Sea Watch salva 60 persone ma 150 sono state riportate in Libia

Tre imbarcazioni con oltre 200 persone a bordo avevano lasciato la costa della Libia e due sono state fermate da un pattugliatore libico che ha ricondotto nel Paese in guerra circa 150 persone vulnerabili

Pattugliatore Libia fotografato dalla Sea Watch 3 il 9 dicembre 2020

La notizia del recupero ad opera dei libici di due barche cariche di migranti è stata data subito da Sea Watch, la Ong tedesca che con la sua nave ha soccorso 60 persone a circa 25 miglia nautiche nord di Zawia, città libica del distretto di Sabrata da cui continuano a partire imbarcazioni gremite di persone. La Sea Watch 3, libera dopo che il Tribunale del riesame di Palermo ha annullato gli effetti del “decreto sicurezza bis” a cinque mesi dal fatidico sequestro con arresto della capitana Carola Rackete, ha questa mattina intercettato un gommone con a bordo 60 persone, prevalentemente di etnia subsahariana, in pericolo di vita nelle acque internazionali di competenza SAR (Ricerca e Soccorso) affidata alla Libia dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO, agenzia delle Nazioni Unite).

Il gommone salvato dalla Sea Watch 3, la cui posizione era stata avvistata e segnalata dal velivolo Ong “Moonbird”, non era l’unico salpato all’alba dalle coste libiche. Durante l’operazione di soccorso condotta dalla nave umanitaria è intervenuto un pattugliatore della Libia che ha fermato e catturato le persone a bordo di altre due imbarcazioni. Impossibile per la nave umanitaria Sea Watch 3 intervenire, o interferire, contro l’operazione libica. La conferma delle due barche fermate dalla sedicente guardia costiera nordafricana è arrivata anche dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) che opera in Libia insieme all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) con rispettivi progetti di assistenza.

Circa 150 persone sono state fermate e ricondotte in Libia dalla cosiddetta guardia costiera che, attualmente, costringe persone vulnerabili a soggiornare in precaria libertà oppure in regime di detenzione. La Libia è ancora in piena guerra e, malgrado l’accordo di cessate il fuoco raggiunto da Putin ed Erdogan (rispettivamente presidenti della Russia e della Turchia) e ben accolto dal Governo di Accordo Nazionale (GNA) presieduto a Tripoli da Fayez Al Serraj, l’offensiva del generale Haftar non sembra rallentare in vista della tregua. I migranti ricondotti in Libia sono inoltre esposti al rischio di arruolamento forzato da parte delle milizie che, come dichiarato ieri da Jean Paul Cavalieri, capo missione Unhcr in Libia, combattono per l’una o l’altra fazione e spesso gestiscono anche i centri di detenzione nei quali non viene assicurato il cubo ai migranti detenuti.

La Sea Watch 3 è al momento l’unica nave Ong in missione umanitaria nel Mediterraneo centrale. La Ocean Viking ripartirà a breve da Termini Imerese, la Alan Kurdi da Palermo e la Open Arms da Siracusa. Sfatato ormai da tempo il mito del pull factor (fattore di attrazione) causato dalle navi Ong, resta che dalla Libia in molti ancora tentano la fuga o sono in mano ai trafficanti e nessuna operazione europea – o in generale “internazionale” – intende muoversi in soccorso di persone che vengono “respinte per procura2 in un Paese in guerra oggetto di interrogazioni delle competenti Commissioni parlamentari italiane ed europee e di tentativi di raffreddamento diplomatico mal riusciti. La Sea Watch 3 nel frattempo sta continuando la propria missione a nord di Sabrata con la ricerca di una ulteriore imbarcazione. Nel caso di positivo soccorso, la nave Ong dovrebbe far rotta verso il porto sicuro europeo più vicino, che dalla attuale posizione e per le condizioni meteo in atto dovrebbe essere quello italiano di Lampedusa.

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