Ong, prosegue la logica dei porti sicuri più lontani

Ancora una volta interpretato in modo discrezionale il "place of safety" con l'assegnazione dei porti di Messina e Taranto alle navi Ong Open Arms e Sea Watch 3. Consolidata la prassi della redistribuzione dei migranti mentre si trovano ancora a bordo delle navi soccorritrici. Gli "hotspot" non esistono più, ma i protocolli d'intesa europei con i funzionari di Frontex all'interno sono rimasti invariati

di Mauro Seminara

Il coordinamento del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di concerto con il Viminale che stabilisce l’indicazione di porto in funzione alla disponibilità di posti nei centri di primo soccorso per migranti, ha assegnato i “place of safety” alle due navi Ong che da giorni attendono in mare con complessivamente 237 naufraghi a bordo. La Open Arms, che aveva soccorso due imbarcazioni il 10 e l’11 gennaio, ha ricevuto l’indicazione di porto di sbarco a Messina. La nave, un rimorchiatore uscito dal cantiere navale nel 1974, aveva accusato disfunzioni tecniche e chiedeva alle autorità italiane e maltesi una accelerazione nell’assegnazione del porto sicuro anche per queste ragioni. Non uniche ragioni valide però, con 118 persone a bordo, in pieno inverno, in attesa per giorni in mezzo al mare in acque internazionali, le motivazioni umanitarie erano già sufficienti. La Open Arms attendeva un place of safety muovendosi tra Lampedusa e Malta, in modo da poter prontamente raggiungere il porto immediatamente più vicino dei rispettivi Stati. Messina dista invece un altro giorno di navigazione e di difficoltà con naufraghi a bordo già esausti.

La Sea Watch 3 è invece quella che dovrà navigare più a lungo con l’assegnazione del porto pugliese di Taranto quale place of safety, comunicata oggi, anche in questo caso a distanza di quattro giorni dal primo soccorso. La nave della Ong tedesca, che adesso batte anche bandiera della Germania, si trovava al confine con le acque territoriali italiane della costa sudest siciliana. Anche per la Sea watch 3 si prevede un giorno intero di navigazione prima di poter vedere il porto della città militare ed iperinquinata della Puglia. Le due navi umanitarie hanno così atteso, per l’ennesima volta, che l’Italia – in assenza di risposta da Malta – concludesse accordi di redistribuzione prima di assegnare il porto sicuro più vicino per lo sbarco dei naufraghi. Una procedura che è ormai prassi consolidata ma che non rientra in alcuna prescrizione del diritto internazionale che regolamenta la navigazione ed il soccorso in mare. Nel frattempo, la nave Ocean Viking, gestita dalle Organizzazioni Medici Senza Frontiere ed SOS Mediterranee, ha raggiunto – già ieri sera – la zona SAR di competenza libica in cui le uniche navi ad intervenire sulle barche cariche di migranti sono i pattugliatori della sedicente guardia costiera libica che li riconduce in zona di guerra, anche sparando ai naufraghi dopo aver fatto allontanare i funzionari dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).

La procedura seguita dal Governo italiano, nello specifico dal Viminale, sarebbe quella del cosiddetto “accordo di Malta”. Un vertice con inviti e partecipazioni arbitrarie di ministri degli interni, quello di La Valletta, da cui non è nato né un protocollo ufficiale adottato dal Parlamento europeo e neanche un accordo allargato tra gli Stati membri. Una ennesima fumata nera messa in piedi dopo la breve quanto disastrosa esperienza da ministro dell’Interno di Matteo Salvini, che a sua volta ereditava gli effetti del dicastero guidato da Marco Minniti dopo le spoglie di quello di Angelino Alfano. Al tempo dell’ex segretario di Silvio Berlusconi, ministro con un proprio – oggi estinto – partito politico alleato in maggioranza di Governo con il Partito Democratico, l’Italia aveva istituito i cosiddetti “Hotspot”. Questi erano il frutto di accordi europei che sottraevano esclusività gestionale al Ministero dell’Interno italiano con l’implementazione organica di Frontex nelle strutture e doveva offrire una procedura sistematica di distribuzione dei richiedenti asilo tra gli Stati membri. Il progetto hotspot è poi defunto nel più assoluto silenzio, i funzionari delle agenzie europee sono rimasti nelle strutture di prima accoglienza inserite in elenco al progetto – come Lampedusa – e gli accordi di “condivisione” dei migranti è stata avviata in modalità “ricatto morale” quando ancora si trovano sulle imbarcazioni che li hanno soccorsi.

Il “ricatto morale” sopra accennato altro non è che l’aggravante di reato ipotizzata dai pubblici ministeri nei casi Diciotti e Gregoretti per le accuse di sequestro di persona mosse contro il ministro dell’Interno pro tempore. La specifica definizione dell’aggravante in questione è “finalizzato alla coazione”. Cioè, la privazione della libertà personale allo scopo di ottenere qualcosa da altri soggetti. In questo caso, la redistribuzione dei naufraghi in altri Stati membri prima di autorizzare lo sbarco. La progressiva riduzione dei tempi di attesa per l’assegnazione del place of safety alle navi delle ONG è probabilmente dovuta ai buoni uffici di cui gode in sede europea questo governo a differenza del precedente, sovranista ed anche  assenteista per i lavori comunitari del ministro dell’Interno pro tempore su cui la Giunta per le immunità parlamentari si appresta a decidere se dare nullaosta alla richiesta di rinvio a giudizio. Un miglioramento, dai 18 giorni di Salvini ai 4 di Lamorgese, ma solo di tempo e non di procedura o di rispetto dei diritti internazionali. Un gattopardesco cambiamento in cui la differenza primaria consiste nel silenzio della stampa riferibile ai partiti che prima sedevano tra i banchi dell’opposizione e che adesso stanno al Governo.

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