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Ong tra le fauci del leone

di Mauro Seminara

Se alla fine del teatrino l’unico problema del Governo “Conte II” era Giuseppe Conte, e con Mario Draghi tutti adesso sono felici e soddisfatti, inclusi i “Mai con…” che stanno coronando il sogno di fare un governo con Berlusconi, la Lega ed il PD insieme, per le Organizzazioni non governative del mare pare proprio che l’unico problema era Matteo Salvini. La marcata impressione deriva dalla valutazione dei rapporti che intercorrono tra le suddette organizzazioni e le autorità italiane con le quali esse hanno avviato un dialogo già in tempi non sospetti. Di dialogo infatti ha parlato anche la catalana Proactiva Open Arms in un recente comunicato, nel quale auspicava che l’insediamento del Governo Draghi non fosse causa di interruzione. Di dialogo, in un modo o nell’altro, parla anche il Comitato per il Diritto al soccorso marittimo cui partecipano, oltre al mentore Luigi Manconi, anche alcune Ong e che dovrebbe in qualche modo proporre una mediazione diplomatica tra le autorità nazionali italiane e le operazioni in mare delle navi umanitarie. Forse più in particolare tra le Ong ed il Viminale. L’immagine che inevitabilmente appare è quella di alcuni soggetti che con i “nuovi” interlocutori – quando Lamorgese è succeduta a Salvini non tutto il Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione ha visto un turn over – che, oltre a mantenere in vigore i cosiddetti “decreti Salvini” e la buona abitudine di lunghe attese prima dell’assegnazione dei porti, hanno tenuto a battesimo la simpatica abitudine di una rigorosa attuazione del Port State Control (il Memorandum di Parigi del 1982) che ha visto bloccare a turno tutte le navi Ong con fermi amministrativi.

Si parla quindi di dialogo tra le parti, ma non dei contenuti di tale dialogo. Qualcosa però sembrerebbe essere cambiato davvero. La Ocean Viking, ad esempio, è già la seconda volta che riceve l’indicazione di Augusta quale porto di sbarco e nel primo episodio non ha ricevuto la disposizione di solita quarantena imposta in rada e nemmeno la consueta ispezione della Direzione marittima con gli ufficiali della Guardia Costiera per una intera giornata a bordo. Anche la Open Arms era stata graziata, sul finire dello scorso anno, dal fermo amministrativo dopo uno sbarco in Sicilia. Di contro, ed anche questa è una strana realtà di cui si prende atto, quando al rimorchiatore della Ong catalana è stato indicato il porto di Porto Empedocle per lo sbarco dei quasi 150 naufraghi salvati nelle ore precedenti, questa non ha battuto ciglio annunciandolo mentre in plancia veniva impostata la rotta. L’unico neo a questo momento “rose e fiori” era la tempesta che giungeva nel Mediterraneo centrale da nordovest e che il piccolo rimorchiatore Open Arms avrebbe dovuto affrontare a muso duro per arrivarci. Sembra quindi che la burrasca in arrivo fosse un problema prima dell’assegnazione del porto ma non da attraversare per raggiungere il porto assegnato. La Open Arms però si trovava vicino il porto di Lampedusa quando da Roma è stato deciso che i naufraghi che aveva a bordo dovevano sbarcare nel porto agrigentino in cui si trovava già la nave quarantena GNV Allegra.

