Continuità di governo nella politica estera contro i migranti e nei rimpatri forzati

Chi controllava il traffico di esseri umani a Zawia non poteva che controllare anche il traffico di petrolio, proveniente dalla grande raffineria dell’ENI e della società libica statale NOC, tuttora operante a Zawia, proprio a ridosso del porto e del centro di detenzione dove la sedicente guardia costiera libica riporta i naufraghi intercettati in mare

di Fulvio Vassallo Paleologo

Al Viminale cambia lo stile ma non la sostanza

Il Viminale non è più una succursale della sede della Lega e non arrivano più le dirette Facebook del ministro del’Interno che spacciava fake-news a tutto spiano contro le ONG, violando sistematicamente il diritto internazionale, e declamando le cifre del calo degli sbarchi come un suo successo personale. Mentre nel frattempo cresceva in modo esponenziale il numero delle vittime, da calcolare in rapporto al crollo delle partenze verso l’Europa. In realtà il vero calo degli sbarchi si è verificato a partire dal 2017, con Minniti al ministero dell’Interno, esattamente da quando sono andati a regime, e sono stati finanziati, gli accordi conclusi dal governo italiano dell’epoca (a guida Renzi) con le milizie libiche e con la sedicente guardia costiera “libica”, assistita e coordinata da assetti militari italiani ed europei presenti in Libia e nel Mediterraneo centrale. Quando l’Italia ha contribuito a finanziare anche milizie colluse con i trafficanti. Le stesse milizie che hanno operato in sinergia, soprattutto a Tripoli e Zawia, con la sedicente guardia costiera libica e con le autorità europee per allontanare gli operatori umanitari, ritenuti scomodi testimoni delle operazioni di respingimento collettivo in acque internazionali.

Cambia lo stile, ma non la sostanza. Adesso i primi provvedimenti adottati dal nuovo governo si collocano nell’ambito delle misure già predisposte con i decreti sicurezza dal governo precedente, che il ministro dell’Interno Salvini non aveva saputo attuare perché troppo occupato a portare avanti la sua personale guerra di propaganda contro le ONG che soccorrevano naufraghi in acque internazionali, ed a delegittimare i magistrati che indagavano su di lui. Indagini che stanno continuando ancora oggi, dopo gli esposti presentati dalle ONG.

All’inizio del suo mandato, Salvini, che parlava di “retorica delle torture nei centri libici”, cercando in tutti i modi di intensificare i rapporti di collaborazione (e di finanziamento) con le autorità di Tripoli e con le principali città, come Minniti in precedenza, che aveva rinforzato la collaborazione con la guardia costiera di Tripoli e Khoms, era andato personalmente in Libia per accertarsi che la collaborazione con i miliziani libici e con il governo di Tripoli consentisse di bloccare effettivamente le partenze e di aumentare le intercettazioni in mare. Un proposito che strideva con la tutela che le Nazioni Unite richiedevano per le persone intrappolate nei centri di detenzione, sempre più esposti a torture ed a violenze di ogni genere. Anche quando sono fermati da unità della sedicente guardia costiera libica che sono fornite ed assistite dall’Italia.

Quanto afferma adesso il ministro degli esteri Di Maio sulla istituzione di una “lista di paesi terzi sicuri”, in modo da respingere più rapidamente le richieste di asilo, e quindi di velocizzare le operazioni di rimpatrio con accompagnamento forzato, che dovrebbero concludersi in un periodo inferiore a quattro mesi, costituisce un inquietante segnale di continuità con il governo precedente e lascia prevedere una quantità incontrollabile di ricorsi giurisdizionali. Si tratta infatti di una previsione già contenuta nel primo decreto sicurezza imposto da Salvini nel mese di ottobre dello scorso anno. Le procedure accelerate in frontiera non possono violare i diritti fondamentali della persona. Dopo gli eventuali dinieghi sulle richieste di asilo non si può procedere automaticamente alle operazioni di allontanamento forzato ed occorre comunque verificare su base individuale e con i mezzi di ricorso già previsti dalle direttive europee e dalle leggi italiane (oltre che dalla Costituzione) che le persone non siano rimpatriate verso paesi nei quali possano comunque subire trattamenti inumani o degradanti. Il rimpatrio delle persone appena soccorse in mare e trattenute negli hotpsot, anche se ritenerle “migranti economici” è una colossale arma di distrazione di massa, non avrà alcun impatto sui problemi della sicurezza e dell’ordine pubblico. Non esiste una “emergenza sbarchi”, come non esiste una emergenza legata alla criminalità degli stranieri in Italia, che va contrastata con gli strumenti già disponibili nella nostra legislazione, senza ricorrere a misure eccezionali che avrebbero soltanto finalità elettorali. Non sfugge a nessuno del resto la portata criminogena delle politiche della sicurezza messe in atto dal governo giallo-verde.

