Processo penale e populismo mediatico, cosa resterà dello stato di diritto?

Mentre nessuno sembra percepire il cambiamento epocale nella dinamica della mobilità dei migranti prodotto dalla diffusione del COVID 19, se non per alimentare ulteriori allarmi e criminalizzare come potenziali “untori” quelle persone che comunque riescono ad attraversare il Mediterraneo, il contrasto dell’immigrazione “illegale” sembra restare l’ultimo baluardo attorno al quale si arroccano governi di paesi nei quali avanzano con prepotenza il populismo ed il nazionalismo

Composizione grafica con il leader della Lega e un fotogramma di una delle scene finali del film "Il Caimano" sullo sfondo

di Fulvio Vassallo Paleologo

Nel corso degli ultimi anni attorno ai processi penali contro le Organizzazioni non governative che salvavano vite in mare, e quindi sui procedimenti che riguardavano singoli esponenti politici che si erano opposti al completamento delle operazioni di salvataggio con lo sbarco a terra, si è giocata una partita durissima che ha diviso il paese, soprattutto per il ruolo dei mezzi di informazione e dei social che ne hanno fatto terreno di propaganda politica. In talune occasioni, procedimenti penali contro presunti esponenti di organizzazioni criminali sono diventati pretesto per esaltare l’efficacia, o lo scarso impatto, delle attività di contrasto di quella che si continua a definire genericamente come “immigrazione illegale”, anche se è costituita in maggior parte da persone che fuggono da guerre o da situazioni di estrema vulnerabilità nei paesi di transito. Dove gli stati europei continuano a legittimare con gli accordi bilaterali governi che non sono in grado di contrastare la corruzione, le organizzazioni criminali e le diffuse violazioni dei diritti umani sul loro territorio. La distinzione tra “migranti economici” e potenziali “richiedenti asilo” appare per queste ragioni sempre più in crisi. Ma è diventata intanto un formidabile argomento di propaganda e di inferiorizzazione, senza che nessuno conceda visti umanitari ai potenziali richiedenti asilo o ricordi il blocco, da anni ormai, del decreto flussi per lavoro, che per la legge italiana costituisce l’unico canale di ingresso legale.

Mentre nessuno sembra percepire il cambiamento epocale nella dinamica della mobilità dei migranti prodotto dalla diffusione del COVID 19, se non per alimentare ulteriori allarmi e criminalizzare come potenziali “untori” quelle persone che comunque riescono ad attraversare il Mediterraneo, il contrasto dell’immigrazione “illegale” sembra restare l’ultimo baluardo attorno al quale si arroccano governi di paesi nei quali avanzano con prepotenza il populismo ed il nazionalismo. Si tratta dell’unico punto dell’agenda europea sull’immigrazione sul quale si realizzano convergenze tra stati ormai condizionati dai partiti di destra. Che utilizzano l’immigrazione per scatenare una guerra tra i poveri e favorire le elite economico-finanziarie che continuano indisturbate a controllare un mercato basato sullo sfruttamento delle persone più deboli, con gli ultimi arrivati, i “clandestini” collocati al livello più basso della scala sociale. Un gruppo sociale necessario per le attività produttive, e persino nella distribuzione, ma che si abbandona in condizioni igienico sanitarie ad alto rischio e si sanziona con provvedimenti di espulsione e con pene sempre più severe, senza che le procedure di emersione riescano a ridurre il numero delle persone impiegate in modo irregolare nel mercato del lavoro.

