Paolo Borsellino, 19 luglio 1992

Nella strage di via D'Amelio persero la vita il magistrato simbolo della lotta alla mafia ed i cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina

Paolo Borsellino nasce a Palermo il 19 gennaio 1940 dove la famiglia possiede una farmacia. Laureatosi con lode in giurisprudenza presso l’Università del capoluogo siciliano nel 1962, partecipa nel 1963 al concorso di accesso alla magistratura, divenendo allora, il più giovane magistrato italiano. Nel 1967 diviene quindi Pretore di Mazara del Vallo e, successivamente, Pretore di Monreale dove lavora con il capitano dei Carabinieri Basile disarticolando l’organizzazione mafiosa locale con una serie di arresti di affiliati ai clan. A seguito dell’omicidio del capitano Basile in un agguato della mafia palermitana, Paolo Borsellino e la sua famiglia sono protetti dal servizio di scorta.

Dal 1975, Borsellino lavora presso l’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo occupandosi dei clan mafiosi della città e proseguendo così l’approfondimento delle indagini di Boris Giuliano. In questo ufficio, instaura un saldo rapporto umano e professionale con il giudice Rocco Chinnici con il quale stava sperimentando l’efficacia di una specializzazione degli inquirenti nella lotta alla criminalità organizzata. Dopo l’omicidio di Chinnici nel 1983, a capo dell’Ufficio è nominato Antonino Caponnetto; egli, comprendendo le potenzialità del coordinamento delle indagini e dello scambio di informazioni tra magistrati addetti, instaura pertanto il c.d. “pool antimafia” di cui fanno parte – oltre a Caponnetto e Borsellino – anche Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta.

Grazie a questa iniziativa e al generale miglioramento delle capacità investigative anche sotto il profilo degli accertamenti bancari e patrimoniali, il pool ordina numerose misure di custodia (tra cui quella nei confronti di Vito Ciancimino) iniziando a ricevere le prime dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, successivamente essenziali per l’istruzione del cosiddetto maxi processo. Nel 1985, per ragioni di sicurezza, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone sono ospitati nella foresteria del carcere dell’Asinara per la redazione degli atti necessari alla preparazione del processo citato che si concluderà a Palermo nel 1987 con 342 condanne, infliggendo un durissimo colpo a “Cosa nostra”. Nel dicembre 1986, Paolo Borsellino è nominato Procuratore della Repubblica di Marsala. Nel 1992, dopo il congedo di Caponnetto dall’Ufficio istruzione per motivi di salute e il trasferimento di Falcone a Roma quale Direttore degli Affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia, ritorna al Tribunale di Palermo come Procuratore aggiunto per coordinare l’attività distrettuale antimafia. La strage di Capaci del 23 maggio dove perse la vita l’amico e collega Giovanni Falcone provocò in lui una profonda sofferenza.

Il pomeriggio del 19 luglio 1992, Paolo Borsellino era diretto verso la casa della madre dopo aver pranzato con la famiglia a Villagrazia di Carini. Un’auto carica di tritolo parcheggiata in via D’Amelio veniva fatta esplodere cagionando la morte del magistrato e dei cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Giunto sul luogo della strage, l’ex-capo dell’Ufficio di Falcone e Borsellino, il giudice Antonino Caponnetto disse, sopraffatto dallo sconforto: “è tutto finito, non c’è più niente da fare”. Ma, al funerale, cui partecipò una folla di circa 10.000 persone, il giudice Caponnetto, evidentemente animato da rinnovata determinazione, ebbe a dire: “Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi”

La statura, i sentimenti, l’umanità di Paolo Borsellino in alcuni brani tratti dal libro “Ti racconterò tutte le storie che potrò”, di Agnese Borsellino

Come simbolo della lotta contro la mafia, la tragica fine di Paolo Borsellino ha ispirato molti autori e organi d’informazione allo scopo di mantenere viva la memoria del suo impegno straordinario. In queste pagine dedicate alle “Testimonianze di coraggio” si vogliono dunque estrarre alcuni passi dal libro scritto da Agnese Borsellino con il giornalista Salvo Palazzolo “Ti racconterò tutte le storie che potrò”, Edizione Feltrinelli, che, tra sentimenti forti e coinvolgenti, mettono in luce la statura dell’Uomo Borsellino.

Sull’umanità:

“…Paolo…mi parlò del suo lavoro di pretore di Mazara del Vallo…Mi raccontò anche dei tanti personaggi strani che aveva incontrato nella sua carriera di giudice…criminali incalliti…rapinatori spregiudicati, truffatori…Paolo era capace di trovare in ognuno di loro un tratto di umanità. E me lo descriveva come se fosse la cosa più naturale di questa terra…Non nascondo che inizialmente quei racconti mi scandalizzavano un po’: forse quel giorno la figlia del magistrato integerrimo non capì proprio la grandezza delle parole di quel giovane così sensibile”.

