alto mare le persone in cerca di salvezza e riportarle nei centri di detenzione dai quali erano riusciti a fuggire, avrebbe prodotto una situazione di guerra, prima in territorio libico e poi nell’intero Mediterraneo. Erano gli anni in cui gli stati europei stringevano accordi con Erdogan, per bloccare i siriani in Turchia, accordi che poi hanno aperto la strada alle intese con le milizie libiche, subordinando la politica estera europea nel Mediterraneo centrale all’esclusiva esigenza di ridurre il numero dei richiedenti asilo e dei profughi da bloccare ai confini esterni, per effetto delle politiche di esternalizzazione. Politiche che hanno prodotto migliaia di vittime, in mare e da ultimo anche tra la popolazione curda, con lo spazio di intervento militare concesso ad Erdogan nell’invasione del Rojava.

Adesso la situazione in Libia sembra oggettivamente sfuggire di mano agli strateghi delle politiche di sbarramento contro i migranti, e la risposta negativa del generale Haftar al tentativo di pacificazione lanciato dall’Unione Sovietica e dalla stessa Turchia, lascia presagire uno sviluppo sanguinoso della guerra civile ed un coinvolgimento ancora più intenso delle potenze regionali che appoggiano le diverse milizie che si contendono il territorio libco e le sue ingenti risorse. Una guerra civile, condotta anche su delega di altri paesi, che ormai ha dilaniato la popolazione civile, suddivisa in diverse tribù di antica tradizione, alimentando risentimento ed odio che non sarà facile superare al tavolo delle trattative.

Mentre appare sempre più evidente come l’Unione europea e l’Italia siano incapaci di tenere una linea politica davvero unitaria sul conflitto libico e sull’intero scacchiere del Mediterraneo, dove si incrociano questioni strategiche e rilevanti interessi economici, i vertici dell’Unione e alcuni esponenti del governo italiano non si rendono conto di quali siano le politiche ed i politici che hanno portato alla situazione attuale. Una situazione che appare ormai compromessa, con rischi crescenti per il popolo migrante intrappolato in Libia e per gli stessi cittadini libici, esposti a continui bombardamenti aerei ed a rappresaglie disumane in tutte le città nelle quali si combatte casa per casa. Si assiste anche al reclutamento di alcuni migranti da parte delle diverse milizie, con una diffusione esponenziale dell’odio interetnico.

Si ripropone quindi la missione EunavforMed, attualmente relegata a meri compiti di avvistamento in collegamento con la sedicente guardia costiera “libica” e con le Centrali di coordinamento marittimo italiane, per un improbabile “blocco navale” che dovrebbe porre fine al traffico di armi. Traffico che, in violazione dell’embargo proclamato dalle Nazioni Unite, permette ancora oggi un costante rifornimento di armi a tutte le diverse milizie e tribù che si contendono il territorio libico. Come se non fosse noto a tutti, meno che alle teste d’uovo di Bruxelles, evidentemente, che le armi in Libia arrivano via terra e via aereo, e solo in minima parte attraverso i porti. In realtà dietro la proposta di “blocco navale”, per la quale esulta in Italia la destra della Meloni, si cela il vecchio proposito, manifestato anche da FRONTEX, di intercettare le imbarcazioni cariche di migranti, che ancora oggi riescono a salpare, in modo da costringerle a rientrare nei porti di partenza, magari per rigettare i naufraghi in mano agli stessi trafficanti che li hanno fatti partire, sotto il controllo di una guardia costiera largamente infiltrata dalle organizzazioni criminali. Per questo scopo le ONG andavano criminalizzate e le loro navi sequestrate o comuque allontanate.

Come se questo non bastasse, a Bruxelles pensano di affidare un ruolo importante in Libia a quell’uomo politico che è stato l’artefice principale delle politiche di collaborazione con la Guardia costiera di Tripoli, nel quadro del Memorandum d’intesa stipulato il 2 febbraio 2017. Al quale seguì nell’estate dello stesso anno un “Codice di condotta“, ancora richiamato di recente dal ministro dell’interno Lamorgese, che aveva come principale obiettivo la criminalizzazione dei soccorsi umanitari e la loro subordinazione alle attività di intercettazione, se non di sequestro in mare, affidate alle motovedette libiche, fornire e rifornite dall’Italia, con la destinazione di ingenti risorse, anche europee, e con la missione NAURAS presente nel porto militare di Tripoli.

Le più recenti sconfitte del governo italiano, a partire dalla Conferenza di Palermo dello scorso anno, nel tentativo di instaurare una mediazione tra Haftar e Serraj, non hanno evidentemente insegnato nulla. La guerra civile divampa e i migranti in transito sono sempre più a rischio, come del resto la popolazione autoctona. Ormai sui barconi si ritrovano anche famiglie libiche in fuga dalle violenze delle bande armate. In ogni caso la Libia, l’intera Libia, non garantisce porti di sbarco sicuri, e questo dato risulta in contraddizione con le scelte politiche di quei governi che continuano a sostenere l’esistenza di una zona SAR di ricerca e salvataggio “libica”. Come se oggi fosse ancora possibile parlare di una sola Libia o di un solo governo che controlla l’intera Libia.

