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Il caso Casalino, verità e retroscena su deontologia giornalistica e politica

di Mauro Seminara

Rocco Casalino è l’uomo della comunicazione Cinque Stelle, artefice del successo che il Movimento ha registrato il 4 marzo alle urne dopo una campagna elettorale di un M5S 2.0, senza Beppe Grillo e più moderato nei toni e sul programma. Un comunicatore attivo 24 ore su 24 che vale più di quanto viene pagato da Palazzo Chigi per l’incarico di portavoce del premier. Ma oltre al responsabile comunicazione del presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte, Rocco Casalino è e rimane il guru della comunicazione pentastellata ed ogni iniziativa, ogni ospitata del capo politico ufficiale e dei colonnelli di partito, ogni linea di attacco o difesa vengono orchestrate da lui. L’ex concorrente della prima edizione del Grande Fratello non è però solo un esperto in comunicazione, se pur geniale e stacanovista. Casalino è infatti l’unico responsabile comunicazione di partito che alle riunioni per il concordato sul “contratto di Governo” partecipava in maniera attiva, al tavolo, e non da spettatore per appunti su quanto poi poter dichiarare ai colleghi giornalisti. L’uomo che ha permesso al Movimento Cinque Stelle di sfondare quota 30% alle elezioni politiche è quindi un obiettivo, da abbattere, per ogni partito rivale. Perché Casalino conosce bene i media, il mainstream, il sistema di lavoro dei colleghi giornalisti, i punti deboli della comunicazione, anche della più avversa. Affondare Casalino equivale ad azzoppare gravemente il Movimento Cinque Stelle.

L’attacco che il capo della comunicazione del Movimento Cinque Stelle – e c’è chi direbbe anche capo politico vero – subisce in queste ultime ore è grottesco. Da una parte c’è infatti chi si scaglia ferocemente contro Casalino e si pronuncia in difesa di chi ha diffuso l’audio incriminante, dall’altra c’è chi attacca il traditore che ha dato l’audio per la sua pubblicazione ed asserisce infondate teorie sulla deontologia giornalistica. In entrambi i casi si vuol mirare al dito tentando di non far notare la luna, e per raggiungere tale obiettivo si cerca perfino di infondere idee sbagliate sulla deontologia giornalistica ai lettori-elettori. Pertanto risulta obbligatorio sfatare subito un neofondato mito che, come con un martello pneumatico, si sta tentando di inculcare nella testa delle persone. La “fonte” del giornalista non è una cosa magica da tenere sempre e comunque segreta, come luoghi comuni delle ultime 24 ore vogliono farvi credere. L’ABC del giornalismo, con la sua Carta dei Diritti e dei Doveri, la sua deontologia, appunto, prevede esattamente il contrario: un giornalista deve sempre indicare la fonte. I casi di riserbo sono del tutto eccezionali, attengono in massima parte alla sicurezza ed incolumità della fonte e nel caso il non rivelarne l’identità possa rappresentare ostruzionismo ad una inchiesta di una Procura, il giornalista che deciderà di tutelarla rischierà anche penalmente.

Sfatato il nuovo mito giornalistico sulla fantomatica fonte violata, andiamo al caso specifico di Rocco Casalino. Il giornalista che ha fornito l’audio alla testata che lo ha a sua volta pubblicato non ha violato la deontologia del giornalista ma l’ha scrupolosamente applicata. Era già accaduto quando qualcuno rese pubblico l’errore del portavoce di Matteo Renzi, il noto – nell’ambiente – Filippo Sensi – che aveva inviato un messaggio Whatsapp alla chat sbagliata nel quale invitava la squadra di presenzialisti record televisivi del PD a bastonare un po’ il Di Battista del M5S. Il pubblico ed i lettori hanno diritto di sapere come si muovono i comunicatori politici e perché le dichiarazioni si allineano oppure, nel caso di Casalino, come dalle pagine dei giornali si formulano gli attacchi tra i partiti. Dall’audio si evince che Casalino proponeva al collega giornalista – perché Casalino è un giornalista, altrimenti non potrebbe ricoprire tali incarichi – una notizia sfiziosa da scrivere. In secondo piano, dietro insignificanti dettagli da linguaggio informale, il fatto che Casalino puntualizza al giornalista di indicare la fonte quale “parlamentare”; cioè di mentire sull’origine della notizia. Questo viola sicuramente la deontologia giornalistica, ma da entrambe le parti. Il primo a farlo è infatti il giornalista iscritto all’Albo professionale dei giornalisti Rocco Casalino.

