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Guerra civile e porto sicuro, le bugie Ue sulla Libia

di Mauro Seminara

Nel gioco della propaganda internazionale la Libia è in guerra civile e per l’Italia, ma anche per l’ipocrisia dell’Unione europea, la Libia è anche un “porto sicuro”. Entrambe le asserzioni sono palesemente false, ma non vengono smentite dai media nel corso delle notizie che vengono diffuse dai mass media. Mezze verità oppure omissioni nella corretta nomenclatura. L’ultima strage di civili causata da un raid aereo nel sudovest della Libia è costata la vita a 43 persone ed il ferimento, in molti casi anche grave, di altre 50. Alcune di queste potrebbero far salire il bilancio delle vittime a causa delle profonde ferite. Il raid aereo, il bombardamento, ha colpito Murzuq, una municipalità nel sud della Tripolitania nella quale sono presenti grandi impianti petroliferi e che le forze del generale Haftar avevano conquistato già prima dell’ufficializzata guerra per la conquista della capitale partita il 4 aprile.

I raid aerei che colpiscono la Libia tripolitana con potenti bombe non sono opera di vecchi Mig delle forze aeree che appartennero alla Grande Jamahiriya di Muammar Gheddafi ma azioni offensive condotte da moderni e sofisticati droni. Dell’impiego delle suddette letali armi non si fa segreto, ma le notizie spesso tronche omettono di ricordare che la Libia continua ad essere sottoposta a teorico embargo e che l’intervento di Stati estranei nel conflitto rende la guerra in atto tutto tranne che una “guerra civile”. Sui cieli libici volano infatti i droni di fabbricazione turca e quelli di progettazione produzione cinese in uso alle superpotenze economiche della penisola araba già impegnate nella guerra in Yemen. Si aggiungono poi i cacciabombardieri francesi ed aviazioni mercenarie alle quali viene affidato il lavoro sporco di una guerra sporca. Il bombardamento che ha fatto strage di civili a Murzuq è stato addebitato all’Esercito Nazionale Libico del “signore della guerra”, il generale Khalifa Haftar. Ma il leader militare della Cirenaica alla conquista di Tripoli fa sapere che il raid di ieri a Murzuq come quello di Tajoura, che ha fatto strage di migranti in un centro di detenzione, non sono opera sua.

Difficilmente un crimine di guerra viene ammesso dal criminale, ma è anche vero che il dipartimento speciale delle Nazioni Unite per la Libia, l’Unsmil, nel condannare le stragi di civili si è ben guardato dal puntare il dito contro una delle parti in conflitto nella presunta guerra civile. Marzuq era stata conquistata da Haftar, ma quando il generale ha mosso le proprie limitate forze per l’assedio alla capitale era rimasta sguarnita la municipalità a sud della Tripolitania. Haftar non poteva mantenere il possedimento petrolifero ed anche l’assedio a Tripoli. Ed in pieno embargo sulle armi in Libia sono spuntati i droni killer a far strage di civili. Droni che, vista l’incapacità della sedicente guardia costiera libica di manovrare e gestire delle motovedette italiane che vantano onorevoli vent’anni di servizio, si suppone che a pilotare i sofisticati droni assassini non siano dei “piloti” libici addestrati da Khalifa Haftar. Chiunque abbia bombardato Murzuq ha probabilmente parte della responsabilità. L’altra ce l’ha senza alcun dubbio chi continua a fare la guerra in Libia lasciando che per il mondo essa venga definita “guerra civile”, cioè una guerra tra parti interne ad una stessa nazione.

Anche il lager in cui venivano detenuti i migranti a Tajoura, alle porte di Tripoli, luogo di strage causata da un raid aereo, è responsabilità da condividere tra l’aggressore dotato delle capacità tecniche per colpire in prossimità della capitale ma anche del Governo “vittima” presieduto dall’uomo manichino voluto dalle Nazioni Unite. Il centro di detenzione per migranti di Tajoura era infatti un centro governativo che sorgeva nel contesto di depositi militari di armamenti. Obiettivo sensibile in guerra, ma occupato da ostaggi civili che, per il “porto sicuro” libico non avevano alcun valore. Vite sacrificabili per poi accusare la controparte di crimini di guerra oppure scudi umani per proteggere le armi. In questo contesto di falsi storici mondiali, in cui per tutto il mondo la Libia è in guerra civile e così la storia verrà scritta, c’è l’Italia che si ostina a definire quella libica carrozzata con motovedette già della Guardia di Finanza ma con armi a bordo una “guardia costiera” e quello libico in cui vien detto di ricondurre i migranti fermati in acque internazionali un “porto sicuro”.

Un gioco di falsi a cui partecipa a pieno titolo l’Unione europea con la propria missione Sophia. I velivoli che nelle ultime ore hanno intensificato al limite dell’autonomia di volo le ricognizioni nel Mediterraneo centrale, stanno facendo gli straordinari perché malgrado l’assenza delle navi Ong si sono moltiplicate le partenze di migranti dalla Libia. E questi aerei, di ogni nazione e tipo, non sorvolano barche e gommoni per indicare la posizione alle navi militari e non con bandiera europea. Il loro compito è quello di indicare, nel più assoluto riserbo stampa, la posizione dei migranti alle motovedette libiche perché queste vadano a “riprenderli” e li rinchiudano nei lager bombardabili di un territorio in guerra in cui non sono mai stati garantiti i diritti umani. La “civile” Unione europea usa i propri aerei militari per assicurarsi che i probabili richiedenti asilo in fuga dalla Libia vengano riportati nel porto non sicuro libico e rinchiusi nei lager come quello di Tajoura, ostaggi di una guerra che coinvolge circa otto Stati: Italia, Francia, Egitto, Turchia, Cina, Emirati Arabi, Stati Uniti, Russia. Questi fin qui risultati coinvolti per fornitura di armamenti, per coinvolgimento di militari o per entrambi.

Mauro Seminara: Giornalista palermitano, classe '74, cresce professionalmente come fotoreporter e videoreporter maturando sulla cronaca dalla prima linea. Dopo anni di esperienza sul campo passa alla scrittura sentendo l'esigenza di raccontare i fatti in prima persona e senza condizionamenti. Ha collaborato con Il Giornale di Sicilia ed altre testate nazionali per la carta stampata. Negli anni ha lavorato con le agenzie di stampa internazionali Thomson Reuters, Agence France-Press, Associated Press, Ansa; per i telegiornali nazionali Rai, Mediaset, La7, Sky e per vari telegiornali nazionali esteri. Si trasferisce nel 2006 a Lampedusa per seguire il crescente fenomeno migratorio che interessava l'isola pelagica e vi rimane fino al 2020. Per anni documenta la migrazione nel Mediterraneo centrale dal mare, dal cielo e da terra come freelance per le maggiori testate ed agenzie nazionali ed internazionali. Nel 2014 gli viene conferito un riconoscimento per meriti professionali al "Premio di giornalismo Mario Francese". Autore e regista del documentario "2011 - Lampedusa nell'anno della primavera araba", direttore della fotografia del documentario "Fino all'ultima spiaggia" e regista del documentario "Uomo". Ideatore e fondatore di Mediterraneo Cronaca, realizza la testata nel 2017 coinvolgendo nel tempo un gruppo di autori di elevata caratura professionale per offrire ai lettori notizie ed analisi di pregio ed indipendenti. Crede nel diritto all'informazione e nel dovere di offrire una informazione neutrale, obiettiva, senza padroni.
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