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Crisi Italia-Turchia, tra diplomazia e blocchi militari la dimostrazione di forza di Ankara

Nel Mediterraneo orientale la geopolitica è in piena mutazione e si delineano già in modo ben evidente i contorni di ciò che nascerà. Il quadro che ne emerge, in termini di vera politica internazionale, andrebbe preso con maggiore considerazione da una nazione come l’Italia che ha una infinita quantità di buone ragioni per aguzzare vista e ingegno la dove l’UE non intende ancora vedere chiaro. Il Mediterraneo orientale si sta ricompattando con una progressione proporzionale al disfacimento del fu grande impero statunitense. La visita in Italia del presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha infatti due facce connotabili nei due capi di Stato che lo hanno ricevuto. Il primo, Papa Francesco, diplomaticamente caloroso ed accogliente non ha fatto mancare di adeguata importanza l’ospite con cui si è confrontato sul tema più spinoso per il Vaticano, sia in qualità di sede della chiesa cristiana cattolica che nella meno celestiale veste Stato di estrema importanza sullo scenario mondiale: Gerusalemme. Papa Francesco aveva da subito manifestato preoccupazione per la decisione di Donald J. Trump di spostare a Gerusalemme l’Ambasciata degli Stati Uniti in Israele. Preoccupazione seria e concreta, per la quale aveva subito avviato incontri e dialogo sulla vicenda con tutti i re e capi di Stato della regione mediorientale. Tema al centro del dialogo anche nell’incontro con il presidente della Turchia a cui, scelta tutt’altro che “banalmente” simbolica, aveva fatto dono dell’Angelo della Pace. Una “investitura” del capo della Chiesa al leader turco musulmano che sulla vicenda di Gerusalemme e della Palestina sta sempre più assumendo il ruolo del conduttore di un’alleanza tra i Paesi musulmani coalizzati contro Israele.

Più fredda e distante è stata l’accoglienza del capo dello Stato Italia e del suo capo del Governo. Forte di questa grande differenza la libertà diplomatica vaticana contro la sudditanza politica italiana. L’Italia, malgrado sia stata invitata a farlo, non può esprimersi unicamente a proprio titolo sugli affari che riguardano il Medio Oriente. Forse non può esprimersi affatto. Ma la visita di Erdogan in Italia – non in Vaticano – era quella di un ambasciatore che intendeva proporre un ruolo diverso all’Italia sullo scacchiere mediterraneo. La parola chiave per l’Italia era “Libia”. Quasi una parola d’ordine per cogliere nell’incontro la massima attenzione ed apertura da parte dei padroni di casa incontrati soltanto dopo il più importante ed aperto padrone di casa dello Stato più piccolo e potente che possa venire in mente. In Medio Oriente i giochi sono fatti e gli accordi ratificati tracciano un asse lungo e consolidato che va da Mosca fino a Bengasi. I Paesi strategici nel Mediterraneo mediorientale sono la Turchia e l’Egitto. In entrambi i casi i rapporti diplomatici dell’Italia sono a dir poco difficili. Resi ancor più difficili, ingestibili, dalla posizione subalterna che l’appendice europea nel Mediterraneo centrale si ostina a ricoprire circa la crisi libica. Una crisi che avrebbe una soluzione a portata di mano per la stabilità rapidamente raggiungibile nello Stato nordafricano. Ma l’Italia non intende aprire al dialogo con “l’uomo forte di Bengasi”, inviso agli alleati-padroni dell’Italia ma appoggiato da Mosca, Ankara, il Cairo, e buona parte del centro-nord del continente africano oltre che all’interno della stessa Libia che lo riconosce quale unico possibile riunificatore della nazione.

Il recente incontro tra Erdogan e il presidente Mattarella al Quirinale
L’incontro italiano con Erdogan si è concluso con il tono del rituale “grazie, le faremo sapere” di un fine provino poco entusiasmante. Pochi giorni dopo il congedo romano tra i capi di Stato, dal Mediterraneo orientale è giunta la missiva forse sottovalutata in sede romana. Il messaggio, se lo si vuol decriptare, sembrerebbe recitare: nel Mediterraneo orientale comandiamo noi, e voi non avete la forza per opporvi, né i vostri alleati interverrebbero in vostro soccorso. Ieri la nave italiana da perforazione Saipem 12000, dell’Eni, è stata bloccata con un’azione di forza militare turca quando si trovava a quasi 30 miglia nautiche dal luogo di operazione. La nave doveva raggiungere il Blocco 3, quadrante in concessione da Cipro nella zona di sfruttamento economico cipriota. L’Eni aveva annunciato una importante scoperta nell’area e quindi si accingeva ad avviare nuove trivellazioni per procedere la dove è quindi presente un giacimento di gas. Le navi della Marina militare turca l’hanno bloccata ed il Governo di Ankara ha intimato all’Italia non procedere oltre su quel fronte, dove la Turchia rivendica lo sfruttamento dei giacimenti opponendosi alle concessioni che il Governo cipriota di Nicosia ha offerto senza tenere in considerazione – così secondo la Turchia – il Governo del resto dell’isola che è appunto turco. Per sigillare questa “ultima parola” la Turchia ha inoltre asserito che l’attività di perforazione della Saipem 12000 insisterebbe in un’area in cui sono in corso importanti manovre militari. Come dire che da quelle parti sono armati fino ai denti e non scherzano. Che il messaggio è stato probabilmente decriptato bene lo si evince dal silenzio dell’Unione europea.

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