Si è così prodotta la criminalizzazione dei cd. migranti economici, quelle persone che “non fuggono dalle guerre” e si sta realizzando l’abbattimento del diritto d’asilo, per effetto dello sbarramento di tutte le vie di ingresso legale e per il ritiro o il mancato intervento dei mezzi di soccorso nelle acque del Mediterraneo. Non viene più riconosciuto il diritto di fare ingresso in uno stato per chiedere protezione internazionale, fulcro della Convenzione di Ginevra del 1951. La mancata abrogazione dei decreti sicurezza voluti da Salvini ha comportato un restringimento sostanziale del diritto di asilo, gravi violazioni dei diritti fondamentali, anche sul piano procedurale, la devastazione del sistema di accoglienza, e il blocco delle attività di ricerca e salvataggio al di fuori delle acque territoriali italiane (12 miglia). Le Ong sono state fermate prima con i processi penali, poi con i fermi amministrativi delle navi. Tutti i potenziali testimoni delle pratiche di respingimento collettivo in mare sono stati allontanati.

Gli accordi più recenti con le autorità libiche e tunisine prefigurano un modello di cooperazione operativa basato infatti proprio sui respingimenti collettivi in mare, delegati di fatto alle autorità libiche e maltesi, senza tenere conto dei trattamenti inumani o degradanti che possono essere inflitti alle persone riportate indietro con la complicità degli stati europei. E soprattutto senza tenere conto delle vittime in mare che queste prassi operative producono, sia che si parta dalla Libia, sia che si parta dalla Tunisia. Non si “spara sui barchini”, ma l’omissione di soccorso programmata con il ritiro dei mezzi statali di ricerca e salvataggio, o con la declassificazione delle attività SAR (search and rescue) come “eventi migratori”, come la delega alle autorità libiche dei compiti di intercettazione in acque internazionali, producono comunque un elevato numero di vittime che viene tenuto nascosto all’opinione pubblica europea. Ma non suscitano più emozioni neppure i cadaveri che affiorano nel Mediterraneo, come se i “clandestini” fossero gli unici responsabili del loro destino di morte. Perchè l’intera classe politica e i vertici degli apparati militari devono comunque essere assolti. Ed il popolo spietato degli odiatori da tastiera plaude ad ogni naufragio.

Mancano ancora poche settimane per l’udienza preliminare che si svolgerà a Catania sulla richiesta di rinvio a giudizio per sequestro di persona dell’ex ministro dell’Interno. Salvini sta lanciando da settimane, attraverso i social, ma anche sugli organi di informazione più vicini alla sua parte politica, una grande mobilitazione popolare per il prossimo 3 ottobre a Catania, data nella quale il Giudice delle indagini preliminari dovrebbe pronunciarsi per il caso Gregoretti. Ricordiamo che la Procura distrettuale di Catania aveva sollecitato l’archiviazione al Tribunale dei ministri che, di parere opposto, ha chiesto e ottenuto dal Senato il via libera all’eventuale processo per l’ex ministro.

Dai toni livorosi di Salvini e dei suoi accoliti, al limite della sovversione dei principi costituzionali e lesivi della indipendenza della magistratura, emerge il tentativo di arrivare ad una sentenza di assoluzione ( meglio, di non procedere) che si vorrebbe già scritta al di fuori dei tribunali, sulle pagine di Twitter e nei titoli dei giornali. Che mettono in dubbio il ruolo stesso della magistratura, in un momento di grave crisi dopo il caso Palamara-CSM. Un caso che è servito per delegittimare l’imponente quadro accusatorio che i magistrati avevano raccolto sia nel processo Gregoretti di cui adesso attendiamo gli sviluppi a Catania, che nel processo Open Arms. Una chiamata al “popolo sovrano” da respingere e contrastare con ogni mezzo, a partire dalla riaffermazione della verità dei fatti come sono ampiamente documentati dal Tribunale dei ministri, sotto lo specifico profilo delle responsabilità personali, senza subire il condizionamento della piazza evocata dal leader della Lega.