Per arrivare a Porto Empedocle, la Open Arms ha dovuto fare i conti con raffiche di vento da oltre 60 chilometri orari sulla prua e onde alte circa tre metri. Il rimorchiatore si è allargato ad ovest da Lampedusa, come dovesse raggiungere Pantelleria invece che la costa della provincia di Agrigento, e la distanza è stata coperta per quasi due terzi alla media di due nodi e mezzo. In termini più comuni, il rimorchiatore navigava a circa quattro chilometri e mezzo l’ora. Infatti, dall’ufficializzazione di assegnazione porto all’arrivo sono trascorse circa trenta ore. Non un semplice ritardo di ulteriori trenta ore ma un’esperienza dura per i naufraghi che aveva a bordo ed anche per lo stesso team Ong. Un’avventura che pare essersi conclusa senza conseguenze, ma che ha tenuto i più attenti osservatori col fiato sospeso per parecchie interminabili ore, soprattutto quando la piccola nave che sfidava le onde, dopo aver rallentato fino a soli due nodi, pare abbia anche invertito temporaneamente la rotta. Un’avaria al motore o una persona spazzata via dal ponte a causa di un’onda presa male sullo scafo, e la responsabilità in capo al capitano di Open Arms sarebbe stata indifendibile.

Porto Empedocle, la Open Arms minuscola al cospetto della nave quarantena GNV Allegra la mattina del 16 febbraio 2021 (Ph: Alessio Tricani)

Se chi da Roma non si è posto il minimo scrupolo nell’assegnazione del porto di Porto Empedocle invece di un più logico ed immediato luogo sicuro di sbarco (il “place of safety”) a Lampedusa, dove poi sarebbe potuta arrivare la mastodontica GNV Allegra, a bordo della Open Arms pare non sia stato considerato il bollettino meteo marino né lo stress cui venivano sottoposti i naufraghi alloggiati su un ponte scoperto, esposto al gelo ed agli schizzi d’acqua, se non addirittura alle onde. Assumendosi in toto la responsabilità per la difficile navigazione, di oltre cento miglia nautiche delle quali oltre due terzi nelle sopramenzionate condizioni meteo marine, la Open Arms ha condotto le persone salvate in precedenza attraverso una burrasca fino al porto indicatole senza così provocare alcuna incombenza al dialogante interlocutore istituzionale italiano. Ma al tempo stesso, gettando alle ortiche gli scontri passati, da quelli con Minniti a quelli con Salvini, le Ong si avvicinano adesso di testa alla bocca del leone. Consapevolmente o meno.

Nella linea di difesa dell’ex ministro dell’Interno, proprio sul caso Open Arms (dell’estate 2018), a Palermo, come annunciato in punto stampa dalla stessa legale Giulia Bongiorno, ci sono due punti cardine: i soccorsi effettuati non erano riconosciuti come eventi SAR dall’autorità marittima nazionale e la Ong si era rifiutata di accogliere la disponibilità concessa – ma in un secondo momento, ormai tardivo – dalla Spagna di un porto di sbarco. Adesso, raggiungendo Porto Empedocle – navigando in mezzo alla tempesta a due o tre nodi per quasi trenta ore fino al porto agrigentino distante oltre cento miglia nautiche – invece di fermarsi a Lampedusa, anche solo per attendere al riparo la fine della burrasca, la Open Arms pare abbia dimostrato come tutto sommato il vecchio nemico Matteo Salvini non avesse tutti i torti sostenendo che il “luogo sicuro di sbarco più vicino” poteva essere anche Barcellona. In fondo, non dimentichiamo che i fatti al vaglio del giudice per le udienze preliminari, che dovrà decidere se concedere il rinvio a giudizio dell’ex ministro Salvini, si svolgevano in piena estate e non in inverno nel corso di una perturbazione che avrà fatto risalire in gola lo stomaco dei naufraghi e degli stessi soccorritori. Come dire, se si possono percorrere cento miglia in queste condizioni per raggiungere un porto di sbarco se ne possono percorre dieci volte tanto con condizioni meteo estive. Inoltre resta la gestione degli eventi, che non sembrano smentire quanto affermato dall’avvocato di Salvini circa la non assunzione di un evento qualificato come SAR da parte della centrale di coordinamento soccorso marittimo italiana (IMRCC).

