La vera storia della Befana

I racconti del Greco

Tanti e tanti anni fa, in un paese lontanissimo, un’anziana donna viveva da sola con il suo gatto. I suoi capelli erano lunghi e rossicci, legati da un fiocco colorato e la sua pelle non era certo liscia come quella di una tredicenne, ma aveva lo sguardo simpatico. Anche quel brutto naso un po’ ricurvo che si ritrovava tra gli occhi e su cui poggiavano un paio di piccoli occhiali tondi, le dava un’aria pensierosa e mite. Abitava in una piccola casa, non molto lontano da una grande strada sterrata che s’infilava nell’imponente deserto. Di fronte alla sua casa c’era un pozzo d’acqua, l’ultimo prima del grande mare di sabbia.

Da qualche giorno aveva smesso di soffiare lo Scirocco e la temperatura si era abbassata di diversi gradi. Il vento proveniente dal Nord stava soffiando sulla grande strada e alzava un grande polverone. La vecchina aprì la porta di casa e mise il naso fuori. “Non è poi così freddo” pensò. Dopo qualche istante, avvolta da un grande scialle, la vecchina uscì portando con sé una lunga scopa. Il suo gatto si affacciò, annusò l’aria, fece due passi verso la strada ma poi torno indietro. “Carmelo… vieni a prendere un po’ d’aria anche tu…”, gridò la vecchina. Carmelo, questo era il nome del gatto, si affacciò di nuovo dalla porta di casa che era rimasta semiaperta. Guardò la vecchina poi, timidamente, si mosse lentamente verso di lei e s’infilò sotto la sua ampia gonna, per proteggersi dal vento. La vecchina cominciò a spazzare davanti a casa e, via via, fino alla strada. Più si avvicinava alla strada, più si alzava il vento. La scopa le volò di mano. La vecchina si strinse nel suo scialle quando, dal polverone, emersero tre uomini che cavalcano dei dromedari. Uno di loro reggeva in mano la scopa della vecchina che era stata portata via dal vento. “È per caso vostra, questa scopa?”, chiese uno degli uomini.

Erano tre giovani uomini, provenivano sicuramente dal sud est del paese. Tutti e tre indossavano pelosi abiti da pastori e grosse calzature di pelle. Ognuno di loro portava con sé un sacco pieno. Quello che aveva in mano la scopa toccò il collo del dromedario che emise una sorta di leggero grugnito. Il suo dromedario si piegò per farlo scendere. Una volta sceso l’uomo si avvicinò porgendo la scopa alla vecchina: “Mi chiamo Melchiorre e loro – disse indicando i suoi compagni di viaggio – sono Gaspare e Baldassarre. Questa è la vostra scopa?”. La vecchina, che si era allontanata di qualche passo quando Melchiorre scese dal suo dromedario, gli si avvicinò. “È mia, me l’ha portata via il vento”. “Siamo viaggiatori – disse Melchiorre – andiamo a rendere omaggio al Re degli uomini che è nato pochi giorni fa.”

Nel frattempo Gaspare e Baldassarre erano scesi dai loro dromedari e si erano avvicinati. “Abbiamo raccolto, in tutti i villaggi della regione, i doni per il nuovo re”, disse Gaspare. “Poi siamo stati al grande mercato di Gerasa dove abbiamo scambiato le merci in qualcosa di più prezioso”, disse Baldassarre. “Qualcosa degno di un Re”, concluse Melchiorre. “Venite in casa, potrete ripararvi dal vento e riposarvi un po’”. E così fu. La vecchina e i tre pastori entrarono in casa, seguiti da Carmelo che aveva osservato la scena senza muoversi dalla gonna della sua padrona. A Gaspare, il più giovane dei tre, fu affidato il compito di legare i dromedari, affinché non scappassero o, forse, non fossero travolti dal vento che sembrava diventare sempre più forte.

I tre pastori, una volta entrati, si tolsero i pesanti cappotti di pelle che avevano addosso. La vecchina li guardò “E voi volete presentarvi al Re degli uomini vestiti così?”. Gaspare, Melchiorre e Baldassarre si guardarono l’un l’altro. “Ma noi ci vestiamo sempre così”, disse Melchiorre. Ma la vecchina non lo fece finire: “E ci andate pure al lavoro”, e si mise a ridere. La vecchina si avvicinò a una grossa cassapanca. Carmelo la seguì e salì sulla cassapanca proprio mentre la vecchina cominciava ad aprirla. Saltò via con un guizzo e si ritrovò tra le braccia di Gaspare. Lo guardò fisso negli occhi per un istante, poi si divincolò e salto a terra, per infilarsi sotto una madia. Intanto, la vecchina aveva aperto la cassapanca e iniziato a tirare fuori alcune stoffe colorate, altre damascate, altre ancora impreziosite da piccole perle.