Sulla sete di giustizia:

“…dietro quella bomba esplosa in via d’Amelio non c’è solo la mafia, ma ci sono anche pezzi dello stato…I depistaggi nelle indagini, l’omertà della stampa, lo sciacallaggio attorno alla figura di Paolo Borsellino, le trappole, le malignità…Persino Lucia mi ha detto: ‘Ero pronta alla morte di mio padre, ma non a quello che è accaduto dopo”. …la nostra passione…non è più solo un percorso di sofferenza, è ormai anche un sentimento civile di resistenza, che vuole cercare a tutti i costi le ragioni di quanto è accaduto. Ecco perché non siamo mai andati via da Palermo. Paolo fece la stessa scelta, per amore…”.

Sulla valorizzazione delle storie di vita:

“…Io ti sollecito, ti stuzzico, ti racconto la lieta novella che sta dentro tante storie di ogni giorno. Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò”. Paolo adorava raccontare la lieta novella, i fatterelli umani. E i protagonisti erano i più diversi, anche mafiosi incalliti, che però nel suo racconto assumevano una luce davvero particolare e unica…”.

Sul rapporto con Palermo:

“…gli amici, o presunti tali, facevano certe scelte. Quasi ci allontanavano, come se fossimo stati portatori di chissà quale male contagioso…E Paolo mi confortava: “Evidentemente, non sono stati buoni amici, ne arriveranno degli altri, di sicuro migliori.” …Ma davvero certa gente continuava a guardarci in modo strano…Sì, forse avevano ragione, avevamo la malattia della verità e della giustizia. Non abbiamo mai smesso di averla, perché non ci siamo mai rassegnati a questa Palermo.”

Sul rispetto e sulla comprensione della persona:

“…a differenza di tante altre persone lui credeva nell’uomo, anche il più terribile all’apparenza, come appunto è il mafioso. Ecco cosa diceva Paolo ai suoi imputati, persino agli uomini d’onore: “Voi siete come me, avete un’anima, come ce l’ho io. E oltre l’anima cosa avete? I sentimenti”. Loro gli rispondevano: “Signor giudice, si sbaglia, noi siamo delle bestie”. E lui insisteva: “No, anche voi avete i sentimenti, solo che non sapete di possederli. Allora, è venuto il momento di tirarli fuori”. Mi chiedo quale sia oggi il magistrato che interroga in questo modo…”.

Sui pericoli del contesto ambientale:

“Quei sentimenti che mio figlio Manfredi ha descritto bene in una lettera di alcuni anni fa… …“Non bisogna avere paura, soprattutto in questa città di non intrattenere rapporti con uomini di potere,…poiché…la cosiddetta ‘Palermo bene’, la Palermo dei circoli, dei salotti buoni è inquinata…” …“Chiunque, ma soprattutto coloro che operano nel nome di persone che hanno sacrificato la loro stessa vita per una società migliore, ha l’obbligo morale, prima ancora che giuridico, di evitare rapporti occasionali o saltuari con personaggi discussi e discutibili, non già solo per rispetto dei martiri che non ci sono più, ma altresì per rispetto verso se stessi.”

Sull’amicizia con Giovanni Falcone:

“…Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e giustizia…non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato…ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa…” …“Il suo intento era questo e l’organizzazione mafiosa…quando ha preparato e attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato e attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone…era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo…dal diventare il direttore nazionale antimafia.”

Sull’importanza di recuperare i minori a rischio:

“…Paolo si rendeva conto che sarebbe stato importantissimo riuscire a portare dalla parte dello stato e della società civile i giovani che rischiavano di cadere nelle grinfie della mafia… Ecco perché vorrei rivolgere un appello ai figli dei mafiosi…Io voglio invitarli a ritornare persone normali, perché altrimenti moriranno con l’angoscia, magari di essere uccisi… …è un messaggio per i figli ma anche per le donne di mafia…oggi è più facile di ieri, perché la strada è stata già tracciata da tanti coraggiosi figli che hanno rotto con i ricatti dei padri…”

Sull’amarezza del suo destino:

“Due giorni prima di morire…Paolo volle fare una passeggiata in riva al mare…non c’erano sorrisi sul volto…solo tanta amarezza. Mi disse: “Per me è finita” … “Agnese, non facciamo programmi. Viviamo alla giornata”. Mi disse soprattutto che non sarebbe stata la mafia a decidere la sua uccisione, la mafia che non gli faceva paura, ma sarebbero stati alcuni suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere… Qualche giorno prima, avevi chiamato al palazzo di giustizia padre Cesare Rattoballi, per confessarti”

Ed infine, la testimonianza per un futuro migliore:

“Le sue parole sono già diventate una guida importante, per giovani e meno giovani. Credo che questo racconto sarà una buona iniezione di speranza”. Lei annuisce: “Ecco, così dovrà essere. Io forse non arriverò a tenerlo in mano questo libro, ma mi piacerebbe che nel finale arrivasse spontaneo un sorriso. Non rivolto al passato, ma al futuro. Un sorriso che vuol dire: noi non ci rassegneremo”.

(Fonte: Ministero degli Interni)

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