ONG-Viminale, un dialogo nato morto

Le Organizzazioni non governative Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Open Arms e Sea Watch firmano una nota stampa congiunta per dire No ad altri "Codici" e Si al ripristino del diritto internazionale che è "l’unico 'Codice di Condotta' possibile, già in vigore e del tutto sufficiente"

In copertina: Gommone soccorso da Sea Watch 3, nave della Ong tedesca Sea Watch, il 13 aprile 2018

“Nessun essere umano dovrebbe rischiare la vita affidandosi a reti criminali per fuggire da persecuzioni e violenze. Saremmo felici di non dovere più svolgere il nostro lavoro umanitario in mare, ma continueremo a farlo finché sarà necessario.” Lo scrivono le Organizzazioni non governative impegnate nei salvataggi in mare nel Mediterraneo centrale in una nota congiunta diffusa questo pomeriggio. A distanza di oltre un mese dal primo incontro tenutosi al Viminale tra il ministro Luciana Lamorgese e le ONG, e dopo le affermazioni pubbliche del ministro sull’ipotesi di un nuovo “Codice di condotta” per le Organizzazioni non governative che operano salvataggi in mare, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Open Arms e Sea Watch firmano una nota stampa congiunta per dire No ad altri “Codici” e Si al ripristino del diritto internazionale che è “l’unico ‘Codice di Condotta’ possibile, già in vigore e del tutto sufficiente.”

“Apprezziamo i passi avanti in termini di dialogo e coordinamento europeo, ma servono soluzioni reali. Concentrare l’attenzione sulle navi umanitarie, che hanno sempre rispettato le leggi del mare e rappresentano una minima parte degli arrivi, non è che una distrazione dal problema. L’obiettivo comune deve essere fermare morti e sofferenze, secondo gli obblighi del diritto internazionale che tutti, a partire dagli Stati, devono rispettare”. Questo quanto affermato nella nota dalle quattro organizzazioni che ricordano come, dal caso Iuventa della ONG tedesca Jugend Rettet – sequestrata nel 2017 ma per la quale ad oggi non è stata dimostrata alcuna violazione di legge – alle navi Mare Jonio e Sea Watch 3, nessuna organizzazione e nessuna nave abbiano mai trasgredito il diritto internazionale. Le navi fino ad oggi sequestrate, fatta eccezione per il kafkiano caso della Iuventa, si trovano ferme in porto solo in virtù dell’applicazione del “Decreto sicurezza bis” che ne ha permesso il sequestro amministrativo, quindi disposto dalla Prefettura e non da una Procura o da un Tribunale.

Le navi delle Organizzazioni non governative avevano iniziato a solcare il Mediterraneo centrale per sopperire al ritiro della missione italiana Mare Nostrum e nelle more di politiche di migrazione sicura, con visti regolari o mediante canali umanitari, invece che a rischio della vita su barchette precarie nel Mediterraneo centrale. Nessun governo europeo si è mai adoperato per stroncare le reti di trafficanti o per privarle dei loro affari rendendo legali i viaggi della speranza. Di contro, tutta l’Unione europea ha condiviso la criminalizzazione delle navi ONG e la legittimazione dei trafficanti elevati a ruolo di accreditati guardacoste. Le Organizzazioni, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Open Arms e Sea Watch, chiedono adesso che il Governo italiano si adoperi per “assicurare un efficace coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso, che preveda un meccanismo di sbarco coordinato a livello europeo in grado di garantire la tempestiva indicazione di un vicino porto sicuro e la ricostituzione di una capacità di ricerca e soccorso governativa con l’impegno di risorse dall’Italia e da tutti gli Stati membri”. Niente di originale, se non fosse che quanto richiesto dalle ONG e già indicato dal diritto internazionale nei suoi vari trattati, a cominciare dalla Convenzione di Amburgo, sono stati stravolti dalle prassi in uso nel Mediterraneo centrale da Italia, Unione europea e Libia.

