Emanuele Piazza, 16 marzo 1990

All’interno dell’abitazione di Emanuele, la Polizia rivenne la sua pistola e una lista, redatta su carta intestata del Ministero degli Interni, che conteneva oltre cento latitanti, tra questi Totò Riina

In copertina: Emanuele Piazza, ucciso dalla mafia il 16 marzo 1990

di Roberto Greco

Emanuele Piazza è rientrato nella sua casa a Sferracavallo, località vicina a Palermo. Un suo conoscente, Francesco Onorato, gli chiede di accompagnarlo a Capaci, al magazzino di mobili di Nino Troia, dove avrebbe dovuto cambiare un assegno. Piazza va con lui. All’interno del capannone, Emanuele trova Salvatore Biondo e Nino Troia che lo aggrediscono e lo strangolano. Il suo corpo è portato in un casolare nelle campagne di Capaci e sciolto nell’acido.

Emanuele Piazza nasce a Palermo nel 1960 e, all’età di vent’anni, entra in Polizia. Frequenta un corso di addestramento per le Teste di cuoio ad Abbasanta, in Sardegna, e, nel 1983, è assegnato alla scorta dell’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini. In conformità a una sua richiesta di essere assegnato a reparti operativi, è assegnato alla sezione Narcotici della Questura di Roma. In quel periodo partecipa anche alla cattura di Ko Bak Kin – trafficante thailandese – coordinata dal dottor Vincenzo Boncoraglio, già funzionario della Squadra Mobile di Palermo durante il periodo in cui era diretta dal dottor Giorgio Boris Giuliano. Dopo quattro anni di servizio, Emanuele, rassegna le sue dimissioni dalla Polizia di Stato. I veri motivi della scelta non saranno mai svelati. Vive a Sferracavallo con Ciad, un rottweiler. Cosa faccia per vivere, non è chiaro. Lo si scoprirà molti mesi dopo, grazie ad un’indagine condotta dal dottor Falcone, che porterà a scoprire che Emanuele Piazza era un collaboratore esterno del Sisde, il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica. Quando sparisce, i primi che se ne accorgono sono i familiari. Per il giorno successivo, il padre di Emanuele aveva organizzato una cena per festeggiare il suo compleanno. Il figlio non si era presentato. Fu lui che andò a cercarlo a Sferracavallo. Trovò la porta accostata, il frigorifero aperto e la porzione di carne che Emanuele aveva preparato per Ciad. La sua Suzuky 1100, una moto, era parcheggiata, assieme alla sua auto, davanti alla villetta. All’interno dell’abitazione di Emanuele, la Polizia rivenne la sua pistola e una lista, redatta su carta intestata del Ministero degli Interni, che conteneva oltre cento latitanti, tra questi Totò Riina. Emanuele aveva cominciato a frequentare la bassa manovalanza mafiosa. Si muoveva bene, nel sottobosco criminale. Le sue soffiate, arrivate ai commissariati Mondello e San Lorenzo, avevano già prodotto un paio di arresti e il ritrovamento di una base utilizzata come deposito di armi. Il suo principale confidente era Francesco Onorato. Suo vecchio compagno di palestra ed ex pugile, Onorato era un uomo d’onore vicino a Salvatore Biondino, boss mafioso e capomandamento di San Lorenzo. Si ritiene che Biondino avesse scoperto che Piazza lavorava per i servizi proprio per la ricerca dei latitanti mafiosi e che, quindi, fosse diventato scomodo.

In copertina: Emanuele Piazza nel periodo in cui indossava la divisa della Polizia di Stato

La figura di Piazza è anche legata a quello che passerà alla storia come L’attentato dell’Addaura, l’attentato organizzato il 21 giugno 1989 per uccidere il giudice Giovanni Falcone, sui cui mandanti non c’è ancora chiarezza. Sarebbero lui e Antonino Agostino – poliziotto ucciso dalla mafia assieme alla moglie Ida Castelluccio il 5 agosto 1989 – i due sommozzatori che, dal mare, riuscirono a disinnescare gli ordigni esplosivi e a impedire, quindi, la deflagrazione che avrebbe ucciso non solo il dottor Falcone ma anche i poliziotti della scorta e i due ospiti, i suoi colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann, a Palermo per discutere sul filone dell’inchiesta Pizza Connection riguardante il riciclaggio del denaro. Contrariamente a quanto pensato inizialmente, Piazza e Agostino non sono i proprietari delle mute da sub rinvenute nella spiaggia davanti alla villa del dottor Falcone. Erano i mafiosi dell’Acquasanta e dell’Arenella – quartieri di Palermo a cui corrispondono famiglie mafiose – a provenire da terra e forse non erano soli, mentre dal mare arrivarono – e se ne andarono – Piazza e Agostino, entrambi, per motivi diversi, operanti per i servizi. Quando Francesco Onorato divenne collaboratore di giustizia, le dinamiche e le responsabilità dell’omicidio, del quale si autoaccusò, divennero chiare. Nel 2001 furono accolte quasi interamente le richieste dei pm Antonio Di Matteo e Antonio Ingroia. Inflitta la condanna a vita a Salvatore Biondino, Antonino Troia e Giovanni Battaglia. Solo la scelta del rito abbreviato risparmia la massima pena a Salvatore Biondo e al cugino omonimo. Trent’anni vengono inflitti a Simone Scalici e ad Antonino Erasmo Troia. I pentiti Francesco Onorato e Giovambattista Ferrante, grazie allo sconto di pena, avranno una condanna pari a 12 anni. Assoluzione che lascia aperta la porta al dubbio per Salvatore Graziano e Vincenzo Troia.

Emanuele Piazza era nato a Palermo nel 1960. Collaboratore esterno del Sisde, nella notte tra il 15 e il 16 marzo 1990 fu rapito, ucciso e disciolto nell’acido. La  famiglia non ha mai potuto seppellire il suo corpo.

 

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