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Il gioco della bottiglia

È il Primo maggio del 1985. In Italia si festeggiano i lavoratori, scuole e uffici chiusi, poca gente in città, in tanti sono al mare ad assaporare il primo assaggio dell’imminente estate, tanti altri sono andati in gita fuori porta, in montagna o magari in uno dei tanti casali che punteggiano le nostre campagne con un piatto di carne arrosto in una mano e una bottiglia di buon vino nell’altra. Da un’altra campagna, non troppo distante dai nostri borghi, un contadino serbo, Djordje Martinovic, si reca al più vicino ospedale di Gnjilane in Kosovo con una bottiglia di birra… Non la tiene in mano, non la beve. È rotta, incastrata nel retto del contadino. Una prima indagine della polizia locale giunge alla conclusione che quella bottiglia rotta sia frutto di un ‘giochetto ‘ di auto masturbazione finito male, una perversione mal riuscita. Martinovic aveva affermato di essere stato attaccato da due uomini di lingua albanese nel suo campo, aveva poi ritrattato e confessato l’atto sessuale e la successiva rottura della bottiglia, così come dichiarato anche dalla Commissione incaricata del caso a Belgrado, dall’intelligence militare e dai servizi segreti, salvo poi ritrattare per accusare le autorità di aver offerto lavoro ai suoi figli in cambio di quella falsa deposizione. Il caso di Martinovic infiammerà la stampa, si faranno confronti con le tecniche di impalamento degli Ottomani, si tireranno in ballo le sofferenze serbe nel campo di concentramento di Jasenovac durante la Seconda guerra mondiale, le donne serbe manifesteranno davanti al parlamento serbo per chiedere la revoca dell’autonomia del Kosovo, mentre l’Associazione degli scrittori serbi si mobiliterà per il novello caso Dreyfuss. Il collasso della nazione arriverà nel 1991 e il caso Martinovic sarà uno dei motori mediatici dell’esacerbarsi del sentimento anti-albanese e del nazionalismo serbo.

Altre campagne, altro anno. Siamo tra i campi di Pollenza, vicino Macerata, il 31 gennaio 2018. Viene ritrovato il corpo smembrato di Pamela Mastropietro, giovane diciottenne di Roma da due giorni scomparsa dalla comunità di recupero Pars di Corridonia. Due valigie contengono il corpo vilipeso. Oggi quattro indagati, tutti nigeriani, Desmond Lucky, Lucky Awelima, Innocent Oseghale e Anthony Anyanu. Trascorrono appena tre giorni che un neofascista, Luca Traini, decide di fare giustizia sommaria. Alle 11 del mattino spara dalla sua Alfa Romeo 147 ferendo sei migranti africani in più punti di Macerata dove molti membri delle comunità africane sono soliti incontrarsi. Verrà arrestato mentre fa il saluto fascista sull’altare della Patria con il Tricolore sulle spalle. Condanna unanime delle istituzioni e dei partiti per Traini, ma non mancano le accuse all’indiscriminata politica di accoglienza, all’eccessiva presenza di migranti, alle altissime percentuali di reati di questi. Una campagna elettorale giocata sui numeri di rimpatri promessi, chi 120.000, chi 150.000, in un gioco al rialzo. C’è chi si accompagna nelle trasmissioni elettorali con la mamma di Pamela, testimonial e monito di uno Stato assente e del pericolo straniero. Poca notizia ha fatto invece Nicoletta Diotallevi, anche lei smembrata e gettata nei cassonetti lo scorso agosto. Nessun migrante stavolta, nessun uomo nero che fa paura. Semplicemente il fratello Maurizio, in un raptus di ira per un prestito negato. La storia insegna che quando mancano le idee, il miglior modo di convincere è la paura. La paura che forse ieri ha attanagliato Roberto Pirrone, sessantacinquenne collezionista di armi e di cimeli sovietici che sul ponte Vespucci ha ucciso il senegalese Idy Diene. Niente movente razzista, così dicono. Allora forse è il vecchio gioco della bottiglia: può capitarti il bacio, la carezza, lo schiaffo…e magari, se sei nero e migrante, lo sparo.

Ernesto Gibellina:
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