Cosa fa l’Italia in Libia, missioni e consegne militari mentre si violano i diritti umani

Crimini commessi in Libia e relazionati all'Aja dalla Segreteria generale delle Nazioni Unite mentre l'Italia impiega 1.000 militari, 6 navi, 5 aerei e 130 mezzi terrestri per coadiuvare la Libia "nel contrasto ai flussi migratori in difesa dei diritti umani ed in armonia con le linee di intervento decise dalle Nazioni Unite". Tre miliardi all'anno la spesa per l'accoglienza ma solo un miliardo di cassa propria del bilancio italiano

Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (MIASIT)

di Mauro Seminara

Per l’esercizio finanziario 2019-2021, la legge di bilancio dello Stato aveva destinato giusto un timido 0,7% a cultura, ambiente e qualità della vita. Questo prevede il bilancio di previsione prodotto sul finire dello scorso anno dalla maggioranza composta da Movimento 5 Stelle e Lega. Oltre all’attenzione riservata alla qualità della vita ed alla cultura degli italiani, anche da chi “prima gli italiani” lo aveva scritto ovunque, ci sono altre voci importanti e riguardano da vicino le politiche italiane in materia di flussi migratori. Voci di spesa che spiegano, almeno in parte, alcuni aspetti di un tema sul quale si parla molto ma sempre e tendenzialmente per slogan. L’argomento è strettamente collegato ai crimini che vengono quotidianamente commessi in Libia, alle missioni militari italiane che dovrebbero prevenire tali crimini invece che esserne in qualche modo complici, a quanto viene infine destinato all’accoglienza dei migranti che arrivano in Italia e da dove questa voce di spesa prende le risorse.

In un precedente articolo è stato trattato il caso del rapporto che il segretario generale delle Nazioni Unite ha trasmesso alla Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite. Un rapporto ricco di report di riferimento, redatti dalle varie agenzie delle stesse Nazioni Unite che operano sul territorio libico. Soprattutto, un rapporto ricco di crimini efferati consumati impunemente dalle autorità libiche sotto l’egida della Difesa italiana. Qualunque cosa possano dire o pensare i fanatici di razzismo e xenofobia, la partecipazione di uno Stato straniero a crimini contro l’umanità è gravissima e, solitamente, passa dritto alla storia. Altra notizia che avevamo pubblicato, dopo quella sul rapporto di Antonio Guterres, è stato l’omicidio di un migrante sudanese che dopo lo sbarco a Tripoli, successivo alla cattura operata da quella sedicente guardia costiera con cui il presidente del Consiglio italiano si è pregiato di collaborare. Un omicidio a sangue freddo – sotto gli occhi dei funzionari dell’OIM, l’agenzia delle Nazioni Unite – di una persona disarmata ed impaurita dalle raffiche di mitra sparate in aria dagli aguzzini che lo avrebbero nuovamente rinchiuso in un lager. Magari proprio gli stessi che, come indicato nel rapporto delle Nazioni Unite adesso al vaglio dell’Aja, comprano e vendono esseri umani, li affidano ai trafficanti, coprono gli omicidi e le sparizioni dei migranti venduti e poi li riacciuffano in mare per ricominciare il ciclo.

In questo teatro di guerra

e di totale dispregio del valore della vita umana, purtroppo, opera l’Italia con proprie specifiche missioni militari. Queste sono la missione Miasit, la missione Eudel Libia e la missione Mare Sicuro che opera anche in appoggio alle missioni di terra. La Miasit, avviata a gennaio del 2018, prevede la seguente linea generale di missione: “La missione è intesa a fornire assistenza e supporto al Governo di Accordo Nazionale libico ed è frutto della riconfigurazione, in un unico dispositivo, delle attività di supporto sanitario e umanitario previste dall’Operazione Ippocrate e di alcuni compiti di supporto tecnico-manutentivo a favore della Guardia costiera libica rientranti nell’operazione Mare Sicuro”. La missione Miasit quindi è quella che permette alle motovedette che furono della Guardia di Finanza italiana di andare per mare a catturare migranti in fuga. Oltre questo, in modo piuttosto generico, la missione dovrebbe assistere e supportare il governo (GNA, ndr) di Fayez al-Serraj mentre il generale Khalifa Haftar sferra i suoi colpi finali sulla capitale nel cui porto è ormeggiata una nave della Marina Militare italiana con altre navi dello stesso assetto navale a sua difesa.

