Alfonso Sgroi, 26 aprile 1979

Uno dei rapinatori spara tre colpi di pistola a Sgroi, di cui uno in pieno petto e un altro, quello mortale, alla testa. Alfonso Sgroi muore al Pronto Soccorso della Croce Rossa di via Roma. La rapina era stata organizzata da Cosa nostra, dalla famiglia mafiosa di corso dei Mille. Delle indagini se ne occupa il dottor Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo

In copertina: Alfonso Sgroi, ucciso dalla mafia il 26 aprile 1979

di Roberto Greco

Sono passate da qualche minuto le dieci. Alfonso Sgroi è una guardia giurata di servizio davanti alla sede della Cassa di Risparmio in via Mariano Stabile a Palermo. Quattro uomini, vestiti come uomini d’affari, arrivano davanti alla banca. Due di loro entrano. Estraggono le pistole appena sono nel vasto salone a pianterreno, dove si trovano gli sportelli per il pubblico e salgono al primo piano, dove ci sono gli sportelli di cassa. Si confondono con i numerosi clienti, in prevalenza anziani in attesa di riscuotere la pensione. Uno di loro si apposta ai piedi della scalinata, in modo da aver sotto controllo anche i movimenti del piano terra, mentre l’altro si rivolge al cassiere intimandogli di consegnare le cassette con il denaro. Mentre scendono le scale, vengono visti da Sgroi che tenta di intervenire ma viene bloccato dai due complici che erano rimasti all’esterno della banca. Alfonso Sgroi ingaggia una colluttazione. Gli altri due rapinatori escono dalla banca. Succede tutto in un attimo. Uno dei rapinatori usciti dalla banca spara tre colpi di pistola a Sgroi, di cui uno in pieno petto e un altro, quello mortale, alla testa. I quattro poi fuggono su una Fiat 128, su cui li aspettava un complice, con un bottino di quasi cento milioni. E’ stata un’esecuzione selvaggia, consumata in alcune frazioni di secondo, sotto gli occhi atterriti delle decine di persone che a quell’ora affollavano i locali della banca. Alfonso Sgroi muore al Pronto Soccorso della Croce Rossa di via Roma. Delle indagini se ne occupa il dottor Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo.

Il dottor Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992

È il 26 aprile 1979, quello che verrà identificato dal dottor Paolo Borsellino come “l’inizio della fine”. È il periodo in cui Boris Giuliano sta cercando di individuare le raffinerie della droga, uno degli aspetti di un patto tra la mafia siciliana e quella di New York. A questa indagine ci sta lavorando facendo asse con investigatori americani della Dea e il percorso del denaro è quello che – ritiene il poliziotto – va seguito per arrivare ai vertici dell’organizzazione. Nella primavera del 1979 Giuliano è ancora capo della squadra mobile per un caso. Qualche tempo prima c’era stato un conflitto a fuoco con una coppia di rapinatori di banca. Giuliano non sparò un solo colpo e riuscì a raggiungere uno dei banditi semplicemente inseguendolo correndo, mentre l’altro morì nello scontro con l’agente che accompagnava Boris Giuliano. L’azione fu segnalata al ministro dell’Interno per il conferimento di un encomio al vicequestore aggiunto. Encomio tuttavia negato. Giuliano ne fu contento, perché questo encomio lo avrebbe portato al grado di vicequestore primo dirigente, grado che gli avrebbe impedito di rimanere alla guida della Squadra Mobile. Giuliano si occupa quindi delle indagini relative alla morte di Mario Francese, ucciso il 26 gennaio dello stesso anno, e di Michele Reina, ucciso il 9 marzo. Ma il 26 aprile 1979 è il giorno in cui succede un fatto nuovo. La rapina era stata organizzata da Cosa nostra, dalla famiglia mafiosa di corso dei Mille. Due dei componenti del gruppo di fuoco che aveva rapinato la Cassa di Risparmio erano due mafiosi di rango. Si trattava di Pino Greco, detto “scarpuzzedda”, e Pietro Marchese. A quel punto, dal punto di vista investigativo, è un’accelerazione continua verso quella che sembra una svolta nell’inchiesta che vuole arrivare a inchiodare i vertici di Cosa Nostra sui due lati dell’Oceano Atlantico. Due giorni dopo viene scoperto il “covo” di corso dei Mille 196. Sotto l’apparente rispettabilità di un’officina che si occupa di tappezzeria per auto, si cela invece altro e quando gli agenti di polizia intervengono, sono tre gli arresti eccellenti: Giovannello Greco, Rosario Spitalieri e Giovanni Mondello. Non passano altre ventiquattr’ore che giunge la prima intimidazione a Giuliano. Non passeranno tre mesi e il dottor Giorgio Boris Giuliano verrà vigliaccamente ucciso da Leoluca Bagarella, il 21 luglio 1979.

Il dottor Giorgio Boris Giuliano, ucciso dalla mafia il 21 luglio 1979

Nell’ordinanza del maxi-processo, relativamente agli accadimenti che hanno decretato la morte del dottor Giorgio Boris Giuliano, leggiamo:

“… l’operazione di polizia iniziata il 26 aprile 1979 a seguito dell’omicidio del metronotte Alfonso Sgroi in servizio dinanzi alla sede di Palermo della Cassa Centrale di Risparmio V.E., oggetto di rapina, e conclusasi nei giorni successivi con l’arresto di cinque dei presunti componenti la banda dei rapinatori Rosario Spitalieri, Giovanni Greco, Pietro Marchese, Girolamo e Giovanni Mondello – e con la scoperta del “covo”, luogo di riunione degli associati, in Corso dei Mille, ove erano stati rinvenuti e sequestrati micidiali armi, radio ricetrasmittenti, corpetti antiproiettile e denaro di sospetta provenienza”.

Alfonso Sgroi era nato il 3 dicembre 1934. Prestava servizio come guardia giurata davanti ad una filiale della Cassa di Risparmio. Il 26 aprile 1979 il fuoco mafioso lo uccise mentre svolgeva il suo dovere.

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