X

Scontro tra Italia e Malta sulla pelle di 78 persone

di Mauro Seminara

Una nave con 78 naufraghi a bordo si trova da ieri mattina al confine con le acque territoriali italiane di Lampedusa. Attende un porto sicuro in cui sbarcare le persone prese a bordo, ma non è una nave Ong. Per quanto possa sembrare una storia già vista, con le navi “criminali” dei “vicescafisti” che vorrebbero farci “invadere” “andando a caricare migranti in Libia”, in questo caso la situazione è molto diversa. La nave in questione si chiama Marina, e come per la Pyxis Epsilon, il cargo è intervenuto sotto il coordinamento della sala operativa della Centrale di Coordinamento Soccorso Marittimo (MRCC) di Malta. I due casi, uno già concluso e l’altro in itinere, rappresentano inoltre un precedente storico che – come in rari casi nella storia – si possono raccontare dalle pagine della cronaca. Sono i casi relativi ai soccorsi prestati in mare, dopo una notte di ricerche a 30 miglia sud di Lampedusa, da due navi mercantili la mattina del 3 maggio 2020.

La sera di sabato 2 maggio, la centrale di allarme telefonico civile per i soccorsi marittimi, Alarm Phone, riceve una richiesta di aiuto che inoltra alle autorità marittime competenti dopo aver localizzato la posizione dell’imbarcazione. A bordo, da quel che riceve ed inoltra Alarm Phone, ci sarebbero circa 90 persone in pericolo. Le coordinate indicate da Alarm Phone sono relative ad un punto geografico del Mediterraneo centrale, a circa 50 miglia sud di Lampedusa, in area di competenza SAR (ricerca e soccorso) di Malta. Da La Valletta viene assunto il coordinamento dell’operazione di soccorso, ma senza chiedere l’intervento delle vicine motovedette italiane di stanza a Lampedusa. Sul posto, nel frattempo – circa due ore dopo la richiesta inoltrata da Alarm Phone – localizzato una ventina di miglia più a nord, l’MRCC di La Valletta dirotta tre navi mercantili: due battenti bandiera Antigua & Barbuda ed una con svettante bandiera di Malta.

Dopo una notte di ricerche, in un’area circoscritta di circa cinque miglia di diametro, il cui centro si trovava a 30 miglia sud di Lampedusa, una delle tre navi trova i dispersi migranti in pericolo. Ma la barca delle iniziali ricerche non è l’unica che il trio di navi trova quella notte sulla rotta di Lampedusa. Un altro natante, con a bordo 44 persone (tra le quali 8 donne ed un minore), viene avvistato da una delle tre navi e “preso in consegna” per la tutela dell’incolumità di chi sta a bordo. Qui nascerà il secondo dei due precedenti storici.

Il caso “Marina”

Le tre navi dirigono verso Lampedusa la mattina del 3 maggio su indicazione della sala operativa di La Valletta che coordinava l’operazione. Il porto italiano di Lampedusa dista 30 miglia e ha moto ondoso favorevole. Il porto di Malta dista invece oltre 120 miglia nautiche, quattro volte la distanza del porto pelagico italiano. L’articolo 3 della Convenzione di Amburgo prevede casi come questi, sia prima del soccorso che dopo, quando bisogna trovare il luogo sicuro di sbarco più vicino. Malta decide quindi di avvalersi del principio di cooperazione tra Stati previsto dalla Convenzione ed indica alle tre navi il porto di Lampedusa. Ma lo fa senza attendere la disponibilità italiana. E l’Italia si era già dimostrata poco disponibile, visto che le coordinate fornite da Alarm Phone indicavano una posizione distante un ora o due – con le veloci SAR 300 di Lampedusa – dal porto pelagico e nessuna cima si era staccata dalla rispettiva bitta nel corso della disperata ricerca notturna operata dai grossi mercantili.

Giunta al confine con le acque territoriali italiane, la nave che aveva preso a bordo i 78 naufraghi si ferma ed attende l’autorizzazione ad entrare in acque territoriali per lo sbarco. Ma l’autorizzazione allo sbarco non arriva perché l’Italia la nega. Secondo l’Italia, i migranti soccorsi dovrebbero sbarcare a Malta. L’isola-Stato, nel frattempo, è in emergenza pandemia Covid-19 esattamente come l’Italia e lo è anche perché il Governo di Malta ha messo il ferro dietro la porta emettendo una disposizione governativa analoga a quella italiana dell’8 aprile con cui il Ministero dei Trasporti diretto da Paola De Micheli ha definito “unsafe” (non sicuri) i porti italiani ad una determinata fattispecie di navi. A parità di “non sicurezza” dei porti italiani e maltesi dovrebbe tornare il principio sancito dalle convenzioni internazionali e l’Italia dovrebbe concedere il porto di Lampedusa a Malta che lo chiede per la nave cargo Marina. Il caso, inoltre, si presta anche a rendere ridicolo oltre ogni limite il principio che l’Italia, con i suoi ministri che continuano ad indicare questa intenzione anche alle Camere e nelle Commissioni parlamentari, vorrebbero introdurre sulla scena normativa internazionale determinando che ad indicare il place of safety – esattamente il “luogo di sbarco sicuro più vicino” – siano i Paesi di bandiera delle navi. La nave cargo Marina infatti batte bandiera Antigua & Barbuda, cioè in centro America, ai Caraibi.