A Catania non ci saranno soltanto i sostenitori di Salvini, in tutta Italia ed all’estero si renderà nota la vicenda giudiziaria di un ex ministro che continua a ritenersi sottratto a qualsiasi giurisdizione, in nome soltanto del suo proposito di “difendere i confini”. Un proposito che non può essere perseguito commettendo reati. Abbiamo visto del resto come dopo il quasi linciaggio di Carola Rackete a Lampedusa, oggetto di accuse violente da parte di un feroce gruppo di leghisti, che nessuno ha mai perseguito, la Corte di Cassazione abbia riconosciuto la legittimità dell’operato della comandante della Sea Watch, con una ricostruzione del sistema gerarchico delle fonti che adesso i giudici non potranno trascurare. Ma sarebbe anche tempo di fermare chi usa le intimidazioni e la diffamazione come strumento di propaganda politica. Quanti pagheranno per l’oltraggio alla magistratura e per le minacce rivolte ad una donna comandante di una nave umanitaria che aveva soltanto adempiuto i basilari doveri di soccorso e di solidarietà sanciti dalle Convenzioni internazionali ?

Negli stessi giorni in cui Salvini sta preparando il “suo” processo di piazza a Catania, ritorna sulle prime pagine di tutti i giornali l’attività di contrasto dell’immigrazione irregolare e della tratta portata avanti da anni con alterni risultati dai magistrati di Palermo, Si sarebbe giunti al fermo, in diverse città italiane, dei “nuovi signori della tratta”. Al di là degli sviluppi processuali di questo ulteriore caso sui quali non possiamo pronunciarci, se non per esprimere l’auspicio che non si ripetano gli scambi di persona che si sono già verificati in passato, colpisce come quasi tutti i titoli dei giornali e delle agenzie di stampa anticipino una sentenza di condanna, addirittura per tratta, già a poche ore dagli arresti, prima ancora che sia stato possibile per gli indagati l’esercizio dei diritti di difesa e senza che siano state possibili le rogatorie internazionali che potrebbero garantire meglio la certezza delle fonti di accusa. In precedenti processi è emersa chiaramente la differenza tra chi gestisce davvero la tratta dall’estero e chi dai diversi paesi europei trasferisce in Libia con i sistemi di pagamento più diversi quanto pagano le famiglie dei migranti per salvare i loro congiunti, sottoposti a trattamenti inumani e degradanti nei centri informali libici in cui sono rinchiusi. Persone alle quali gli stati di arrivo non sono in grado di offrire alcuna via di fuga legale, o almeno il rispetto dell’integrità fisica, se non dei diritti umani, nei centri di detenzione in cui si trovano rinchiusi.

Da parte dei magistrati si ammette che gli stati di origine o di transito non collaborano, rispondendo alle rogatorie internazionali, con le attività di polizia volte alla identificazione ed al contrasto delle reti criminali che gestiscono il traffico verso l’Europa, Ma questo problema delle rogatorie non potrebbe essere affrontato sul piano politico quando i nostri ministri si recano in visita a Tripoli o a Tunisi per ottenere maggiore impegno nelle attività di intercettazione in mare, e nel caso della Tunisia, un maggior numero di rimpatri forzati ? Che cosa si cela davvero dietro la mancata collaborazione dei paesi di origine e di transito ?

