Beppe Alfano, 25 anni di ombre

Non tutto è ancora chiaro su chi siano stati i mandanti. La calibro 22 che uccise Alfano e le “pistole gemelle”. Tentò di aprire il coperchio di “Corda Frates” e rivelare le connessioni Stato-mafia-massoneria

Era il mese di gennaio. Un uomo con un particolare intuito e una grande passione siede nella sua auto. È rientrato dopo aver preso Mimma, la moglie, alla stazione ferroviaria di Barcellona Pozzo di Gotto, dove viveva. “Sali a casa, chiuditi dentro con i ragazzi – disse alla moglie – e non aprire. Per nessun motivo.” Il rumore del motore dell’auto, sostituita dopo l’incendio di quella precedente, era diventato un segnale del suo arrivo. Chicco, uno dei figli, si preparò al loro rientro ma, poco dopo, senti l’auto rimettersi in moto e ripartire. Mimma era rientrata in casa ma non Beppe. Dopo gli interrogativi della famiglia e un lungo silenzio che durò oltre venti minuti, in lontananza, tre colpi sibilarono nell’aria. Poi il rumore delle sirene dell’ambulanza e delle auto della Polizia. Anche Sonia, la figlia, che aveva già iniziato la stessa attività giornalistica del padre, comincia a preoccuparsi e lo cerca tramite la redazione. Nulla. Testimoni parlano di un incontro con altre persone. Poi la discussione e tre colpi di una calibro 22 fermano la sua vita. Muore così, immerso nel suo sangue, Beppe Alfano, la sera dell’8 gennaio 1993. In poco più di un anno la mafia aveva commesso trenta omicidi in un territorio che contava poco più di quarantamila abitanti.

Beppe Alfano nella sua auto crivellato di colpi
Giornalista per passione e impegno civile, insegnante di educazione tecnica per professione. Appartenente a “Ordine Nuovo” prima e al “Movimento Sociale Italiano” poi, fu spesso sanzionato dal suo stesso partito per la costante denuncia di silenzi, di connivenza con apparati non troppo democratici e entrò in disaccordo con la politica delle cariche all’interno del MSI. Svolge attività politica per anni, attività che lo porta in giro per l’Italia sino a quando non decide di tornare nella sua città d’origine, Barcellona Pozzo di Gotto. Collabora con “La Sicilia”, il quotidiano catanese, dall’estate del 1991 dopo quasi vent’anni di attività giornalistica in radio. Giornalista d’inchiesta della vecchia scuola, la sua attenzione si concentra sull’AIMA, l’”Azienda per gli Interventi sul Mercato Agricolo” e, in particolare sui rapporti tra AIMA, noti esponenti barcellonesi e Cosa Nostra. Truffe ai danni dello Stato perpetrate attraverso sottili operazioni finanziarie, connivenze con l’AIAS, un’associazione che si occupava di assistenza ai disabili, operazioni tutt’altro che trasparenti per la realizzazione del raddoppio ferroviario, importante fonte di guadagno per Cosa Nostra. Inoltre il suo “fiuto” gli aveva fatto sentire la presenza di Nitto Santapaola nel territorio e si era messo in caccia. Il suo fiuto non sbagliava.

Nitto Santapaola
Il latitante boss di Cosa Nostra si nascondeva a Barcellona Pozzo di Gotto, in via Trento, a non molta distanza dall’abitazione di Alfano. Il processo per il suo omicidio inizia nel 1993 con tre ordinanze di custodia cautelare emesse nei confronti di Nino Merlino, ritenuto uno dei killers della cosca Guidotti, Giuseppe Gullotti, l’organizzatore, ed infine di Nino Mostaccio, presidente dell’AIAS, considerato, per gli inquirenti, il mandante dell’omicidio. Dopo un’iniziale assoluzione in primo grado, Giuseppe Gulotti ottiene una condanna a trent’anni confermata in Cassazione. Antonino Merlino, esecutore materiale del delitto, ottiene una condanna pari a 21 anni e 6 mesi, confermata in Cassazione nel 2006. Ma non tutto è ancora chiaro su chi siano stati i mandanti, per lo meno questo dalle risultanze processuali. La calibro 22 che uccise Alfano non fu mai veramente cercata. Tracce recenti, in cui si parla di “pistole gemelle” porta da un lato all’imprenditore messinese Mario Imbesi, mentre l’altra porta a Franco Mariani, amico del boss del barcellonese Cattafi, al quale lo stesso Imbesi l’aveva ceduta.

A questo si aggiungono le dichiarazioni di Maurizio Avola, ex sicario del boss Nitto Santapaola e oggi collaboratore di giustizia, che ha confessato oltre cinquanta omicidi e tra questi quello di Pippo Fava. Avola dichiara che l’omicidio di Alfano sia da ricondurre alle sue indagini sul commercio degli agrumi, sugli interessi di Santapaola, e sugli interessi che una serie d’imprenditori, iscritti alla loggia massonica che si celava all’interno dall’associazione culturale “Corda Frates”, avevano nel settore. Stato, massoneria, mafia. Ancora una volta, chi ha avuto il coraggio di indagare su questo stretto legame, sia poliziotto sia giornalista, ha pagato con la vita. Altro fatto non ancora chiarito è quanto indicato nell’agenda dell’ex comandante del Ros, Mario Mori, riguardante una riunione per il 27 febbraio 1993 con argomento Beppe Alfano. Alla riunione, di cui non c’è traccia negli atti delle inchieste, avrebbero partecipato, oltre allo stesso Mori, Francesco Di Maggio, collaboratore di giustizia, Olindo Canali, al momento PM della procura di Barcellona Pozzo di Gotto e alcuni rappresentanti del Ros.

Beppe Alfano viene iscritto all’albo dei Giornalisti di Sicilia nel marzo del 1998 con la seguente motivazione: Alla luce delle indagini e soprattutto della sentenza della Corte di Assise d’appello di Messina che conferma che Beppe Alfano è stato ucciso per gli articoli che scriveva su una scottante vicenda giudiziaria, l’ Ordine ha ritenuto di dovere rendere omaggio a questo siciliano che, facendo il giornalista ha sacrificato la sua vita nell’ interesse primario di informare i propri lettori.

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