La Miasit, tra le motivazioni di avvio missione, vede anche il sostegno al GNA di Serraj nel “rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, in armonia con le linee di intervento decise dalle Nazioni Unite”. Grossomodo, sembra che la missione italiana debba letteralmente prevenire quei crimini che il rapporto delle Nazioni Unite afferma essersi consumati in Libia, ad opera della loro polizia e della loro guardia costiera. E forse sotto gli occhi poco attenti dei militari italiani. Ma potrebbe apparire strana la disattenzione, considerato il contingente e la dotazione di cui la missione Miasit dispone: “400 militari, 130 mezzi terrestri e mezzi navali e aerei (questi ultimi tratti nell’ambito delle unità del dispositivo aeronavale nazionale Mare Sicuro)”. Se ancora vi fossero dubbi sulla presenza italiana in Libia che la Corte dell’Aja si troverà a dover valutare se in concorso o meno con i crimini denunciati dalle Nazioni Unite, basta leggere che i militari con il tricolore sulla spalla hanno anche “alcuni compiti previsti dalla missione in supporto alla Guardia costiera libica, tra i quali quelli di ripristino dei mezzi aerei e degli aeroporti libici, fino ad ora inseriti tra quelli svolti dal dispositivo aeronavale nazionale Mare Sicuro”.

Se da una parte è più che attiva la missione Miasit, dedita tra i principali compiti al sostegno dei libici per la “lotta” ai flussi migratori, dall’altra c’è una missione meno chiara e che parrebbe addirittura accantonata; per sicurezza o per contorni poco chiari della missione stessa. La “Eudel Libia“, acronimo di “European Union Delegation to Libya”, al momento pare poter vantare il contributo nazionale di soli due militari che risultano pure dislocati a Tunisi. Ma cosa dovrebbero fare questi due supermilitari? Ecco la missione Eudel Libia: “La Delegazione Europea, a seguito della decisione del Consiglio Europeo 2013/254/PESC del 24 maggio 2013, assicura l’attività di supporto per il consolidamento di alcuni settori vitali del Paese quali la riconciliazione delle parti in conflitto, il processo costituzionale, la protezione dei diritti umanitari, la tutela dei diritti delle donne, la sicurezza, la giustizia, il controllo della migrazione, la riforma dell’amministrazione, la salute, l’istruzione e le future elezioni politiche”. Come ed in quali termini due militari italiani, considerandoli solo militari e non al servizio di altri reparti come l’intelligence della Difesa, possano contribuire a tutti questi obiettivi senza raggiungerne alcuno è motivo di logica curiosità.

Alle due sopradescritte missioni si affianca il pezzo da novanta rappresentato dalla missione Mare Sicuro, attivata nel marzo del 2015 “a seguito dell’evolversi della crisi libica”. Questa, in apparenza storica missione a difesa del mare e della marineria italiana in acque internazionali, come la marineria mercantile e quella della enorme flotta di pescherecci nazionali, come già visto opera in supporto e simbiosi con la missione Miasit, che già conta di un contingente con 400 militari e 130 mezzi terrestri. A questi bisogna aggiungere adesso Mare Sicuro, che conta di un contributo nazionale da 754 militari, 6 mezzi navali e 5 mezzi aerei. Tra i militari della missione Mare Sicuro non ci sono soltanto i marinai di equipaggio delle navi ma anche il contingente della Brigata San Marco, orgoglio della Difesa italiana. Tra le consegne della missione Mare Sicuro ci sono: “la protezione delle linee di comunicazione garantendo un ambiente sicuro al traffico marittimo commerciale; la protezione dei mezzi della Capitaneria di Porto – Guardia Costiera intenti ad operare in attività SAR dalle possibili azioni delle organizzazioni criminali; la condotta di attività di deterrenza e contrasto delle organizzazioni criminali dedite ai traffici illeciti via mare”. Fortunatamente è già lo stesso Ministero della Difesa a precisare che la missione Mare Sicuro “non prevede alcun blocco navale né altre evoluzioni. Si tratta di una missione di presidio di una zona di rischio”. Oltre mille militari, sei mezzi navali, cinque mezzi aerei, centotrenta mezzi terrestri, tutti con in comune una consegna: “Controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, in armonia con le linee di intervento decise dalle Nazioni Unite”.