“Le organizzazioni chiedono anche l’interruzione del supporto fornito alle autorità libiche, con cui il governo italiano ha rinnovato un Memorandum di Intesa che ha come conseguenza diretta l’intercettazione in mare di migliaia di persone in fuga che vengono riportate sistematicamente in un paese in guerra e nelle disumane condizioni dei centri di detenzione, in violazione del diritto internazionale”. Anche questa richiesta è di fatto una riaffermazione del diritto internazionale, condivisa ed anticipata dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati che ha chiesto la chiusura di tutti i centri di detenzione per migranti in Libia, anche di quelli governativi. “Le organizzazioni si dicono inoltre disponibili a continuare un dialogo – recita in apertura la nota congiunta – con l’obiettivo comune di salvare vite in mare, ma non se l’unica azione in discussione è il controllo delle navi umanitarie, che non sono il problema ma parte della soluzione”. Una sorta di ultimatum che viene però dalle ONG e rivolto al ministro Lamorgese con cui gli stessi si erano seduti al tavolo il 25 ottobre di quest’anno. Circa 40 giorni dopo quell’incontro, oltre a rimanere ferme in porto la navi sequestrate per effetto del “Sicurezza bis” del predecessore Matteo Salvini, nessun passo è stato fatto a tre mesi dall’insediamento del nuovo esecutivo per superare tali decreti legge poi convertiti in leggi dello Stato.

Le ONG infatti “ribadiscono l’urgenza di una drastica modifica dei decreti sicurezza, ancora in vigore con tutte le loro conseguenze – compresi i sequestri amministrativi che trattengono in porto quattro navi, che peraltro il governo avrebbe il potere di liberare immediatamente facendole tornare a salvare vite – e di superare una volta per tutte l’approccio criminalizzante, smentito da tutte le indagini giudiziarie avviate, del lavoro delle organizzazioni non governative in mare”. Le richieste delle Organizzazioni arrivano così, mediante comunicato stampa e pubblica diffusione, al Viminale ed al ministro Lamorgese, con la quale, se non si può definire del tutto rotto, è quantomeno incrinato il dialogo e smarrita l’agenda con intenzioni di discontinuità rispetto al precedente governo. Piuttosto, appare assai marcata la volontà italiana di continuare ad operare in accordo con i criminali libici ed in guerra con le Organizzazioni umanitarie non governative. Malgrado la Turchia abbia piantato una bandiera a Tripoli e rotto il dialogo con la Francia, malgrado l’Eliseo abbia deciso di annullare la fornitura di motovedette ai libici – si dice per le forti spinte popolari francesi che non vogliono una Francia in accordi con i criminali – e le Nazioni Unite continuino a pretendere un intervento delle Corti internazionali sugli accordi bilaterali che legittimano carnefici-guardacoste e trafficanti-poliziotti.

Il comunicato stampa congiunto delle ONG si chiude con un inciso che, già per la cifra riportata, trancia di netto qualunque ipotesi di difesa da parte italiana del Memorandum Italia-Libia e dei “Decreti sicurezza” che hanno criminalizzato le navi umanitarie e portato al sequestro di alcune di esse: “Nonostante la riapertura del dialogo con le organizzazioni, i soccorsi delle navi umanitarie sono ancora soggetti a incertezze e sospetto, mentre la concessione del porto di sbarco resta condizionata ad accordi per la redistribuzione negoziati caso per caso, peraltro in una stagione che rende la permanenza in mare ancora più penosa per la salute e la sicurezza dei naufraghi e degli equipaggi. Intanto i naufragi continuano: almeno 743 persone sono morte quest’anno nel Mediterraneo centrale, migliaia sono state intercettate e riportate in Libia”. L’abrogazione dei decreti legge di Matteo Salvini in materia farebbe decadere il sequestro amministrativo delle navi Sea Watch 3, Mare Jonio ed Alex, attualmente ferme in porto mentre anche a mezzo miglio dalla costa italiana decine di naufraghi muoiono ed ai guardacoste italiani viene imposto il lavoro di becchinaggio.

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