Libia, il “porto sicuro” in cui uccidono dopo lo sbarco

Raffiche di mitra in aria e poi colpi ad altezza uomo su alcuni migranti che tantavano di fuggire dopo lo sbarco a Tripoli quale epilogo di una traversata in mare non riuscita. L'OIM era presente all'omicidio del migrante sudanese: "Questa è stata una tragedia annunciata"

Nel “porto sicuro” in cui le autorità italiane ed europee, tra una chiacchiera di Stato ed un po’ di propaganda da opposizione, pretenderebbero che si riconducessero i migranti soccorsi nel Mediterraneo centrale, ci sono persone che non esitano a sparare ed uccidere quanti appena sbarcati. Un uomo, di nazionalità sudanese, è stato ucciso giovedì con un colpo d’arma da fuoco dopo lo sbarco nel porto di Tripoli. Lo stesso porto più volte indicato alle navi Ong che avevano chiesto alla competente autorità di coordinamento SAR un place of safety, un porto sicuro. Ad aprire il fuoco è stato uno dei militari, o sedicenti guardacoste, della Libia che ha così quietato l’agitazione di quel sudanese che non voleva assolutamente ritornare nei lager. A denunciarlo è stato l’OIM, International Organization for Migration, il cui personale ha assistito alla tragedia.

Nella riapertura del flusso migratorio dalla Libia verso l’Europa, mentre le motovedette italiane fermano o soccorrono in sequenza barche cariche di migranti, al largo della Libia continua l’attività della sedicente guardia costiera libica. Negli ultimi giorni anche i libici hanno fermato centinaia di migranti. Una delle barche intercettate dalle motovedette nordafricane, forse anche grazie al solito aiuto dei velivoli di Frontex ed al supporto organizzativo della missione italiana in Libia, aveva 103 persone a bordo ed era stata riportata a terra nel porto di Tripoli, nel punto di sbarco di Abusitta. Il migrante sudanese non era l’unico a resistere ed agitarsi per non ritornare nei lager libici ma è stato quello che un proiettile ha colpito all’addome. L’omicidio è avvenuto ore dopo lo sbarco ed il medico dell’OIM, presente al momento dell’apertura del fuoco, nulla ha potuto come nulla hanno potuto fare per scampare il peggio i medici del punto ospedaliero in cui il migrante sudanese era stato trasferito. L’uomo è deceduto un paio di ore dopo.

Le armi con cui i 103 migranti venivano tenuti sotto controllo avevano sparato in aria per avvertimento, in modo da sedare le manifestazioni disperate di chi non voleva rientrare nei centri-lager. Il sudanese, insieme ad altri migranti del suo gruppo, pare avesse tentato di fuggire dai suoi aguzzini alle esplosioni d’arma da fuoco, quando questi si sono messi a sparare in aria. Il tentativo di fuga è stato fermato con un omicidio. “Questa è stata una tragedia annunciata”, ha dichiarato Leonard Doyle, il portavoce OIM a Ginevra. “L’uso delle armi contro i civili, uomini, donne e bambini vulnerabili e disarmati, è inaccettabile in qualsiasi circostanza – spiega ancora Doyle – e genera allarmi sulla sicurezza dei migranti e del personale umanitario. L’IOM chiede alle autorità libiche di condurre un’indagine approfondita di questo incidente e di coloro che sono stati ritenuti responsabili perché vengano consegnati alla giustizia “. Alla Ocean Viking, già dopo il primo soccorso ai migranti ancora oggi a bordo della nave, era ancora una volta stato indicato quale porto sicuro per lo sbarco un porto libico: Khoms. La nave delle Ong SOS Mediterranee e Medici Senza Frontiere ha ovviamente rifiutato.

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