La nave cargo Marina si trova ferma al largo di Lampedusa, poco più di 12 miglia sud dell’isola, da ieri mattina, con 78 persone a bordo alle quali non può assicurare nulla essendo una nave mercantile. Uno dei tanti braccio di ferro già visti in passato tra Italia e Malta, come quello del mercantile turco Pinar, rimasto per diversi giorni al largo dell’isola italiana con naufraghi a bordo che nessuno voleva fare sbarcare. Simile anche alle vicende di cui sopra, con le navi Ong che si rivolgevano al porto sicuro più vicino e rimanevano poi giorni, in qualche caso anche settimane, ad attendere che si applicasse il diritto internazionale. La differenza è che al Governo non c’è la destra di Salvini, che nessuno urla “vergogna!” e che la nave non è di una Organizzazione non governativa. L’elemento comune è invece la pelle dei naufraghi sulla quale si giocano partite politiche con le quali si continuano a voler infrangere i dettami internazionali in materia di soccorso marittimo e diritti umani.

Il caso “Pyxis Epsilon”

La nave Pyxis Epsilon, una cisterna, batte bandiera maltese ed è l’unica delle tre navi coinvolte da Malta nelle ricerche ad aver superato il confine delle acque territoriali di Lampedusa ieri pomeriggio. Il “caso Pyxis Epsilon” vale uno studio di diritto internazionale, ma sarebbe difficile condurlo visto che mancano le informazioni anche alla stampa per sapere esattamente cosa è accaduto e sulla base di quale norma. La Pyxis Epsilon, 180 metri di nave cisterna, non ha preso a bordo le persone della seconda barca. Il natante con 44 persone migranti che navigavano verso Lampedusa è stato invece “scortato” dalla nave maltese, ma non solo. Dalla posizione in cui la nave ha trovato il barchino, oltre il confine della fascia di contiguità delle acque territoriali italiane, in acque internazionali, e fino all’arrivo in acque italiane a poco più di 11 miglia dal porto di Lampedusa, la barca con i 44 migranti è stata “scortata” anche da un elicottero della Guardia Costiera che ha seguito nave e barchino fino all’incontro con motovedetta della Guardia Costiera e motovedetta della Guardia di Finanza.

Le motovedette di Guardia Costiera e Finanza sono uscite dal porto quindi soltanto per prendere in consegna i migranti già in acque territoriali italiane – 31 persone a bordo della SAR classe 300 della Guardia Costiera e 13 su quella delle Fiamme Gialle – e non per un soccorso. Ma il caso è strano e complesso. Una piccola barca con 44 persone a bordo è in “distress”, e su questo non c’è alcun dubbio. Chiunque sarebbe in pericolo se su un barchino ci si sta in 44 e senza alcuna dotazione di sicurezza. La stessa Guardia Costiera, anche solo per una persona in più rispetto a quanto previsto dall’omologazione del natante, o per assenza di giubbotti di salvataggio, interverrebbe perché costretta, nel bene o nel male. Che ci fosse motivo per temere per l’incolumità dei 44 migranti lo dimostra infatti anche semplicemente la scorta della nave Pyxis Epsilon che, con la terza nave delle ricerche, la Karina, ha accompagnato alla media di 4 nodi il barchino fino all’incontro con le motovedette italiane. La Karina si è fermata prima del confine con le acque territoriali italiane mentre la nave con bandiera di Malta ha varcato il confine delle 12 miglia.

A questo punto si pone qualche legittimo dubbio sulla natura di questa operazione. Se la barca era in pericolo, perché la Guardia Costiera ha atteso che arrivasse in acque territoriali invece di prestare doveroso soccorso al largo, in fascia di contiguità o anche in acque internazionali? Se invece la barca non era considerata in pericolo, perché scortarla fino ad entrare in acque territoriali e perché questa circostanza non rappresenta l’ipotesi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina da parte della Pyxis Epsilon? Infine, i migranti fermati poi in acque territoriali italiane dalla Guardia di Finanza e dalla Guardia Costiera, dopo la scorta della nave maltese e dell’elicottero della Guardia Costiera italiana, si vedranno contestare l’ingresso illegale nel territorio dello Stato oppure sono stati semplicemente soccorsi?

Omissione di soccorso oppure favoreggiamento dell’immigrazione clandestina?

