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Bombe su migranti in Libia, raid sul “porto sicuro” del Governo italiano

Il centro di detenzione per migranti di Tajura, alle porte della capitale della Libia e posto tra Tripoli e delle basi militari è stato colpito ieri sera da un raid aereo. Una strage si è consumata tra gli inermi migranti rinchiusi al suo interno. Il bilancio, che sembra ancora parziale, è già di oltre 40 morti e sono oltre 80 i feriti. Tra questi anche in gravi condizioni. Le bombe hanno colpito la struttura, un vecchio hangar, in cui erano rinchiusi oltre 200 migranti in condizioni inumane. Il raid non è l’ultimo che nelle ultime ore ha causato morti tra i civili. La notte tra domenica e lunedì altre bombe erano piovute su un sobborgo di Tripoli uccidendo un uomo ed una bambina, sua figlia, e lasciando decine di feriti sul campo. I raid aerei vengono tutti attribuiti alle forze del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk e Bengasi, il “signore della guerra” che il 4 aprile scorso ha reso ufficiale l’attacco alla capitale per prendere il controllo dell’intera Libia. Da inizio conflitto, cosiddetta “guerra civile”, fino alla fine del mese di giugno, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, erano già oltre 730 le persone uccise a causa dell’offensiva di Haftar ed oltre 4.400 i feriti.

La Libia è sempre meno sicura, anche per gli stessi civili libici, e la pioggia di bombe che ha causato decine di vittime nel centro di detenzione per migranti di Tajura dimostra la validità dell’appello più volte lanciato dalle Nazioni Unite sull’immediata necessità di mettere al sicuro i migranti bloccati nei centri governativi e privati. Alcuni di questi luoghi di tortura, di questi lager, sono anche invalicabili subappalti del governo presieduto da Fayez al-Serraj in cui neanche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati può effettuare ispezioni. In uno di questi si è consumata nei giorni scorsi l’atroce morte di una ventina di migranti deceduti per fame e sete. Nel centro di Tajura non è escluso che sarebbero stati rinchiusi i 53 profughi soccorsi dalla nave Sea Watch 3 il 12 giugno scorso se la Ong avesse accettato di ricondurli, come disposto dalla Centrale di Coordinamento per il Soccorso Marittimo libico, nel “porto sicuro” di Tripoli. L’episodio di Tajura pone una lapide sul fascicolo a carico di Carola Rackete pregiudicando l’esito a cui il Governo italiano ambisce con una condanna per la Capitana.

Malgrado la timidezza con cui, ultime parole famose, il premier italiano aveva asserito che la zona di Tripoli fosse discretamente sicura, subito smentito da due raid aerei che hanno colpito in ordine di bombardamento un insediamento dell’ENI – compagnia petrolifera compartecipata italiana – e l’aeroporto internazionale della capitale, il Governo italiano ha ostinatamente portato avanti la pretesa di poter considerare la Libia un Place of Safety in cui respingere e far respingere i migranti soccorsi nel Mediterraneo centrale. Una triste farsa internazionale che non poteva più essere ritrattata dalle forze di Governo Lega e M5S perché nel frattempo si consumava il caso della Sea Watch 3, respinta a largo di Lampedusa perché si era rifiutata di sbarcare a Tripoli i profughi soccorsi in SAR della Libia. Nelle ultime ore sono morti di stenti 20 migranti in una struttura e oltre 40 sotto le bombe in un’altra struttura in cui la Libia continua a detenere i migranti.

Redazione:
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