La Tunisia collassa sotto proteste e prestiti

Cinque notti di guerriglia e venti città coinvolte dalla rivolta popolare contro il regime di austerità imposto dal FMI al Governo tunisino e quindi al popolo. Circa 800 i manifestanti arrestati in pochi giorni. La polizia costretta a ritirarsi da molte città e schierato l’esercito per fronteggiare militarmente la rivolta

In copertina: Una folla oceanica di manifestanti su Bourguiba avenue a Tunisi

Alcuni leader locali di opposizione sono stati arrestati insieme ad altri 150 manifestanti tunisini. Sono adesso circa 800 gli autori delle proteste arrestati dal Governo tunisino a seguito delle manifestazioni scoppiate ormai in oltre venti città. La Tunisia aveva schierato l’esercito per affiancare la polizia in un contesto che sempre più ricorda quello del 2011. Il popolo contro il Governo, e tra i due una abissale differenza socio-economica. La fame, da una parte, e uno spregiudicato esercizio del potere dall’altra. Potere esercitato tra corruzione e cattiva amministrazione che non offre alcuno spiraglio per lo sviluppo del Paese. L’ultimo fendente assestato alla popolazione tunisina è stato quello del prestito concesso dal Fondo Monetario Internazionale, un ente sovranazionale che sembra stare svolgendo l’effetto di una cancrena nei Paesi che vi stanno aderendo. Fuori dal meccanismo di “prestito” del FMI solo le superpotenze, o ex tali, che in questa epoca si trovano casualmente anche in conflitto con gli antagonisti occidentali. Il miliardario prestito concesso alla Tunisia dal Fondo Monetario Internazionale ha infatti obbligato il Governo ad attuare riforme correttive per rientrare in un bilancio devastato. Riforme che hanno condotto alla prima correzione con aumenti di tasse che vanno dalle accise sul carburante a quelle su immatricolazioni ed altri prodotti sempre più lontani dalle opportunità della classe meno abbiente.

L’esplosione di rabbia tunisina per la politica attuata dal Governo, con una severa austerità ad aggravare la già tangibile crisi sociale, ha causato proteste selvagge giunte adesso alla quinta notte consecutiva. Tra queste anche l’attacco ad una scuola ebraica di Djerba presa d’assalto a suon di molotov. Nessun ferito, ma l’episodio conferma che la Tunisia è ormai ampiamente fuori controllo e che l’intero Paese è oggetto di violenza mossa dalle proteste contro le misure di austerità all’interno delle quali possono annidarsi anche altre realtà il cui fine è solo di destabilizzare gli equilibri interni dello stato nordafricano. La Tunisia è infatti notoriamente uno dei maggiori “produttori” di foreign fighters terroristi affiliati allo Stato Islamico. A dura prova la resistenza delle forze dell’ordine costrette perfino a ritirarsi da Thala, cittadina vicina al confine con l’Algeria, dove il Governo ha inviato ingenti forze militari a contrastare in modo massiccio il fronte di protesta.

La nuova ondata di rivolta nordafricana preoccupa, o dovrebbe, anche l’Unione europea ed in particolare dovrebbe preoccupare l’Italia che nel Paese nordafricano si è impegnato con centinaia di milioni di euro ed insediamenti privati. La Tunisia aveva anche ottenuto accordi facilities per l’esportazione agevolata dei suoi prodotti in Unione europea. Olive, agrumi, olio d’oliva, lavorati e semilavorati vari erano ormai regolarmente in UE a discapito dei prodotti locali i cui costi di produzione sono più alti di quelli tunisini. La ripresa, lenta ma raggiungibile, è probabilmente stata pregiudicata dal tentativo di risanare il bilancio con una iniezione di miliardi che asfissierà ogni possibilità di evolvere il mercato a vantaggio dei tunisini. Sarebbe quindi un vantaggio per lo speculatore la cui valuta si chiama “euro”, ma la destabilizzazione del Paese si può rivelare come il boomerang della manovra. Intanto il valore dei titoli di Stato tunisini è già sceso a seguito delle proteste che hanno travolto il Paese, innescando così l’avvitamento. Altro duro colpo, probabilmente inevitabile, arriverà con la pregiudicata stagione turistica in continuità di crisi del comparto che non si è più realmente ripreso dal 2011 e che non ha avuto opportunità di provare a causa degli attacchi terroristici che hanno colpito il Paese negli ultimi anni.

Con circa 800 nuovi detenuti, carceri piene in attesa di nuovi indulti per fronteggiare – all’italiana – il sovraffollamento, disoccupazione a livelli altissimi e potere d’acquisto delle fasce deboli ridotto all’osso con la conseguente crescita esponenziale della povertà nel Paese, non ci si potrà aspettare altro che una nuova fuga di massa dalla Tunisia. Con l’eventuale ondata a cui dovrebbe far fronte prima fra tutte l’Italia, la Tunisia si impoverirebbe ulteriormente pregiudicando ancora e molto la possibilità di risollevare le sorti di un Paese che non ha concessione d’altro se non di essere una colonia da spremere. Di contro, una rigida chiusura della frontiera finalizzata ad impedire l’arrivo di migliaia di harragas in Italia, quindi in Europa, inasprirebbe ulteriormente il fronte della rivolta in patria perché alimentata dai giovani a cui niente altro viene concesso se non di combattere contro il proprio Governo. Quest’ultimo trae inoltre una ulteriore utilità dal non potere di fatto sorvegliare i propri porti con una rivolta alle spalle: una massiccia ondata migratoria verso l’Europa permetterebbe l’intervento a sostegno del Paese per autotutela UE. Sembra quindi che la Tunisia sia stata condannata ad una sopravvivenza in perfetto stile Grecia, con una sostanziale differenza sul fatto che la Tunisia non fa parte dell’Unione europea.

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