Come al solito, come è avvenuto con i governi precedenti, si punta sulla propaganda di misure eclatanti di rimpatrio forzato, senza che l’Italia abbia accordi bilaterali con un numero di stati corrispondenti a quelli che sono stati dichiarati “paesi terzi sicuri”, e senza una effettiva capacità di trattenimento forzato e quindi di accompagnamento in frontiera delle persone prive di uno status regolare di soggiorno che si vorrebbero allontanare, e si considerano normali migranti economici, ai quali peraltro non si garantisce nessuna possibilità di ingresso legale. Persone che sono passate dall’inferno dei centri di detenzione in Libia, e che dunque avrebbero almeno diritto alla protezione umanitaria, se il nuovo governo la ripristinasse per rispetto dei principi costituzionali ed in conformità ai prevalenti indirizzi giurisprudenziali, fino alla malaugurata entrata in vigore del primo decreto sicurezza Salvini (adesso legge n.132/2018) che aboliva appunto l’istituto della protezione umanitaria. Che sempre più spesso veniva riconosciuta ai migranti non solo per la situazione nel proprio paese di origine ma per le violenze subite nel loro transito, spesso durato anni di prigionia, in Libia. Sono queste persone, del Bangladesh o del Senegal, del Marocco o del Ghana, che continuano ad arrivare portando sul loro corpo segni di torture indelebili. La Libia non è e non sarà per lungo tempo un “paese terzo sicuro”.

Colpisce anche che, nel giorno in cui vengono riportati alla luce i torbidi retroscena che nel 2017 portarono alle intese con le milizie libiche e la guardia costiera tripolina, che poi furono e sono ancora oggi alla base della guerra contro le ONG e dei respingimenti collettivi delegati ai libici, si cerchi di deviare l’opinione pubblica su misure di rimpatrio forzato che, anche a fronte delle minime coperture finanziarie, rimarranno ancora una volta sulla carta.

Un’inchiesta esclusiva di ‘Avvenire’ mostra come nella trattativa Italia-Libia aperta nel 2017 per fermare i flussi migratori verso il nostro Paese i funzionari del governo italiano abbiano trattato anche con un pericoloso criminale, che già l’Onu aveva indicato come un boss mafioso libico, e trafficante di esseri umani, di base a Zawia.

E se la centrale dei traffici era ormai trasferita da Zuwara a Zawia, restano tutti da chiarire i risvolti dell’inchiesta “Dirty Oil” che vedeva al suo centro i contrabbandieri di petrolio di Zawia che commerciavano con mafiosi maltesi e siciliani. Tutti adesso ritornati liberi ed in giro tra Malta e vari paesi europei. Daphne Caruana Galizia fatta saltare in aria con una autobomba a Malta stava indagando proprio su questa connection. Chi controllava il traffico di esseri umani a Zawia non poteva che controllare anche il traffico di petrolio, proveniente dalla grande raffineria dell’ENI e della società libica statale NOC, tuttora operante a Zawia, proprio a ridosso del porto e del centro di detenzione dove la sedicente guardia costiera libica riporta i naufraghi intercettati in mare.

Non sorprende quindi che i successivi richiami delle Nazioni Unite all’Italia, ed agli altri governi europei coinvolti nelle operazioni di contrasto dell’immigrazione “illegale” nel Mediterraneo centrale, in appoggio alla sedicente guardia costiera libica, siano rimasti senza risposta, mentre il numero delle vittime, rispetto al calo delle partenze, cresceva in modo esponenziale.