Non è difficile prevedere, se questi propositi si realizzeranno, un ennesimo fallimento della diplomazia, europea ed italiana, con la conseguenza che questa volta il prezzo più alto lo pagheranno non solo i migranti, condannati all’abbandono in mare per omissione di soccorso, ma gli stessi cittadini libici. Subito dopo saranno i cittadini europei a soffrire gli effetti di una crisi umanitaria che corrisponderà alla crisi economica nei paesi che si basano sulle risorse energetiche libiche, come l’Italia, effetto della riconversione degli sbocchi dei rifornimenti energetici provenienti dalla Libia.

Il conflitto libico non sembra risolvibile se l’Unione Europea non rivedrà le sue politiche di sbarramento, sotto accusa anche davanti al tribunale Penale internazionale, e se entrambi i contendenti non saranno costretti a fare un passo indietro, se non si vuole arrivare ad una divisione della Libia, che comunque vedrebbe l’intero territorio sotto lo stretto controllo di militari e di sistemi di governo autoritari, se non vere e proprie dittature. Con le conseguenze che si possono ben prevedere sia per la popolazione civile che per i migranti in transito. E’ probabile che i grandi gruppi economici attualmente operanti in Libia siano già pronti a questa prospettiva di rapido alternarsi delle alleanze, anche a scapito della garanzia dei diritti umani delle persone coinvolte, e questo potrebbe spiegare gli improvvisi cambiamenti di alcuni uomini di governo, più sensibili alle sollecitazioni che provengono dal mondo dell’economia globale, a seconda del gioco delle alleanze internazionali e dell’andamento delle ostilità sul terreno.

Gli obiettivi più urgenti consistono adesso nella tutela delle persone coinvolte nella guerra civile in Libia. Intere famiglie rinchiuse in casa, ma esposte ad ogni genere di abusi da parte delle milizie rivali, alimentate sugli opposti fronti da gruppi di mercenari, come migliaia di migranti costretti a vagare su un territorio infido o detenuti in centri disumani. La sicurezza delle persone deve venire prima dell’affermazione della supremazia economica o militare di una delle parti in conflitto o della messa in sicurezza degli impianti estrattivi. In Libia l’illegalità è cresciuta nel tempo perchè si sono concentrate tutte le risorse repressive contro il sistema militare e criminale che gestiva la mobilità dei migranti, con elevati livelli di collusioni politiche, lasciando ampio spazio alla corruzione, al traffico di petrolio ed al commercio di armi. Adesso si raccolgono i frutti avvelenati di politiche dirette ad alleanze impresentabili per dimostrare la loro efficacia nella riduzione dei cd. sbarchi. E quando non si fa propaganda elettorale si tace su quello che avviene, anche se migliaia di vite sono a rischio nell’indifferenza della popolazione italiana.

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Rimane imprescindibile innanzitutto un “cessate il fuoco” che deve essere garantito da una posizione realmente unitaria dell’Unione Europea e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che vanno sottratti allo scontro dei veti incrociati. Soltanto una posizione dura e condivisa della comunità internazionale sulla guerra civile in Libia potrà isolare chi respinge le proposte di confronto e si affida soltanto alle armi per chiudere la partita con gi avversari, qualificati come “terroristi”. L’embargo non si garantisce in mare, ma con un sistema integrato di sanzioni internazionali e con il blocco dei rifornimenti militari aerei e terrestri. Si deve anche considerare la situazione di gravissima instabilità dei paesi a sud della Libia e garantire che la competizione economica tra le principali potenze mondiali non finisca per favorire il proliferare di milizie estremiste che massacrano sistematicamente le popolazioni civili. Nessuna soluzione per la Libia, in particolare nel Fezzan, può prescindere da una pacificazione delle aree ai suoi confini meridionali (Sahel).

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Piuttosto che il blocco navale, occorre utilizzare tutti i mezzi delle missioni europee in Mediterraneo, in sinergia con le navi delle Organizzazioni non governative, per trarre in salvo chi riesce ad imbarcarsi per sfuggire dalla guerra civile, e dai conseguenti trattamenti inumani o degradanti che la caratterizzano da tempo, se non al rischio di perdere la vita.

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Occorre aprire consistenti canali legali di evacuazione via terra, via mare o via aereo, per dare una via di fuga a quanti in questo momento si trovano in Libia in condizione di detenzione nei centri chiusi, anche in quelli governativi gestiti dal DCIM, o di para-schiavitù nelle “fattorie” gestite da padroni libici, oppure nei territori in cui vivono nascosti. A questo scopo va liberalizzata anche la politica dei visti umanitari, come possibile all’interno del quadro normativo offerto dal Codice delle frontiere Schengen. Allo stesso fine vanno supportati con aree di transito i paesi confinanti con la Libia, soprattutto la Tunisia, che in tempi assai immediati potrebbero subire un intenso afflusso di profughi di guerra (civile). Nessuno dei paesi confinanti con la Libia può essere considerato però come un paese di protezione prolungata. Le procedure di resettlement verso altri paesi vanno avviate nei tempi più rapidi, senza ripetere l’esperienza fallimentare del campo di Coucha aperto in Tunisia nel 2011.

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Anche in questo caso occorre un intervento della comunità internazionale e dell’intera Unione Europea, non potendo restare a carico di singoli stati la sorte di decine di migliaia di persone che, per effetto del conflitto, innescato da chi aderisce da tempo al nazionalismo più spinto, a sud ed a nord del Mediterraneo, continuano a subire lesioni irreversibili dei propri diritti fondamentali e abusi sempre più gravi sui loro corpi.

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