Manca oggi qualsiasi effettiva possibilità di ingresso legale, dopo che l’emergenza COVID ha spento sul nascere il tentativo di aprire corridoi umanitari. Perchè in quei paesi non esiste lo stato di diritto e domina la corruzione. Ma si continuano a ritenere quegli stessi paesi come “paesi sicuri” quando si tratta di pianificare respingimenti collettivi in mare o di concludere accordi bilaterali per programmare, con l’avallo dell’Unione Europea, espulsioni di massa per quanti sono comunque riusciti ad attraversare il Mediterraneo. Non si ascoltano neppure i richiami dell’UNHCR che confermano ancora oggi quanto la Libia non possa costituire un “porto sicuro di sbarco”. Dal 2018 l’UNHCR, che è una agenzia delle Nazioni Unite, ma non corrisponde politicamente alle Nazioni Unite intese come Assemblea e Consiglio di Sicurezza, che non hanno avviato alcuna procedura sanzionatoria, avverte gli Stati della situazione in cui si ritrovano i migranti che vengono respinti in Libia con la complicità italiana e maltese, ma sebbene alcuni magistrati abbiano tenuto conto di questi rilievi nelle sentenze di archiviazione e nei dissequestri adottati a Catania, ad Agrigento ed a Ragusa nei procedimenti contro le ONG, i diversi governi hanno intensificato i rapporti di collaborazione con la sedicente Guardia costiera libica. Le attività di indagine di alcune procure hanno continuato a considerare la Libia come se si trattasse di un “paese terzo sicuro” nel quale la lotta contro le organizzazioni transnazionali che controllano il traffico di migranti, da non confondere con la tratta di esseri umani, può essere condotta senza considerare la corruzione dilagante ed i rapporti tra organizzazioni criminali, milizie e potere politico, in un paese che ormai ha perduto il connotato dello stato unitario.

Quale autorità libica centrale avrebbe potuto mai rispondere alle richieste di rogatoria provenienti dall’Italia? Quali alternative si offrono alle famiglie delle persone imprigionate nei centri di detenzione libici ?

Dunque, se è legittima e doverosa in ogni caso ed in ogni direzione l’attività di indagine della magistratura che deve accertare responsabilità di singole persone, fenomeni associativi ed il carattere transnazionale delle organizzazioni criminali a cui si presume appartengano, a chi giova davvero una informazione basata su titoli che anticipano una sentenza di condanna che potrà essere pronunciata solo al termine del processo ? Rimane ancora in vigore per tutte le persone sottoposte a procedimento penale quella presunzione di innocenza e quel diritto alla difesa che costituiscono un baluardo dello stato democratico nel sistema di garanzie delineato dalla Costituzione ? Incrociando gli iniziali sviluppi giudiziari dei procedimenti penali che riguardano la materia dell’immigrazione con le modalità comunicative diffuse sui media, si ha purtroppo l’impressione che il sistema costituzionale, e persino le norme di diritto penale, possano essere richiamati, o nella sostanza elusi, con “geometrie variabili”, a seconda delle persone che ne sono oggetto, e dei ruoli che rivestono, o che vengono loro attribuiti. Oltre che per le conseguenze negative subite dagli imputati sul piano dei diritti di difesa, il danno grave che si verifica a livello diffuso è per il senso comune che contamina i rapporti tra le persone, con una concezione differenziata dei diritti fondamentali, che poi alimenta quel diffuso populismo che giunge a mettere in discussione, con il principio di uguaglianza, anche la separazione dei poteri e l’indipendenza della magistratura.

Di fronte a questioni così grandi non sarà certo il processo penale che potrà supplire alla carenza di una vera politica migratoria che vada oltre la criminalizzazione dei migranti e le prassi di respingimento/espulsione concordate con i paesi di transito e di origine. Linea sulla quale si colloca anche l’Unione Europea, quando riesce a trovare una posizione comune. Intanto ricade per intero sulle spalle dei giudici l’applicazione delle norme, non solo penali, alla stregua del principio di gerarchia delle fonti e nell’ambito del complessivo sistema costituzionale. Sarebbe auspicabile che anche la magistratura inquirente non contribuisca ad aumentare lo scarto tra realtà e rappresentazione che, nel corso degli anni nei quali si sono intentati diversi processi contro le Organizzazioni non governative, accusate di operare come “taxi del mare”, o di costituire un fattore di attrazione (pull factor), se non di venire a patti con i trafficanti e gli scafisti, come nel processo IUVENTA a Trapani, ha contribuito a spostare consistenti settori di elettorato. E si attende ancora, dopo tre anni di indagini, la fissazione dell’udienza che dovrà stabilire se gli imputati dovranno andare a processo.