A pochi giorni dall’entrata in vigore, in Italia, del cosiddetto “decreto sicurezza-bis”, e dall’immediata adozione del primo “divieto ministeriale di ingresso” nelle acque territoriali italiane ai sensi del nuovo art. 11, co. 1-ter T.U. imm., il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa aveva emanato una raccomandazione dal titolo “Lives Saved. Rights protected. Bridging the protection gap for refugees and migrants in the Mediterranean“. Secondo il Commissario,“non è giustificabile la prassi degli Stati membri del Consiglio d’Europa consistente nel tentare di dirottare le richieste d’aiuto proveniente dalla SRR (SAR) libica sul JRCC (Centrale di coordinamento congiunto, n.d.a.) di quel paese; al contrario, deve ritenersi che il diritto internazionale determini il radicamento ed il mantenimento della responsabilità in capo agli stessi RCC (Guardia costiera- Centrali di coordinamento delle ricerche in mare) continentali”.

Norme da brogare

Le garanzie procedurali dello stato democratico in favore delle persone private della libertà personale, o che abbiano comunque manifestato la volontà di richiedere protezione, se si vuole restare nel solco della sentenza della Corte Costituzionale n.105 del 2001 in materia di detenzione amministrativa e rimpatri forzati, non consentiranno espulsioni o respingimenti eseguibili in quattro mesi, a meno di non introdurre norme che sarebbero immediatamente impugnate, non appena applicate, davanti la stessa Corte Costituzionale. Come osservava allora la Corte Costituzionale, in materia di espulsione con accompagnamento forzato, “Per quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia della immigrazione siano molteplici e per quanto possano essere percepiti come gravi i problemi di sicurezza e di ordine pubblico connessi a flussi migratori incontrollati, non può risultarne minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani”.

Come abbiamo scritto quindi in materia di immigrazione ed asilo, al di là dei diversi toni propagandistici, e dell’assunzione di provvedimenti apertamente contra legem, come i divieti di ingresso nelle acque territoriali adottati da Salvini, si riscontra una totale continuità, che continua a mietere vittime tra i migranti, non solo in mare, ma anche a terra, in Libia e poi in Italia. Continuità che nella sostanza caratterizza anche la politica estera basata sul principio della “condizionalità migratoria”, di fatto sul ricatto, che le economie più forte impongono ai paesi di origine e transito perché collaborino nelle politiche di esternalizzazione ed assumano il ruolo di gendarmi dei confini europei, offrendo anche la massima disponibilità a riprendersi i migranti che sono partiti o transitati sui loro territori. Anche se in quei territori si incrociano le vie dei trafficanti e di coloro che dovrebbero sorvegliare le frontiere. Per questa ragione gli articoli del decreto sicurezza bis in materia di divieti di ingresso nelle acque territoriali e di sanzioni per i comandanti e le ONG che non riconsegnano i naufraghi alla sedicente guardia costiera “libica”, in quanto titolare della vasta zona SAR “libica” inventata nel giugno del 2018, andrebbero immediatamente abrogati.

Le navi delle ONG dissequestrate dalla magistratura ma ancora sottoposte a fermo amministrativo su disposizione dei prefetti, e quindi del Viminale, devono essere liberate al più presto e tornare alle loro missioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale. Sono centinaia i migranti morti o dispersi in mare in queste ultime settimane in cui si è rarefatta la presenza delle ONG.

Il Tribunale di Agrigento, con l’ordinanza del 2 luglio 2019 che ha negato la convalida degli arresti di Carola Rackete, ha riaffermato il principio di legalità, restituendo dignità al diritto internazionale ed ai diritti umani, nel quadro normativo delineato dalla nostra Carta costituzionale. Le motivazioni addotte dal Giudice per le indagini preliminari di Agrigento chiariscono che il soccorso in acque internazionali va distinto dal trasporto di clandestini, al contrario di quanto sostenuto dal ministro dell’interno. L’ordinanza del Gip di Agrigento afferma anche che il cd. decreto sicurezza bis non è applicabile alle ONG che hanno salvato vite umane in alto mare. Ed invece oggi si insiste ancora in quella direzione.