Punto stampa presso l’aula bunker di Palermo al termine della prima udienza dinnanzi al giudice per le udienze preliminari sul caso Open Arms il 9 gennaio 2021

In fin dei conti, se le Ong continuano ad eseguire disposizioni che vedono aprire porti ma non assegnare place of safety, ad assecondare navigazioni assurde invece di opporre come di diritto le condizioni a bordo ed in mare per concordare insieme quale è il vero luogo sicuro di sbarco più vicino, a ringraziare quando il porto viene assegnato in meno di una settimana, cosa altro potrà mancare se non le scuse al leader della Lega? Ci si dovranno aspettare testimonianze in suo favore in caso di processo? Forse è dell’appeal di Luciana Lamorgese il merito, oppure del partito che ha preso il posto della Lega nel governo “Conte II”, quello che ha smesso di salire sulle navi Ong per solidarietà ed ha proposto il ministro ancora in carica con il governo Draghi, oppure ancora era proprio Matteo Salvini che stava antipatico alle Ong come Giuseppe Conte stava sullo stomaco dei due Matteo (Renzi e Salvini), ma la guerra adesso – agli occhi del profano scrivente – sembra essere in un periodo di tregua. Chissà se l’attuale condotta non possa produrre anche un bel proscioglimento per l’ex ministro degli Interni. Tutto sommato, dialogando dialogando si finisce per diventare tutti amici. Anche per questo, sarà una ulteriore coincidenza ma alle Ong non sta bene che Malta si comporti come sempre e che l’Unione europea faccia quel che fa, ma a guardar bene non si trovano più le parole “Italia” e “Memorandum Italia-Libia” (ancora in vigore) nella loro comunicazione.

Aggiornamento:

Rettificato il periodo sul secondo sbarco ad Augusta della nave Ocean Viking con l’aggiornamento ricevuto dalla Ong internazionale SOS Mediterranee sulla quarantena, ancora di 14 giorni, imposta a tutti i membri di equipaggio e soccorritori imbarcati oltre che alla stessa nave costretta in rada nel porto siracusano.

Anche la Open Arms è ferma nel porto in cui ha sbarcato i naufraghi salvati nei giorni scorsi, configurando così, con l’ancora calata a Porto Empedocle mentre quella di Ocean Viking pesca sul fondale di Augusta, la seconda nave ferma mentre le condizioni meteo migliorano e nuove barche di migranti salpano in assenza di assetti navali pronti al soccorso marittimo che non siano le motovedette libiche cui consegue un ritorno al porto non sicuro di partenza.

Mauro Seminara: Giornalista palermitano, classe '74, cresce professionalmente come fotoreporter e videoreporter maturando sulla cronaca dalla prima linea. Dopo anni di esperienza sul campo passa alla scrittura sentendo l'esigenza di raccontare i fatti in prima persona e senza condizionamenti. Ha collaborato con Il Giornale di Sicilia ed altre testate nazionali per la carta stampata. Negli anni ha lavorato con le agenzie di stampa internazionali Thomson Reuters, Agence France-Press, Associated Press, Ansa; per i telegiornali nazionali Rai, Mediaset, La7, Sky e per vari telegiornali nazionali esteri. Si trasferisce nel 2006 a Lampedusa per seguire il crescente fenomeno migratorio che interessava l'isola pelagica e vi rimane fino al 2020. Per anni documenta la migrazione nel Mediterraneo centrale dal mare, dal cielo e da terra come freelance per le maggiori testate ed agenzie nazionali ed internazionali. Nel 2014 gli viene conferito un riconoscimento per meriti professionali al "Premio di giornalismo Mario Francese". Autore e regista del documentario "2011 - Lampedusa nell'anno della primavera araba", direttore della fotografia del documentario "Fino all'ultima spiaggia" e regista del documentario "Uomo". Ideatore e fondatore di Mediterraneo Cronaca, realizza la testata nel 2017 coinvolgendo nel tempo un gruppo di autori di elevata caratura professionale per offrire ai lettori notizie ed analisi di pregio ed indipendenti. Crede nel diritto all'informazione e nel dovere di offrire una informazione neutrale, obiettiva, senza padroni.
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