Chiamatemi semplicemente “3 ottobre”!

Editoriale di Mauro Seminara

La cosa più triste che sta accadendo all’Italia è la sempre più diffusa assuefazione alla retorica. Lo si era già visto lo scorso 23 maggio a Palermo, poi il 19 luglio e, saltando tante altre date di pari entità ma minor richiamo, la retorica è infine tornata in scena a Lampedusa per il fatidico 3 ottobre. Gli unici eventi a cui si dovrebbe assistere in queste ricorrenze sono le presentazioni ufficiali dei piani di Governo studiati ed attuati affinché non venga a ripetersi ciò che si commemora. Leggi antimafia e maggiori poteri alla magistratura, pene più severe, strumenti più idonei, sarebbero misure interessanti da applaudire se attuate e divulgate in occasione della strage di Capaci. Ma i magistrati uccisi sono solo martiri utili allo Stato per l’esposizione; come quella dei martiri cristiani nelle chiese. Allo stesso modo vengono annualmente esposti i superstiti del naufragio del 3 ottobre 2013. Esposti, si, ma non troppo. Non bisogna mai esagerare con i vivi, perché a differenza dei morti potrebbero anche parlare. Potrebbero dire cose molto più interessanti rispetto alle autorità che si abbronzano sotto i riflettori delle batterie di fuoco mediatiche.
A Lampedusa si sono intravisti dei ragazzi dalla pelle scura e tristi. Una tristezza che non riguarda il loro stato d’animo interiore ma la loro funzione espositiva. Malgrado siano sempre meno quelli che tornano a Lampedusa per l’anniversario della strage, queste comparse in divisa nera non avrebbero forse neanche il tempo di interrogarsi sul proprio stato d’animo vista la fitta agenda che altri hanno redatto per loro. T-shirt nera della campagna di chi paga loro i biglietti aerei, così sostengono l’associazione e si fanno anche riconoscere subito tra i presenti, e via: alle otto vanno li, poi alle dieci devono stare la, poi c’è l’incontro con quelli, poi…e poi ancora. Anche il minuto di raccoglimento sul luogo del naufragio è un canovaccio che va avanti da tre anni con un esatto orario di inizio ed uno di fine. Poi basta. Eppure, il primo evento commemorativo queste persone lo hanno fatto forzando i cordoni e raggiungendo ostinatamente la scogliera in prossimità del luogo nefasto con tanto di scorta delle Forze dell’ordine mentre i telefoni esplodevano per le consultazioni tra i responsabili in loco e Questura e Prefettura e forse anche il Ministero per l’improvviso ed imprevisto colpo di testa dei superstiti. A quel tempo nessuno aveva pensato ai sentimenti dei superstiti ed alla loro necessità di andare a piangere li dove avevano lasciato la maggioranza dei compagni di viaggio. La dove ancora giacevano sepolti dal mare quei 366 corpi successivamente recuperati. Ieri questi ragazzi si sono visti sempre accanto a qualcuno che occupava la posizione di maggiore visibilità ed importanza. Un gruppetto di figuranti da mettere accanto al presidente del Senato, seduto vicino alla ministra, tra le prime due file sotto il palco del grande show ed a corredo scenografico di ogni atto dello spettacolo. Ovviamente tutto in loro onore ed in memoria dei loro sventurati compagni, ci mancherebbe!
Ma anche a celebrare la messa in scena della vuota retorica si rischia lo scivolone. Accade, se non si sa più cosa dire di sensato. È accaduto, ad esempio, e non necessariamente per errore, quando il presidente del Senato ha dato lettura di parte dell’articolo 10 della Costituzione italiana: Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Chissà che questo non abbia contribuito a far venire la febbre al ministro dell’Interno. In effetti, il ministro Marco Minniti – che pare abbia dovuto saltare l’appuntamento del 3 ottobre a Lampedusa appunto a causa della febbre – con gli accordi con la Libia non sarebbe esattamente in linea con quanto stabilito dalla Costituzione. Ma questa è un’altra storia. Una storia che parla di ritiro della flotta di Ong, di contenimento in Libia in condizioni disumane, di innovativi muri alzati intorno ai luoghi di partenza invece che a difesa dei luoghi di destinazione dei migranti. Una storia, questa del “governare i flussi migratori”, che poco e male si combina con le lacrime di Stato del 3 ottobre e con il copione affibbiato ai superstiti della strage che ancora partecipano alla fiera. Certo, sarebbe bello se questi ragazzi fossero liberi di tornare a Lampedusa, magari non necessariamente il 3 ottobre ma quando si sentono di volerlo fare, e potessero trascorrere giornate intere sulla scogliera a riflettere o piangere oppure ancora a sentirsi vivi. Sarebbe bello se non dovessero incontrare clandestinamente le persone a cui devono la vita. Perché la verità è che i superstiti fanno le comparse, ma i loro salvatori non stanno neanche tra il pubblico in platea. Loro, i civili che li hanno visti, che hanno chiamato i soccorsi, che ne hanno strappati a decine dalle braccia della morte, loro non fanno parte dello show. Allora, dopo aver lasciato decantare per una intera giornata il “dopo 3 ottobre”, la domanda che permane insistente è: ma cosa è il 3 ottobre? In un certo senso, così come i sopracitati 23 maggio e 19 luglio, ha un ché di cristiano. Nel senso che ricorda la filosofia della confessione con conseguente assoluzione dai peccati. Come dire: è trascorso un anno ed ho peccato ancora, sempre nello stesso modo, ma adesso è di nuovo il 3 ottobre e posso alleviare la mia coscienza.
Quest’anno però a Lampedusa un po’ di malumore era nell’aria. Si percepiva e si ascoltava l’insofferenza nei confronti delle alte cariche dello Stato “in passerella”. Era così tanto nell’aria che a farne le spese alla fine è stato l’evento che meno dispiaceva all’isola: il concerto di Claudio Baglioni improvvisamente interrotto da una tromba d’aria che ha preceduto un violento nubifragio. Alla fine però, in compenso, sono andati tutti via a gambe levate. La sottosegretaria Boschi, il commissario Avramoupolos e quanti sedevano in prima fila a celebrare…la buona musica. Volendo però, giusto per restare sul gioco della superstizione, potremmo pensare che il Santo Padre possa anche portare un po’ di sfiga. Papa Francesco aveva inviato un telegramma al cantautore romano con il quale impartiva a Claudio Baglioni, “agli organizzatori ed a tutti i presenti la benedizione apostolica”. Il risultato sta ancora steso ad asciugare. Un po’ come accadde nel 2013, anno in cui – molti confondono la sequenza degli eventi invertendola – il Papa si recò sull’isola per chiedere che “non si ripeta, per favore!”, e tre mesi dopo si verificò appunto la strage del 3 ottobre. Si era ripetuto ciò che il Santo padre, con coraggio, aveva pregato che non si verificasse ancora rimproverando da Lampedusa quei “potenti” che avevano facoltà di evitare nuovi naufragi. Da allora di naufragi di migranti ce ne sono stati tanti da totalizzare su per giù quindicimila vittime. Ma chi se ne frega, tanto tra 364 giorni sarà di nuovo il 3 ottobre e potremo piangere istituzionalmente anche i prossimi.

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