Imbarazzo ad Agrigento, via il prefetto dalla città dei templi

Su proposta del ministro dell’Interno Marco Minniti è stato rimosso il prefetto di Agrigento Nicola Diomede ai sensi dell’articolo 410/91 recante disposizioni relative alla criminalità organizzata

In copertina: il prefetto di Agrigento Nicola Diomede coinvolto nell'inchiesta su Girgenti Acque

Il Consiglio dei ministri concluso poco prima di mezzogiorno di oggi ha deliberato, su proposta del ministro dell’Interno Marco Minniti, che da Agrigento il prefetto Nicola Diomede “è collocato a disposizione con incarico ai sensi della legge n. 410/91”. La legge a cui fa riferimento il movimento del prefetto di Agrigento è quella che regola le “Disposizioni urgenti per il coordinamento delle attività informative e investigative nella lotta contro la criminalità organizzata”. A carico del prefetto ci sarebbero accuse di “associazione a delinquere, corruzione, truffa, ricettazione, corruzione elettorale e false comunicazioni in ambito societario”. L’avviso di proroga delle indagini era stato notificato in Prefettura e rientra nella maxi-inchiesta che ruota intorno a Girgenti Acque, società che nella provincia di Agrigento gestisce in un considerevole numero di Comuni i servizi idrici e fognari. Nell’inchiesta altri 72 nomi, oltre quello del prefetto, cui era stata notificato l’avviso di prosecuzione indagini. Tra questi anche i nomi eccellenti degli ex presidenti della Regione Sicilia, Angelo Capodicasa e Raffaele Lombardo, del padre del ministro degli Esteri Angelino Alfano e di una buona parte di provincia politica e imprenditoriale.

Per l’imprenditore Marco Campione, presidente della Girgenti Acque, le accuse si estendo anche ad altri ipotesi di reato: associazione a delinquere, corruzione, truffa, ricettazione, corruzione elettorale e false comunicazioni in ambito societario, inquinamento ambientale, falso ideologico, danneggiamento e inadempimento nei contratti e frode nelle pubbliche forniture. Tra i destinatari delle notifiche anche tre noti giornalisti della provincia: Alfonso Bugea del Giornale di Sicilia e Calogero e Francesco Castaldo, rispettivamente direttori di Sicilia H24 e Grandangolo Agrigento. Tra gli indagati, oltre alla lunga schiera di assessori, presidenti di provincia, imprenditori e manager, anche l’ex direttore agenzia delle entrate di Agrigento Pasquale Leto, l’ex direttore Inps Gerlando Piro ed infine perfino il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella, indagato anch’esso per le ipotesi di associazione a delinquere, corruzione, truffa, ricettazione, corruzione elettorale e false comunicazioni in ambito societario. Tra gli indagati anche esponenti politici di ogni schieramento senza alcuna distinzione. Risultano infatti tra i destinatari degli avvisi: il coordinatore collegio di Agrigento di Forza Italia Filippo Caci, l’ex parlamentare del Pdl Vincenzo Fontana, l’ex parlamentare di Forza Italia e deputato all’Ars Riccardo Gallo Afflitto, l’ex parlamentare del MpA Angelo Lombardo (fratello del fondatore del Movimento per le Autonomie ed ex presidente della Regione Sicilia) e l’ex deputato regionale del Partito Democratico Giovanni Panepinto. Inoltre compaiono in un lungo elenco sindaci ed ex sindaci.

Se la proroga firmata dal procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio e dai sostituti Salvatore Vella, Alessandra Russo e Paola Vetro dovesse portare alla conferma dei reati fin qui ipotizzati, il quadro d’insieme della Provincia di Agrigento supererebbe ogni aspettativa svelando una trama in cui non vi sarebbero confini tra Stato e malaffare e tra controllati e controllori. L’immediato “movimento” disposto dal Consiglio dei ministri del prefetto, su richiesta del ministro dell’Interno ed ai sensi della legge n. 410/91, non lascia presagire nulla di buono per gli indagati. La bufera intanto ha già travolto indirettamente il ministro degli Esteri che vede adesso il padre Angelo Alfano tra i 73 nomi della lunga lista di persone coinvolte nel giro di assunzioni ed altri reati. Anche al padre del ministro Angelino Alfano vengono infatti attribuite ipotesi di reato per associazione a delinquere, corruzione, truffa, ricettazione, corruzione elettorale e false comunicazioni in ambito societario. Angelo Alfano e Tiziano Renzi rappresentano al momento due padri di ministri dello stesso Governo – il Governo Renzi in cui Alfano era ministro dell’Interno – coinvolti in maxi inchieste giudiziarie.

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