C’è una enorme differenza tra il “così è” e “così dovrebbe essere”. L’addetto stampa, il portavoce e il giornalista hanno la stessa identica qualifica, appartengono allo stesso medesimo Ordine e rispondono alla stessa identica deontologia. Almeno in teoria. Nella personale idea del sottoscritto le cose non dovrebbero essere così e l’Albo giornalisti dovrebbe vedere un nuovo elenco da aggiungere: quello degli addetti stampa. Perché è tanto logico quanto assurdo che un giornalista riesca a rispettare la deontologia professionale da addetto stampa senza perdere il posto di lavoro alla prima uscita pubblica. Se l’addetto stampa non omettesse mai nulla alle domande dei colleghi, e se non enfatizzasse un po’ più del dovuto ciò che invece intende comunicare, è chiaro che il risultato sulle pagine dei giornali non sarebbe un buon risultato per la parte che il suddetto stampa rappresenta. Tornando al caso del momento, Rocco Casalino ha commesso quindi soltanto un errore per eccesso di sicurezza. Ha quindi fatto soltanto quello che fa ogni giorno influenzando il lavoro dei giornalisti “di palazzo” che non disdegnano certo il gioco pur di avere una “notizia” in più ed esclusiva da lanciare. In questo momento però c’è una guerra in corso tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega, ed ogni occasione torna adesso utile per sferrare colpi da una parte all’altra. La fiducia di Rocco Casalino è stata quindi tradita mentre lo stesso Casalino tradiva come di consuetudine la deontologia dell’Ordine di appartenenza, insieme, ovviamente, all’intera corte dei miracoli che ogni giorno si reca a palazzo mendicando pseudonotizie da “retroscena della stanza dei bottoni” da firmare autorevolmente in pagina. In ogni caso, a nessuna delle parti conviene mettere davvero a nudo la questione perché in tal modo verrebbe fuori, a beneficio del pubblico, l’errore retroscena del sistema di informazione. Tema che meriterà certamente un ulteriore approfondimento.

La difesa di Casalino ad opera del premier, del capo politico del M5S e dell’intera squadra di “autorizzati alla comunicazione mediatica” del Movimento sono chiaramente frutto dello stesso capo della comunicazione, quindi dello stesso Casalino. Ma è chiaro che ogni difensore del responsabile comunicazione è pronunciata da chi sa bene come funziona la realtà e dovrebbe sapere come dovrebbe invece funzionare. In questa zona grigia – che solo in ambiente politico si viene a creare – del sistema di informazione, si sta adesso tentando di confondere ulteriormente le idee degli elettori che naturalmente non possono sapere cosa prevede la deontologia e cosa è una fonte. Appunto, viene fuori che la fonte deve essere segreta mentre in realtà questa dovrebbe essere alla base dell’informazione che il lettore è tenuto a sapere. Ciò si verifica in un sistema di informazione viziato, forse malato, che andrebbe riformato ma che non potrà vedere riforme fino a quando i riformatori sono gli stessi che raggiungono il potere mediante la stampa. Stampa che adesso presta il fianco alla crisi di Governo pronta per l’autunno, già pianificata, e secondo la quale il M5S deve perdere in favore della Lega e dell’intero centrodestra prima di riuscire ad attuare parte del proprio programma. Alle prossime elezioni, che queste saranno tra otto mesi o quattro anni e mezzo, il M5S dovrà retrocedere in favore della Lega che fino ad oggi ha guadagnato consensi fino al livello massimo consentito e, probabilmente, non potrà andare oltre visto che la propaganda sui flussi migratori si sgretolerà da qui alla prossima primavera e niente altro potrà mettere in atto senza coperture finanziarie; niente taglio delle accise sul carburante, niente flat tax ecc. Ecco l’attacco di Casalino sui dieci miliardi “del caz..” per il reddito di cittadinanza che determinerebbe adesso il risultato sui dieci punti percentuali di differenza che alle prossime elezioni la Lega staccherebbe ai pentastellati.

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