Gaspare, Melchiorre e Baldassarre si avvicinarono e toccarono le stoffe che, oltre ad essere bellissime, erano morbide al tatto. “Non ho mai toccato nulla di così morbido”, disse Baldassarre. “Nemmeno io”, disse Gaspare. “Quando ero giovane, facevo la sarta. Facevo gli abiti per le signore dei Nabetei che abitavano a Gerasa. Ora mi sono rimaste queste pezze e tanti ricordi. Ma…”, disse la vecchina mentre tirava fuori Carmelo da sotto il mobile e lo prendeva in braccio. Cominciò ad accarezzargli la testa. “Gli piace tantissimo”, disse la vecchina sorridendo prima di rivolgersi ai tre: “E ora spogliatevi, che vi devo prendere le misure”.

La vecchina prese le misure di tutti e tre gli uomini; poi, con Carmelo sulle gambe, si sedette al tavolo su cui aveva steso le stoffe. Cominciò a segnarle e con una pietra bianca poi a tagliarle. Prima una poi l’altra, le stoffe tagliate venivano posate su una sedia. La vecchina lavorò tutta la notte, tutto il giorno seguente e tutta la notte ancora, senza fermarsi mai. Alla mattina del terzo giorno, la vecchina svegliò i tre uomini, e aprì la finestra. Il vento aveva smesso di soffiare già nella notte e il tempo sembrava clemente. Sul tavolo, i tre uomini trovarono una ricca colazione pronta per essere mangiata. La vecchina era di buonumore e Gaspare fu il primo che se ne accorse; “Vi siete svegliata con il sorriso sulle labbra, stamattina” disse. La vecchina finì di bere la sua tazza di latte. “Ho una sorpresa per voi”, disse, poi si alzò e raggiunse la madia. Carmelo le corse dietro.

Aprì il primo cassetto e tirò fuori tre abiti meravigliosi. Si voltò: “Questi sono abiti degni della corte di un Re”. Gaspare, Melchiorre e Baldassarre si provarono gli abiti. Inutile dire che gli andavano a pennello. “Manca – disse la vecchina – solo un piccolo dettaglio: non ho fatto in tempo a prepararvi le calze. Dovrete partire con quelle vecchie. Ma le finirò e vi raggiungerò. Voglio portare anch’io un dono al Re degli uomini.” I tre pastori si prepararono e partirono. La vecchina lavorò tutto il giorno e tutta la notte per finire le tre paia di calze per i pastori. Poi preparò una serie di piccoli doni e si accinse a partire. Si mise a cercare una vecchia borsa che non usava da anni per infilargli dentro le calze e i doni per il Re. Rovistò dappertutto ma non la trovò. “E ora come faccio?”, disse guardando Carmelo che, per tutta risposta saltò sul tavolo e infilò il muso dentro a una calza.

La vecchina guardò le calze poi guardò i doni. Infilò i doni nelle calze e arrivò a riempirle tutte. “Tanto quando incontrerò i tre pastori, gli darò le calze e mi farò dare qualcosa da loro per contenere i doni per il Re”, pensò. S’infilo le calze nella cintura che le teneva stretto l’abito, mise in testa il suo cappello e prese in braccio Carmelo. Prima di uscire, prese con sé la vecchia scopa. La vecchina camminava oramai da ore. Carmelo correva avanti a lei, poi si fermava ad aspettarla. Era molto stanca e si fermò sotto una palma per riposare. Dopo qualche ora, riprese il suo viaggio.

Vedeva davanti a sé la stella che i pastori le avevano indicato, ma le sembrava lontanissima. Dopo diversi giorni di cammino, la vecchina arrivò alle porte di un piccolo villaggio. Le sue ultime forze la stavano abbandonando. Carmelo continuava a seguirla ma nel suo passo si vedeva la stessa stanchezza che c’era negli occhi della vecchina. Si avvicinò a una capanna. All’interno una fioca luce illuminava una famiglia. Attorno al tavolo, oltre al padre, c’erano sei bambini piccoli. Una donna, la madre, si avvicinò con una pentola in pietra e versò nei piatti un brodo lungo e scuro. Tutti si misero a mangiare avidamente. Poco dopo la madre accompagnò i sei figli verso l’unico letto, nel quale si accomodarono. La vecchina continuò a guardare tutta la scena senza essere vista. Prese in braccio Carmelo. Si tolse dalla cintura, una a una, le calze ripiene di doni e le fece sporgere all’interno della finestra della camera in cui dormivano i bambini. Si avvio lentamente verso il deserto, sempre seguendo la stella.

La mattina del giorno dopo, quando i bambini videro le calze che sporgevano dalla finestra, chiamarono la madre che si avvicinò, le prese una ad una e le posò sul tavolo. Guardò all’interno di una delle calze e i suoi occhi s’illuminarono. Guardò i suoi sei figli che, con gli occhi spalancati, aspettavano una sua parola. Poi guardò nuovamente le sei calze e ne consegnò una ad ognuno di loro. All’interno i bambini trovarono piccoli giochi di legno, perle, pietre rotonde levigate, datteri glassati, e un’infinità di quelle cianfrusaglie che piacciono ai bambini.

E la vecchina? Non sappiamo se sia mai arrivata in tempo per rendere omaggio al nuovo Re degli uomini, anche perché le storie, spesso, non sono come si raccontano. Ma da allora, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, si riempiono le calze di dolci e piccoli doni e le si appendono in casa, cosicché, al mattino, i bambini possano trovare i doni della Befana.

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