Il giudice, in sostanza, ritiene inapplicabile il decreto sicurezza bis: “Ritiene questo giudice che nessuna idoneità a comprimere gli obblighi gravanti sul capitano della Sea Watch 3, oltre che delle autorità nazionali, potevano rivestire le direttive ministeriali in materia di ‘porti chiusi’ o il provvedimento del ministro degli Interni di concerto con il ministero della Difesa e delle Infrastrutture che faceva divieto di ingresso, transito e sosta alla nave, nel mare nazionale, trattandosi peraltro solo di divieto sanzionato da sanzione amministrativa”. Il reato di resistenza a pubblico ufficiale deve ritenersi “scriminato per avere agito l’indagata in adempimento di un dovere”. Il dovere di soccorso dei naufraghi” non si esaurisce con la mera presa a bordo dei naufraghi, ma nella loro conduzione al porto sicuro più vicino”.

Si tratta di una pronuncia importante, che non chiude però la fase di criminalizzazione delle attività umanitarie in favore dei migranti in fuga dalla Libia, perchè nel senso comune degli italiani sembra prevalere il capovolgimento del principio di realtà e la negazione dello stato di diritto. La procura della Repubblica ha poi negato l’autorizzazione richiesta dal prefetto di Agrigento che ha adottato un decreto di espulsione della comandante Carola Rackete, come ordinato dal ministro dell’interno.

Va rilevato come anche il procuratore di Agrigento, nel corso di una audizione in Parlamento, abbia ribadito come la Libia non garantisca porti sicuri di sbarco e come dunque non siano legittimi gli ordini di riconsegna dei naufraghi alla sedicente guardia costiera libica. Lo stesso procuratore ha poi escluso qualsiasi coinvolgimento delle ONG nel traffico di migranti. Il ministro dell’interno rinnova invece i suoi attacchi contro gli operatori umanitari accusati di collusione con i trafficanti. Salvini non può continuare ad aizzare i suoi sostenitori contro gli operatori umanitari ed i cittadini solidali, e non può svolgere le sue funzioni pubbliche diffamando le Organizzazioni non governative che operano soccorsi in mare e salvano vite umane.

L’ordinanza del giudice di Agrigento rende giustizia all’operato della comandante della Sea Watch 3 e sconfessa, sulla base delle prove raccolte, le accuse lanciate dal ministro dell’Interno e solo in parte recepite dal procuratore della Repubblica di Agrigento.

L’Unione Europea sembra invece continuare a procedere nella medesima direzione già seguita negli ultimi anni, con le prassi di ritiro delle navi di FRONTEX ed EUNAVFOR MED e la politica dell’abbandono in mare dopo gli avvistamenti aerei. In materia di rimpatri si prospetta una nuova Direttiva (rifusione) che dovrebbe sostituire la precedente Direttiva sui rimpatri n.2008/115 prevedendo anche la possibilità di rimpatriare i minori non accompagnati, anche in assenza della individuazione del nucleo familiare di appartenenza, Anche le garanzie procedurali stabilite in favore delle persone soggette ad una misura di rimpatrio forzato verranno drasticamente ridimensionate. Anche in questo caso si tratta di misure propagandistiche perché nessun paese europeo, e tanto meno l’Unione Europea potranno mai allontanare centinaia di miglia di persone condannate alla irregolarità dalla riduzione delle possibilità di protezione internazionale e umanitaria e dall’assenza di canali legali di ingresso per i migranti economici.

Gli unici veri segni di discontinuità che i governi dovrebbero dare per non alimentare ancora di più una contrapposizione violenta tra autoctoni residenti e nuovi arrivati sarebbero costituiti dalla sospensione degli accordi con i paesi che non rispettano i diritti umani e dall’apertura di canali legali di ingresso tanto per potenziali richiedenti protezione quanto per i cosiddetti migranti economici, con un regime permanente di regolarizzazione per emersione lavorativa. Sarebbe questo l’unico strumento per ridurre davvero la cosiddetta “clandestinità”. Che probabilmente conviene ancora a troppi, sia per lo sfruttamento che consente sui lavoratori, che per la propaganda che permette a quanti confondono la materia dell’immigrazione con i temi della sicurezza e della difesa dei confini.

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