Ci sono vari dubbi, ma dal Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto ormai non rispondono più alle domande dei giornalisti, perché per farlo bisognerebbe rispondere al telefono, ed i comunicati stampa vengono emessi soltanto quando nel corso di una operazione vengono recuperate persone dal mare, come nel caso di sabato 2 maggio, quando la nota stampa è stata diffusa pochi minuti prima che le motovedette toccassero la banchina del porto di Lampedusa. Potendoci limitare solo a narrare ciò di cui si ha certezza, sappiamo che le motovedette non sono uscite dal porto di Lampedusa per cercare naufraghi in difficoltà nel corso della notte ma solo per “fermare” e trasbordare migranti accompagnati da una nave straniera fino alle acque territoriali italiane sotto gli occhi dell’elicottero della Guardia Costiera. Sembrerebbe quasi una omissione di soccorso durante l’accompagnamento ad opera della Pyxis Epsilon, oppure una omessa denuncia per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – mentre si trovava in acque di autorità giudiziaria italiana – del comandante della nave maltese. Se si fosse trattato di navi Ong non ci sarebbero stati dubbi e sarebbero stati tacciati di favoreggiamento, se non sul piano giudiziario anche solo su quello mediatico. Ma pare che la classe politica italiana non sia pronta a rendersi nemici i vertici maltesi. Resta l’ipotesi di doveroso intervento delle motovedette per andare incontro al natante in pericolo, ma anche il soccorso in mare ad opera della Guardia Costiera è stato bandito in Italia, salvo che non si tratti di un facoltoso “ariano” che va alla deriva con il suo yacht.

Il decreto interministeriale che nega lo sbarco ai 78 di nave Marina

L’8 aprile è stato firmato il decreto ad navem, calibrato palesemente sulle navi Ong ma mai pubblicato in Gazzetta Ufficiale se pur decreto che cambia radicalmente l’assetto dell’ordinamento giuridico sull’applicazione della Costituzione italiana e dei Trattati internazionali. Quattro ministri lo hanno firmato la sera del 7 aprile. Poi, messi a bordo della nave Rubattino i naufraghi delle navi Ong che risultavano destinatarie del documento, il decreto sembrava essere stato dimenticato. Adesso invece torna, esattamente come quello maltese, redatto e firmato dal premier subito dopo quello italiano. Nel decreto del Ministero dei Trasporti italiano c’era scritto che le misure per cui i porti italiani erano da ritenere non sicuri facevano “riferimento ai casi di soccorso effettuati da parte di unità battenti bandiera straniera che abbiano condotto le operazioni al di fuori dell’area SAR italiana, in assenza del coordinamento del IMRCC Roma“. Cioè, letteralmente il caso della nave “Marina” con bandiera di Antigua & Barbuda, in area SAR di Malta, sotto il coordinamento del MRCC di La Valletta e non di Roma. Ma a Malta, che non è una organizzazione non governativa ma uno Stato, anche molto influente sulle dinamiche italiane, questo non sta bene. Quindi la nave Marina è ferma davanti Lampedusa e la nave maltese Pyxis Epsilon ha scortato un barchino carico di migranti fino a dentro le acque territoriali italiane prima di andar via indisturbata dalle autorità nazionali che avevano omesso di andare incontro al barchino in pericolo.

Mauro Seminara: Giornalista palermitano, classe '74, cresce professionalmente come fotoreporter e videoreporter maturando sulla cronaca dalla prima linea. Dopo anni di esperienza sul campo passa alla scrittura sentendo l'esigenza di raccontare i fatti in prima persona e senza condizionamenti. Ha collaborato con Il Giornale di Sicilia ed altre testate nazionali per la carta stampata. Negli anni ha lavorato con le agenzie di stampa internazionali Thomson Reuters, Agence France-Press, Associated Press, Ansa; per i telegiornali nazionali Rai, Mediaset, La7, Sky e per vari telegiornali nazionali esteri. Si trasferisce nel 2006 a Lampedusa per seguire il crescente fenomeno migratorio che interessava l'isola pelagica e vi rimane fino al 2020. Per anni documenta la migrazione nel Mediterraneo centrale dal mare, dal cielo e da terra come freelance per le maggiori testate ed agenzie nazionali ed internazionali. Nel 2014 gli viene conferito un riconoscimento per meriti professionali al "Premio di giornalismo Mario Francese". Autore e regista del documentario "2011 - Lampedusa nell'anno della primavera araba", direttore della fotografia del documentario "Fino all'ultima spiaggia" e regista del documentario "Uomo". Ideatore e fondatore di Mediterraneo Cronaca, realizza la testata nel 2017 coinvolgendo nel tempo un gruppo di autori di elevata caratura professionale per offrire ai lettori notizie ed analisi di pregio ed indipendenti. Crede nel diritto all'informazione e nel dovere di offrire una informazione neutrale, obiettiva, senza padroni.

View Comments (0)

Related Post