Sembra comunque fortemente ridimensionato il ruolo delle stesse organizzazioni non governative impegnate nel Mediterraneo centrale. In alcuni casi non si è compreso per tempo come l’unico modo per difendere gli interventi di soccorso umanitario in mare fosse l’attacco, con ricorsi e denunce verso i governi che di fatto li impedivano, anche con procedure (come i fermi amministrativi) che non sono state adeguatamente contrastate. Adesso i governanti italiani, nel tentativo di resistere alle destre che avanzano nei sondaggi, cercano di coprire la realtà dei fattibloccando persino le attività di monitoraggio aereo che possono ancora concorrere ad attivare i soccorsi e salvare vite.

Si arriva a comprimere la libertà di informazione, in mare, negando quindi notizie su salvataggi e naufragi, nei porti, creando zone rosse, attorno ai centri di accoglienza, circondati da militari e trasformati di fatto in strutture detentive. Dei soccorsi operati nel Mediterraneo centrale, come della sorte delle persone stipate nelle navi traghetto, trasformate a caro prezzo in Hotspot per la quarantena, non deve filtrare nulla e sono sempre meno i giornalisti che sono riusciti a rilanciare informazioni mantenendo la loro indipendenza. Non vengono neppure diffusi i dati che l’OIM ( Organizzazione internazionale delle migrazioni) raccoglie periodicamente in Libia, dal quale emerge il numero delle vittime in mare e l’incremento dei respingimenti affidati alla sedicente guardia costiera libica, con supervisione della missione italiana Nauras di Mare sicuro della Marina Militare, per anni presente nel porto di Tripoli.

In un momento in cui tutti i grandi partiti sembrano protagonisti, se non ostaggio, di una visione politica condizionata dai sondaggi e dunque dai grandi manovratori dei sistemi di comunicazione in rete, di fronte ad una crisi economica globale che nessuno vuole ancora considerare come fattore riproduttivo di mobilità forzata, come del resto sarebbe agevolmente percepibile nel caso delle migrazioni dalla Tunisia o dal Bangladesh.Mentre si ignora del tutto l’emergenza climatica e la figura dei nuovi profughi ambientali, occorre una risposta di riaggregazione dal basso su piattaforme locali, ma anche sovranazionali, che mettano al primo posto il rispetto della dignità delle persone, la libertà di emigrazione, il diritto di asilo ed il principio di uguaglianza. In una parola occorre ritornare alla pratica quotidiana della solidarietà, ciascuno dalla propria postazione, ma sviluppando tutti i collegamenti possibili.

In assenza di canali politici realmente rappresentativi, si dovrà lavorare con la costruzione quotidiana di reti di protezione sociale, di comunicazione libera e di difesa attiva della portata sostanziale delle garanzie e dei valori sanciti dalla Costituzione. Senza attendere che, al di là di qualche caso isolato, come il recente ingresso in Italia di alcune persone respinte da Maroni nel 2009, dall’Unione Europea o dalle Corti internazionali arrivino soluzioni, o almeno rimedi compensativi, al processo degenerativo nel quale, proprio a partire dalla strumentalizzazione dei fenomeni migratori, si è immersa la democrazia in Italia. Gli effetti della pandemia che stiamo vivendo segnalano già un pericoloso degrado dei diritti fondamentali.

La “traversata nel deserto” dei diritti umani non sarà meno lunga e difficoltosa, per noi europei, dei percorsi che comunque i migranti saranno costretti a percorrere in futuro, a terra e per mare. Perché la frammentazione sociale sta ancora progredendo, anche al tempo del COVID, e, per chi si ritiene al sicuro in Europa, le prospettive di guerra saranno sempre più vicine, anche se si tratterà di una guerra che nel breve periodo non si combatterà con le armi, ma con l’odio sociale, con la criminalizzazione delle diversità e con la progressiva differenziazione tra le persone, sotto l’incalzare della propaganda sovranista e nazionalista.

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