Le missioni, i cui costi rientrano nel bilancio della Difesa, che si aggira sui 20 miliardi all’anno senza contare i costi Nato, fanno impallidire i risultati racchiusi nel rapporto delle Nazioni Unite. A fronte di tali costi, decisamente alti visto l’impiego di militari, navi, aerei e mezzi terrestri specifici, ridicoli risultano poi quelli che nel bilancio dello Stato, in previsione di esercizio finanziario 2019-2021, si trovano alla voce “Immigrazione, accoglienza e garanzia Diritti umani”. In tutto stiamo parlando di una media di 3,3 miliardi per anno di esercizio. Ma non tutti a carico diretto dello Stato italiano. Anzi, sui poco più di tre miliardi, 2,2 miliardi arrivano da altra cassa. Questi, il 33% della spesa annua prevista per il 2019 in esempio, sono infatti i fondi per la cooperazione europei. La voce di bilancio è tra l’altro corrispondente alla cifra Ue, e fa riferimento a flussi migratori, interventi per lo sviluppo della coesione sociale, garanzia dei diritti e rapporti con le confessioni religiose. Fermo restando che il precedente governo stava rendendo inutile una spesa per la coesione sociale e la garanzia dei diritti avvelenando i pozzi, per dirla alla Gino Strada, rimane la realtà di un costo indirettamente a carico degli italiani all’interno del quale, per la vera migrazione regolare e per l’integrazione sociale di lavoratori e studenti immigrati si spendono soltanto 3 milioni di euro. Ed il restante miliardo? Per i “rapporti con le confessioni religiose”!

Tra i quesiti su cui si dovrebbe interrogare il Governo uno riguarda certamente il come si intendono spendere i miliardi di euro dell’Unione europea destinati all’accoglienza ed all’inclusione dei migranti, visto che da Riace al progetto Sprar sono stati demoliti gli unici modelli di inclusione efficiente. E magari, altro quesito da porre, anche come fa l’Italia a spendere cifre da capogiro per partecipare a missioni in Libia sotto il cui naso si commettono orrendi crimini invece di impiegare le risorse per aprire canali umanitari volti all’evacuazione delle persone per le quali in teoria si inviano centinaia di militari a tutela. Tra dubbi sulle spese e certezze sui crimini, dispiace dover anche assistere allo show del presidente del Consiglio dei ministri italiano che ringrazia i sopraelencati apparati “perché vi posso assicurare – ha dichiarato Giuseppe Conte ad Atreju19 – che la guardia costiera libica, supportata dal nostro intervento, ogni giorno contiene centinaia di migranti”.

Informazioni su Mauro Seminara 705 Articoli
Giornalista palermitano, classe '74, cresce professionalmente come fotoreporter e videoreporter maturando sulla cronaca dalla prima linea. Dopo anni di esperienza sul campo passa alla scrittura sentendo l'esigenza di raccontare i fatti in prima persona e senza condizionamenti. Ha collaborato con Il Giornale di Sicilia ed altre testate nazionali per la carta stampata. Negli anni ha lavorato con le agenzie di stampa internazionali Thomson Reuters, Agence France-Press, Associated Press, Ansa; per i telegiornali nazionali Rai, Mediaset, La7, Sky e per vari telegiornali nazionali esteri. Si trasferisce nel 2006 a Lampedusa per seguire il crescente fenomeno migratorio che interessava l'isola pelagica e vi rimane fino al 2020. Per anni documenta la migrazione nel Mediterraneo centrale dal mare, dal cielo e da terra come freelance per le maggiori testate ed agenzie nazionali ed internazionali. Nel 2014 gli viene conferito un riconoscimento per meriti professionali al "Premio di giornalismo Mario Francese". Autore e regista del documentario "2011 - Lampedusa nell'anno della primavera araba", direttore della fotografia del documentario "Fino all'ultima spiaggia" e regista del documentario "Uomo". Ideatore e fondatore di Mediterraneo Cronaca, realizza la testata nel 2017 coinvolgendo nel tempo un gruppo di autori di elevata caratura professionale per offrire ai lettori notizie ed analisi di pregio ed indipendenti. Crede nel diritto all'informazione e nel dovere di offrire una informazione neutrale, obiettiva, senza padroni.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*