Osmosi inversa alla toscana

Editoriale di Mauro Seminara

Stando alla raffica di tweet delle ultime 36 ore, sembra che gli arroccati democratici renziani non abbiano trovato critiche più feroci di quelle legate al nome del presidente Pietro Grasso nel simbolo di partito appena presentato. Critiche peraltro sbeffeggiate sugli stessi social dai commenti di quanti hanno fatto notare che sotto “Liberi e Uguali” c’è scritto “con” Pietro Grasso e non “di”. Il severo, pungente attacco dei fedelissimi renziani infatti si è limitato ad una nota sul motivo per cui parte del Partito Democratico è andato via e sul fatto che poi ha costituito un partito con “un uomo solo al comando”. Grasso al posto di Renzi. Qualcuno, tra i Dem, ha anche allungato la battuta sul fatto che quindi l’unico problema era Renzi e non che in generale ci fosse un leader forte alla guida del partito. Per quanto verrebbe da rispondere che ha fatto centro, che il problema del PD era e resta Matteo Renzi, la verità è che il “con Pietro Grasso” non vuol dire che questi sia il “monarca democratico” che voleva essere Renzi. Anzi, che forse adesso Renzi è davvero. In effetti, ciò che compone “Liberi e Uguali” è esattamente quello che doveva comporre il Partito Democratico prima che arrivasse Matteo Renzi. Ora evitate facili battute sul “rottamatore”. L’ex sindaco di Firenze ha avuto per il PD un effetto osmosi inversa: non ha solo rottamato il partito, ma ha anche spinto attraverso la membrana del “l’ultima cosa che farei è andarmene dal mio partito” i fondatori del PD. Il primo che ha fatto fuori è stato quel Pippo Civati inseparabile all’epoca della nascente Leopolda. I due giovani politici di centrosinistra sembravano a quel tempo due inseparabili compagni di avventura. Poi le loro strade pare si siano separate: Renzi ha svoltato la prima a destra e non si sono mai più incontrati. Per magia Pippo Civati è stato condannato all’oblio. L’Italia intera si dimenticò di lui, povero ex amico di Renzi prematuramente scomparso dalla cronaca politica. Mancava poco che se in una inquadratura larga si trovava anche Civati mettevano il blur sul volto come si fa per i minori. Oblio, o quasi, che adesso si vorrebbe anche per il neopresidente di Liberi e Uguali. Per il Partito Democratico, l’autore e conduttore Fabio Fazio andrebbe addirittura sanzionato. Questo almeno propone Michele Anzaldi che lamenta, o sottolinea, perfino il calo di ascolti tra l’ospitata di Renzi e quella di Grasso sulla stessa poltrona. Reo, Fabio Fazio, di essersi prestato ad una “tribuna politica” in cui Pietro Grasso ha addirittura svelato il simbolo del nuovo partito. Insomma, tutta questa visibilità a Grasso non bisognerebbe concederla. Ancor più che poi Grasso in Tv pronuncia persino il nome bandito di Pippo Civati.
Dalla rottamazione di Civati ne è passata di acqua sotto i ponti. Matteo Renzi, giocando al Nazareno, ha resuscitato il defunto Berlusconi con il patto del Nazareno. Poi ha iniziato a sostituire ogni figura di alto grado all’interno del partito con i suoi “giovani” luogotenenti: Luca Lotti, Maria Elena Boschi, Ernesto “Ciaone” Carbone, Graziano Delrio, Debora Serracchiani & Co. Infine aveva perfino tentato di dare formali investiture ad amici come Marco Carrai. Nel frattempo la realtà, cinica e magra, era che il partituncolino di Angelino Alfano, peso politico in Parlamento pari a “come avete detto che si chiama il partito di quello che non ha il quid?”, vantava tre ministeri di primissimo livello per importanza strategica sul piano politico e sul piano economico: il Ministero dell’Interno, quello della Sanità e quello di Trasporti ed Infrastrutture poi ceduto da Lupi a Delrio. All’interno del Partito Democratico l’aria doveva essere già pesante considerando pure che un Denis Verdini contava più di un D’Alema o un Bersani, ma il leader maximo, non pago, aveva deciso di giocarsi il tutto per tutto sulla riforma della Costituzione che non passava neanche dall’approvazione del suo stesso partito. Il risultato, storico, è stato che in campagna referendaria si spendevano in favore della bocciatura popolare anche alti esponenti del partito proponente. Nel corso di un fallimentare, forse suicida, tentativo di riformare la Costituzione mentre si perdevano città come Roma e Torino e si collezionavano fallimenti a macchia di leopardo – o di giaguaro – venivano invitati a lasciare il PD nomi come Bersani, D’Alema, Speranza e tanti altri che del Partito Democratico erano la reale ossatura sul territorio, anche se mediaticamente pressoché sconosciuti. Una enorme quantità di esuli senza casa che non potevano certo lasciare il Paese senza un partito dall’aria di centrosinistra e se stessi senza un partito e basta.
Mancava quindi solo il volto, il nome, che facesse da garante per la ricostituzione dell’ex Partito Democratico. Nome che per il segretario del PD era “spendibile” giusto per il fallimento alle regionali siciliane. Forse un nome da bruciare o da scoraggiare nel suo lavoro di aggregazione mediante un misero contentino dall’aria e dall’odore della tipica polpetta avvelenata. Invito alla candidatura ovviamente declinato. Pietro Grasso è quindi il presidente del Senato, ancora per tre mesi circa, e del neonato “Liberi e Uguali con Pietro Grasso”. Liberi, senza il despota Renzi; Uguali, senza il presuntuoso “capo” Renzi che voleva annullare tutte le correnti ideologiche interne al partito; con Pietro Grasso, quindi non con Renzi. Quest’ultimo punto è stato ben sottolineato. Il nome del partito, più che un ricercato marchio da genio pubblicitario, sembra quindi un liberatorio vaffanculo al segretario del PD. Resta solo una questione da risolvere e riguarda i sondaggi. Sul territorio Matteo Renzi pare abbia bisogno di una scorta che neanche Nino Di Matteo ed un numero preoccupante di circoli locali non si riconosceva ormai da tempo nel partito. Persi anche i piccoli raccoglitori provinciali, già in fila per tesserarsi “con Pietro Grasso”, come farebbe il Partito Democratico a raggiungere anche solo il 15% alle elezioni è un mistero demoscopico. Ancor più che, rinunciando alla candidatura Angelino Alfano, la ministra della Salute pubblica-privatizzata Beatrice Lorenzin e gran parte dell’entourage alfaniano andrebbero a rimpinguare le fila del partito di Renzi. Il risultato, ai primi di marzo, sarà che gli italiani dovranno scegliere tra la coalizione di centrodestra capitanata dall’highlander Silvio Berlusconi, la coalizione di centrosinistra ricostituita in stampo Ulivo sotto il nome del garante Pietro Grasso, il Movimento Cinque Stelle e…un partito di centrodestra spacciato per centrosinistra di nome Matteo Renzi.

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