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Covid-19, 11 Settembre politico ed economico del mondo

di Alessio Tricani

Dal tonfo delle borse di tutto il mondo alla crisi dei posti letto passando per la compressione dei diritti fondamentali degli Stati democratici, tutto contribuisce a definire l’emergenza COVID-19 come l’11 Settembre politico ed economico del mondo. Basti pensare che Wall Street precipita registrando il peggior dato dal 1987 ed l’indice italiano FTSE cede il 30% dall’inizio dell’anno. L’innominabile ha messo in luce una vulnerabilità, ma non solo per l’intera Italia, bensì per tutta l’Europa nonché per gli alleati di coalizione NATO sparsi nel mondo. L’agente biologico fa riflettere sulla necessità di rendere sanità, ricerca, produzione di DPI ecc, settori strategici alla stregua di comparti come Difesa, sicurezza del cyberspazio, produzione energetica, automotive, materie prime e agricoltura. Tutti settori dove il Golden Power istituzionale è in grado di indirizzare in momenti di crisi. Fra questi andrebbe quindi annoverata, prima fra tutti, ricerca e istruzione quale ambito di formazione di risorse umane da impiegare nella sfida alla competitività.

Qui non parliamo di sole nocciole turche ( primo produttore mondiale ), argomento che solo un politico abbozzato poteva usare per fare campagna elettorale come emergenza delle nocciole e della Nutella nazionale. Fatta la tara delle bufale sul COVID-19, il virus è riuscito nell’intento di mettere in difficoltà un sistema sanitario ma anche di riconfigurare gli equilibri di un popolo all’interno dei confini ed all’esterno degli stessi, minacciando quindi le relazioni coi  Paesi confinanti che adotteranno misure di pseudo-embargo. Abbiamo scoperto che “l’embargo sanitario” può essere un arma per isolare quei Paesi che rischiano – anche involontariamente – di destabilizzalo con una crisi sistemica in cui un problema seguito da una soluzione genera un altro problema. Basta solo un agente invisibile, anche per nulla mortale ma altamente contagioso, a dare via alla crisi di sistema. Lasciamo dunque i negazionisti ai simposi, dove disquisiranno sul “se COVID-19 è una bufala”, perché quelle persone in terapia intensiva sono reali. Alla luce di questa considerazione, non è più possibile lasciare alla globalizzazione alcuni di quei settori legati al rischio biochimico e con essi tutto ciò che mitiga il rischio.

Similmente al comparto sicurezza ed a quello energetico, non possono, assolutamente, essere delegati a compagnie straniere le misure di difesa biochimica nazionali. Quest’ultimi, proprio in quanto extranazionali, risulteranno sempre potenziali persecutori di interessi che spesso non coincidono con quelli dell’appaltatore. Ritorna quindi la necessità di potere soddisfare in totale autonomia il fabbisogno interno ed avere le capacità di fronteggiare le criticità dei Paesi richiedenti, proprio per l’imprevedibilità e difficoltà nel tracciare il rischio. Pur non avendo un dato certo, possiamo desumere che, finita l’emergenza, si ridiscuterà la globalizzazione per come la conosciamo. Non sarà più possibile localizzare tutte le produzioni presso specifiche aree geografiche, ma bisognerà dislocarle in diverse parti del mondo, fra quei Paesi che garantiscono più sicurezza ad ampio spettro: dalla stabilità politica alla gestione dei rischi di epidemia.

Per garantire il rispetto del motto “America first”, nonché il proprio vantaggio competitivo a livello globale e la propria stabilità in senso stretto, su questo fronte la casa bianca si è mossa per tempo tentando di accaparrarsi il brevetto della tedesca CureVAC per il vaccino contro la Sars-Cov2. Una notizia presto smentita da un Tweet dell’azienda stessa, che non commenta i tentativi di speculazione mediatica e respinge le accuse su presunte offerte di acquisto dell’azienda o della tecnologia, ma che ha aperto a scenari ed ipotesi da nuove frontiere della guerra tra superpotenze. Il futuro potrebbe essere questo per garantire la sopravvivenza di un paese, carta vincente per il riequilibrio dei rapporti di potenza fra continenti come quello europeo e quello americano. Gli attuali livelli di sicurezza e sorveglianza sanitaria, e di mitigazione del rischio epidemiologico, non risultano sufficienti a garantire sia il diritto fondamentale alla vita che la stabilità economica del Paese. Al momento pare si debba fare molto di più, ma all’ordine del giorno sembra non ci sia ancora un serio recupero per i settori ricerca e sviluppo delle Università nazionali.

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